ROSCIANO -
Abitato sin dal neolitico (come testimoniano reperti rinvenuti
nelle località Coccetta e Piano Ciero), e probabilmente vicus
romano (lo dimostrano l'impianto in laterizio che funge da
basamento alla torre del castello, nonchè vari oggetti scoperti
nel territorio (tra i quali un sarcofago), il territorio vide
l'insediamento di una fara longobarda posta ai confini
meridionali del Ducato di Spoleto lungo la riva sinistra del
fiume Pescara. Del periodo longobardo restano vari reperti (come
un pettine in osso lavorato venuto alla luce da una sepoltura
presso Villa Oliveti ed una necropoli recentemente scoperta in
località Piano Fara), nonchè diversi toponimi come Piano Faram
Colle della Guardia e S. Giovanni alla Pescara, in riferimento
alla chiesa edificata dai longobardi ai piedi del colle sul
quale, nella seconda metà del secolo Xi, Achille Valignani, duca
di Vacri, fece costruire una torre che fungesse da testa di
ponte per le schiere normanne verso il comitato pinnense.
Intorno a questo elemento fortificato, poi ampliatosi
nell'attuale Castello, le popolazioni della fara e quelle
circonvicine crearono il primitivo nucleo abitato di Rosciano.
Aggregati inizialmente alla contea normanna di Manoppello, il
feudo e, soprattutto, il castello di Rosciano diedero ricovero
ai più temibili e famosi capitani di ventura del tempo (Roscio
da Montechiaro, tradizionalmente considerato l'epònimo del
paese, Minuccio dell'Aquila, Giovanni Caldora, Muzio Attendolo
Sforza e suo figlio Francesco, poi duca di Milano) che
guadagnarono al luogo l'epiteto di "Rocca dei Capitani". Fondato
intorno al XI secolo d.C., è un piccolo borgo dalle radici
medioevali. In esso sono situate costruzioni molto antiche quali
ad esempio il castello medioevale con la torre detta "dei
Paladini", in ricordo di una leggenda che vuole essere stati i
giganti paladini a costruire l'edificio all'epoca della prima
crociata. In realtà ad edificare la torre di rosciano sono stati
i normanni ed il primo comandante militare della rocca, un certo
Roscio da Montechiaro, ha dato il nome al paese. Nel centro
storico si possono ammirare anche la chiesa dell'Assunzione B.V.
maria (detta anche di santa Eurosia), con tele del seicento e
del settecento e, inoltre, la graziosa chiesetta di San Nicola,
che conserva una preziosa serie di affreschi rinascimentali
della scuola di Andrea De litio, il principale artista abruzzese
del quattrocento.
Rosciano paese eminentemente
agricolo, lega la sua storia passata alla chiesa di S.
Liberatore a Maiella, che qui aveva la grancia di S. Nicola (ne
resta traccia nella chiesetta romanica che ancora porta questo
titolo) e quella più recente alle numerose frazioni che
compongono il comune. Villa Oliveti è centro di
agricoltura avanzata. Villa San Giovanni fu feudo
dell'ordine dei Cavalieri di Malta. Villa Badessa (m161),
invece, costituisce la colonia italo-albanese più settentrionale
d'Italia, un'oasi orientale che segue il Tipikòn (rito) di
Costantinopoli in lingua greca. La comunità è composta dai
discendenti degli albanesiche partirono dai villaggi di Piqeràs,
Lukòva, Shen Vasìli, Klikùrsi, Nivizza e Corfù della regione di
Himara (Albania meridionale) per sfuggire all'occupaziorie turca
dei Balcani. Si insediarono qui il 4 marzo 1744, ricevendo da
Carlo III due feudi dove poter vivere di agricoltura. Ragioni
storiche e geografiche ma soprattutto la diversità di rito
religioso - hanno consentito la conservazione dell'idioma di
origine e delle fisionomie etniche. Ancora oggi infatti gli
arbëreshe badessani si esprimono in quell'antica lingua, e li
anziani, anche se in sempre più rare occasioni, indossano gli
splendidi costumi tradizionali, estremamente caratteristici
perché originari e affini a quelli epiroti.
Il Comune è famoso
in Abruzzo ed in Italia per la sua vocazione territoriale alla
produzione di vino e olio extravergine d'oliva di qualità. Il
Comune è parte delle Città del Vino d'Italia.
Di spicco inoltre
c'è la frazione Villa Badessa, isola linguistica
Arbëreshë: vi è situata
una chiesa ortodossa costruita intorno alla seconda metà del XVIII sec. grazie
alla fondazione della prima colonia albanese in Italia.
In realtà, le genti badessane provenivano dalle isole ionie intorono a Corfù e
dai villaggi dell'Epiro meridionale. Arrivati in Abruzzo, furono stanziati
nelle terre di Rosciano nel 1743, grazie al beneplacito del re Carlo III di
Borbone. La chiesa di Villa Badesa conserva una ricca collezione di icone
bizantine e post bizantine, tanto da essere considerata la principale raccolta
di icone dell'Europa Occidentale.
Per le sue bellezze
artistiche, per la bontà dei suoi vini e dei prodotti tipici, il Comune di
Rosciano è denominato anche Terra del Gusto e di Cultura.
VILLA OLIVETI
VILLA
OLIVETI - La piana
compresa tra il fiume Pescara ed il confluente Nora è ricordata,
fin dai tempi più remoti, come una grande distesa di ulivi, ed
era chiamata per questo motivo “L’Oliveto”, feudo appartenente
alla diocesi di Montecassino.Da un vecchio registro del Catasto,
datato 1712 e conservato nell’Archivio comunale di Rosciano,
risulta che l’antico sigillo del feudo era rappresentato da una
pianta di ulivo contornata dalla denominazione del paese. Sotto
il dominio dei padri di Montecassino vi fu un relativo
benessere: nel 1805 gli abitanti erano 320, tutti addetti
all’agricoltura ed alla pastorizia; furono edificate anche tre
chiese: S. Maria, S. Michele e S. Lorenzo. Il parroco de
L’Oliveto era nominato direttamente dall’abate di Montecassino
(questo avveniva ancora fino al 1975) e riceveva un compenso
annuo di 300 ducati. Luigi Ercole, nel suo Dizionario
Topografico del 1804, annota che in questi luoghi “l’a ria vi è
temperata e dolce” e, sotto il profilo giurisdizionale il
villaggio di “Oliveti”costituisce una “Villa Baronale”, poiché
feudo di S. Liberatore a Majella, nel cui territorio è compresa
anche l’attuale frazione Villa Reia di Cepagatti. “Villa
Oliveti” sta, per “fattoria dell’Uliveto” e, anche per
“villaggio dell’Uliveto”. Quale Uliveto? Il feudo appartenente a
S. Liberatore si stendeva probabilmente fra le attuali frazioni
di Villa Oliveti di Rosciano e di Villa Reia di Cepagatti.
.Una
tradizione molto suggestiva di Villa Oliveti si svolgeva nel
giorno dell’ Ascensione. Dodici statue di santi uscivano in
processione fino ai resti della chiesa di S. Lorenzo e lì, su
una grande spianata, erano poste in semicerchio, mentre ogni
famiglia cui era stata affidata la custodia di un Santo doveva
offrire un dolce ed un bicchiere di vino in segno di festa
grande Se la processione non avveniva, però, l’offesa recata al
Santo (S. Lorenzo) poteva scatenare cataclismi naturali. Si
narra in proposito che allorquando non ebbe luogo il sacro rito,
la statua di S. Lorenzo apparve miracolosamente nella spianata
ed i Villesi dovettero riportarla di corsa nella chiesa
parrocchiale e svolgere in gran fretta la processione onde
evitare le ire del Santo. In verità sulla storia di Villa
Oliveti ci sarebbe da aggiungere ancora un particolare,
raccontato a chi scrive agli inizi degli anni Ottanta da una
cara vecchietta spentasi poco tempo dopo, Donatella Scipione,
alla quale era stato tramandato da altre persone e così di
seguito. Si tratta di un rito purificatorio, simile a quelli che
si svolgevano un tempo in gran parte dell’Abruzzo e che oggi si
ricorda ancora con una particolare intensità a Civitella Roveto,
nella valle del fiume Liri: all’alba del 24 giugno, giorno del
solstizio d’estate legato dal cristianesimo al santo che
battezzò Cristo, lungo le sponde del torrente Nora, nei pressi
dell’antica chiesa di S. Michele, fedeli e pellegrini
provenienti dalle contrade limitrofe si raccoglievano per
bagnarsi in quelle acque che, secondo la devozione popolare,
acquistavano poteri taumaturgici dalla mezza notte al sorgere
del sole.
Chi si bagnava “nella Nora” (nella parlata comune il
nome del torrente è pronunciato al femminile, così come il fiume
Pescara diventa “la Pescara”) era liberato da ogni male e si
potevano stabilire anche vincoli di comparatico fra quanti si
bagnavano insieme. Purtroppo, allo stato attuale delle ricerche
e delle fonti a disposizione, nulla di tutto ciò può essere
confermato, trattandosi, fra l’altro, di una testimonianza
unica, finora senza riscontri. Non è inverosimile, tuttavia, che
anche lungo le rive del torrente Nora, in una terra segnata così
profondamente dall’influsso benedettino come il nostro
“Olivetum” ed aperta a scambi culturali con altre località anche
molto distanti grazie al Tratturo, potessero svolgersi in
passato rituali magici - religiosi comuni, del resto, all’intera
regione.
(Panoramica
di Rosciano)
(Un carro allegorico per il carnevale)
EDICOLA
DI ROBERTO GRANDE Categoria:
EDICOLA Località Villa Oliveti - telefono 0858505182 - 65010 Rosciano PE
Bar
Caffè Bar Belardi Dante Categoria:
Bar e Caffè Località Villa Oliveti - Via
Colli, 16 - telefono 0858505133 - 65010 Rosciano PE
Bar
Caffè Oasi del nora Ristorante Bar
Residence Categoria: Bar e
Caffè Contrada Coccetta - 65020 Rosciano
PE
Bar
Caffè Ristorante Segamiglio
Venicio Categoria: Bar e
Caffè Via Tratturello, 10 - Villa San
Giovanni - 65010 Rosciano PE
PARRUCCHIERA
- ESTEISTA MORENA Categoria:
Parrucchieri Via Pescara, 2 - Villa Oliveti
- telefono 0858505762 - 3470666494 - 65010 Rosciano PE
Parrucchiere
Di Giovanni Nadia
Parrucchiera Categoria:
Parrucchieri 11, VIA ROMA - 65020
Rosciano PE
Di
Meo Remo Parrucchiere
Uomo-Donna Categoria:
Parrucchieri CONTRADA S. ANDREA - 65020
Rosciano PE
Parrucchiere
Parrucchiera Segamiglio Silvana
Stilista Categoria:
Parrucchieri 6, VIA ROMA - 65020
Rosciano PE
Pizzeria
Zio Tom Categoria:
Pizzerie Piazza Della Posta, 2 - 65020
Rosciano PE
Pub
Birreria Bralè Pub Categoria: Pub,
Birrerie e Disco Pub Località Villa
Oliveti, Via delle magnolie, 1 - 65010 Rosciano
PE
DI
GIOVANNI DANTE Categoria: ARTIGIANO
- LAVORI IN FERRO E ALLUMINIO Località Villa
Oliveti, telefono 0858505295 - 65010 Rosciano
PE
MOVIMENTO
TERRA DI "DI GIOVANNI GABRIELE" Categoria:
LAVORI PUBBLICI E PRIVATI Località Villa
Oliveti, telefono 3924270919 - 65010 Rosciano
PE
CENTRO
IPPICO CENTURIONE HORSES Categoria:
IPPICA Località Villa
Oliveti, Via tratturo 49 - telefono 3477148197
- 65010 Rosciano
PE
IMPIANTI
IDROTERMO-SANITARI: FALONE UGO Categoria:
GAS CONDIZIONAMENTO IDRAULICA Località Villa
Oliveti, Via Tratturo, 37 - telefono 0858505737
- 65010 Rosciano
PE
FRUTTA E VERDURA F.LLI BELLI CARMINE ED ANGELO Categoria:
FRUTTA-VERDURA Località Villa Oliveti -
telefono 347454948 - 330934233 - 65010 Rosciano
PE
LA
BOTTEGA DEL BUONGUSTAIO LELLINO&VILMA FIADONE Categoria:
PORCHETTA Località Villa
Oliveti, telefono 0858505191 - 65010 Rosciano
PE - Via delle Betulle, 3
S.A.D. IMMOBILIARE Categoria:
IMPRESA EDILE Località Villa
Oliveti, telefono 3358115515 - 65010 Rosciano
PE
- Sol
all'ucchj nev alle jnucchj (
Sole agli occhi, neve alle ginocchia)
-
Quand esc l'arcobalen tutt lu cil sa reseren (Quando esce l'arcobaleno tutto il cielo si rasserena)
-
Quand l paper va alla marin pij lu sacc e va a lu mulin, quand l
paper va alla muntagn pij la zap e va allu guaragn ( Quando le papere vanno verso il
mare prendi il sacco e vai al mulino, quando le papere vanno verso
la montagna prendi la zappa e vai verso il guadagno)
-
Prim che t spus apr l'ucchj e spann ca n è callar ca sa rcagn (Prima
che ti sposi apri bene gli occhi perchè non è pentola che si
cambia)
-
Marit e fij coma dij t le man, cuscì te le pij ( Marito e figli come Dio te li manda così te li prendi)
-
Allu scagn, chi rid e chi piagn (Allo
scambio chi ride e chi piange)
ILLA
SAN GIOVANNI -
Il 16 e il
17 maggio a Villa San Giovanni presso la Piazza della Chiesa, si terrà il
Raduno Nazionale del Käferfan Club di Pescara del vw air-cooled, per
maggiolini, maggioloni e derivati.
Info: 3389836945 Francesco
La Paŋarda
In occasione della festività di Sant’Antonio Abate
L’ASSOCIAZIONE
CULTURALE “LA PANARDA”
invita
alla sesta edizione de
LU SANT’ANDONIE
Villa San Giovanni di
Rosciano
SABATO 17 GENNAIO ’09
PROGRAMMA
Ore 16.00:
Sacra paraliturgia per la benedizione degli
animali
(piazza della chiesa)
Ore
20.00:
(piazza nuova)
ESIBIZIONE de
Gruppo “Sant’Antonio” di Tollo
“Le Santandunire” di Catignano
Gruppo “San Pasquale e dintorni” di Torrevecchia
Teatina
Gruppo “Folclore di Sant’Antonio”
di Scagnano di Caramanico Terme
RIPRESE TELEVISIVE A CURA DE
LU BARACCONE
Seguiranno:
PORCHETTATA E VINI ROXAN
AMBIENTE
COPERTO E RISCALDATO, INGRESSO LIBERO
Villa Oliveti
9-10-11/08/2008
Festeggiamenti in onore
di San Lorenzo, Sant’Antonio e Santa Chiara
In bici... per la vita 02/08/08
VILLA OLIVETI - ANCHE QUEST’ANNO GRAZIE ALLA VOSTRA
COLLABORAZIONE, CI RIUNIAMO A VILLA OLIVETI PER UNA PASSEGGIATA IN BICI.
OVVIAMENTE POSSIAMO PARTECIPARE TUTTI… MAMMA, PAPA’, NONNO, NONNA E SOPRATTUTTO
NOI… BIMBI. SARA’ UNA GIORNATA DA NON DIMENTICARE. AH… DIMENTICAVO… VI E’ UNA
PICCOLA QUOTA DI ISCRIZIONE CHE VERRA’ DEVOLUTA ALL’ASSOCIAZIONE PER LA RICERCA
CONTRO IL CANCRO. QUOTA MINIMA € 5,00. PS: Per Info. Rivolgersi a Marco
346/5102262----338/4433109 14:30 - 15:30 - Incontro in piazza per le ultime
iscrizioni 16:00 - Benedizione di tutti noi 16:30 - Partenza per la passeggiata
18:15 - Rientro in piazza, dove ci aspetta un bel rinfresco Vi aspettiamo
numerosi! Marco Giansante
Festival della musica italiana a
Rosciano!
ROSCIANO - Rosciano
regala alla cittadinanza due serate il 28 ed il 31/07, con due importanti
cantautori italiani di grande spicco: Cisco e De Gregori. Luglio sarà un mese
caldo allo stadio comunale. L'evento è stato organizzato dal CRAM (Consiglio
Regionale Abruzzesi nel Mondo).
06/07/08 Calcio e solidarietà: Il bambino
più coraggioso
VILLA OLIVETI - In occasione di una
manifestazione organizzata dall'associazione di volontariato,
costituita a Rosciano dalla signora Anna Di Meo, per festeggiare
la buona riuscita dell'operazione a Samuele, la società SSD Villa
Oliveti ha organizzato un incontro contro l'ASD Montebello per
assegnare il 1° Trofeo. L’incontro si è chiuso sullo 0 a 0, ma è
stato assegnato ai rigori 4-5 per il Montebello. Tutta la
cittadinanza è intervenuta alla festa il 6 luglio scorso. Dopo
l'incontro, stand gastronomici e musica hanno allietato la
giornata di beneficenza.
21 e 22 maggio a Villa Oliveti:
festa di Santa Rita
28/7/2008
a Rosciano (PE) presso il Campo
sportivo comunale
Feste e tradizioni contadine
Appuntamenti
nel nostro Comune
ROSCIANO(PE)
- Le feste patronali sono uno dei momenti più importanti ed
intensamente vissuti della comunità paesana e rurale. Sovente,
poi, alla devozione per i Santi Patroni si accostano le
riproposizioni di antichi rituali tradizionali legati soprattutto
ai vari momenti del calendario agricolo. Non è un caso, infatti,
che le festività religiose nel territorio roscianese si svolgano a
maggio e nelle settimane a cavallo tra agosto e settembre, cioè
nell'ambito dei cicli delle "coste di maggio" e del
"ringraziamento" di fine estate. Poco importa se il "sentimento"
devozionale si sia notevolmente affievolito rispetto ad una volta.
È naturale che le giovani generazioni, non più legate al "ciclo
della terra", avvertano con maggior distacco forme e riti
devozionali sorti e consolidatosi all'interno della cultura
contadina. Tuttavia la festa permane come momento collettivo nel
quale rinsaldare i propri legami con quella comunità in cui troppo
spesso si risiede sì anagraficamente, ma non si vive. Se si
interpreta in questo senso il rapporto con la festa, allora
potranno passare anche in secondo piano forme inevitabili di
globalizzazione, che cercano di trasformare ogni incontro in una
sagra consumistica. Questo il calendario delle feste religiose
nella comunità roscianese:
· seconda domenica di maggio:
Volto Santo a Villa S.Giovanni
· 22 maggio: S.Rita da Cascia
a Villa Oliveti (nella foto)
· 24 maggio: S.Eurosia,
patrona di Rosciano
· 13 giugno: S.Antonio da
Padova a Rosciano, ma da molti anni lo si festeggia tra agosto e
settembre
· 9, 10 e 11 agosto: S.Chiara,
S.Lorenzo e S.Antonio di Padova a Villa Oliveti
· terza domenica di agosto:
B.V. Regina della Pace a Piano Fara
· 29 agosto: S.Giovanni
Battista e S.Gabriele a Villa S.Giovanni, ma da una quindicina di
anni non si festeggiano più
· quarta domenica di agosto o
prima domenica di settembre: S.Antonio di Padova a Rosciano
· 8 settembre: Madonna
Odighitria a Villa Badessa.
Nella società rurale maggio è
un mese carico di ansie, non solo perché finiscono le scorte
accumulate per l'inverno, ma soprattutto perché dal suo andamento
meteorologico dipende il futuro del raccolto. Non a caso è ancora
vivo nella memoria collettiva roscianese il riferimento alle
"coste di maggie" , espressione che allude alle fatiche del lavoro
nei campi ed a certi momenti di precarietà economica che
caratterizzano tutto il mese. Non è un caso, allora, la ricorrenza
di determinate tradizioni religiose che scandiscono ed
accompagnano la vita del mondo contadino roscianese, proprio
perché grazie all'intercessione dei santi presso Dio si metteva al
sicuro il raccolto da siccità e grandinate. Undici erano i momenti
più significativi attraverso i quali i contadini roscianesi
compivano una sorta di pellegrinaggio "propiziatorio":
· la Madonna della Libera a
Pratola Peligna (prima domenica di maggio)
· S.Nicola di Bari (detto
anche "S.Nicola a mare") il 7 maggio
· S.Michele del Gargano (l'8
maggio, spesso come tappa intermedia del pellegrinaggio a Bari
· il Volto Santo a Villa
S.Giovanni (seconda domenica)
· il Volto Santo a Manoppello
(terza domenica)
· S.Rita da Cascia a Villa
Oliveti (22 maggio)
· S.Eurosia a Rosciano (24
maggio)
· S.Antonio di Padova a
Rosciano (13 giugno)
· S.Lorenzo a Villa Oliveti
(domenica dell'Ascensione o della Trinità)
· Ascensione a Rosciano (con
le ceste di petali di papaveri rossi )
· S.Michele di Villa Oliveti
all'alba di S.Giovanni (24 giugno).
Quattro erano i pellegrinaggi
a piedi fuori dal paese che si compivano radunati in "compagnie"
di devoti (Volto Santo di Manoppello, S.Nicola a mare, S.Michele
del Gargano e Madonna della Libera a Pratola Peligna, ma per gli
ultimi pellegrinaggi a Pratola fu utilizzato il treno), tre le
benedizioni solenni dei campi di cui si abbia memoria certa:
durante la processione del 13 giugno e dell'Ascensione a Rosciano
e, soprattutto, durante la processione verso i resti della chiesa
di S.Lorenzo a Villa Oliveti (benedizioni ai quattro punti
cardinali del territorio).
Il sacro
rito del compare a fiori! (24/06)
In realtà, nella storia non c’è mai stata una “famiglia” uguale a
sé stessa, ma diversi modi di concepirla e la parentela
liberamente acquisita con il grado di “compari a fiori” in Abruzzo
e Molise, usanza quasi scomparsa poco dopo la guerra, ne è
l’ennesima conferma. Infatti, ci si sceglieva per simpatia,
profonda amicizia, per suggellare un affetto ricambiato. Cummàre
mia cummàre ’n’ce dicéme mai male che, se male ce dicéme, a le
’mbèrne ce ne jiéme: “Comare mia comare, compare, nel caso fosse
maschio, non parliamo mai male l’uno dell’altro che, se male
parliamo, all’inferno ce ne andiamo”, era una formula recitata
alla promessa di farsi compari. Il rito era simboleggiato da “Lu
ramajiétte ” un mazzolino di fiori che veniva offerto, dopo
accordo preventivo, il giorno di S. Giovanni e ricambiato, in
genere, aggiungendo una spilla, una bottiglietta di profumo, un
centrino, un fazzoletto ricamato, un paio di calze, una maglietta,
il giorno di S. Pietro. Le piante usate erano quelle spontanee:
fiore di sambuco, rosa selvatica, spiga di lavanda, avvolte in
foglie di felci e, spesso, insieme ad un santino; il mazzetto
veniva ornato con carta e spedito per mezzo d’un fratello -
sorella più piccolo o amico. Quando il latore si presentava alla
casa del promesso-a diceva: Chèste è lu ramajiétte che tt’ha
mannàte… nominando l’interessato. L’usanza era seguita soprattutto
da ragazzini dai dieci ai quindici anni, per lo più femmine, ma
riguardava anche adulti o anziani ed era praticata in campagna e
nei paesi; meno nei capoluoghi. Spesso ci si conosceva nello
“Scàgne - aijùte”, aiuto reciproco, in occasione di lavori
agricoli come mietitura, sarchiatura, etc. o durante i
pellegrinaggi e s’aveva, normalmente, diversi compari a fiori,
talvolta anche nello stesso anno, che, nel corso del tempo,
potevano assommare a decine. Da Credenze usi e costumi abruzzesi
di Gennaro Finamore: “S. Giovanni, consacrando i mutui affetti, li
purifica, li esalta, ne fa delle parentele spirituali. Nella mente
del popolo, quello del S.Giovanni è il comparatico per eccellenza,
ond’è che, nel nostro uso, S.Giovanni è sinonimo di compare e di
comparatico; e la violazione di siffatto legame, santo non men di
quello stabilito coi sacramenti del battesimo, della cresima e del
matrimonio, è ritenuta più che mai sacrilega e meritevole di
terribili castighi”. Cummàre e ccumbàre, / Nghe Ssan Giuvanne
care, / La féda che tt’attocche / Nne’ la huastà’, ca vjie a la
morte. / Catenella, catenelle, / Nne’ la huastà ca vjie a le ’mbèrne..*
(Palena - Ch).*Comare e compare, / con S..Giovanni caro, / la fede
che ti tocca / non guastarla, che andrai a morire. / Catenella,
catenella, / non romperla che andrai all’inferno.S. Giovanni cade
quasi in coincidenza con il solstizio d’estate: quando la
vegetazione è nel massimo rigoglio; entro una società che traeva
dall’agricoltura l’intera ragione di vita. Da qui, tutta una serie
di antichissimi riti propiziatori per divinità pagane sostituite,
dopo lunghe resistenze e commistioni, da santi e madonne del
pantheon cattolico; tra cui S. Giovanni. Il 24 giugno era dunque
un giorno legato al culto del sole e, attorno a questa ricorrenza,
la cultura popolare aveva creato tutto un mondo di credenze
magiche, incantesimi ed evocazioni fantastiche: falò, fiaccolate,
prodigi e responsi, riti di purificazione e legami di comparatico,
sortilegi di streghe, raccolta di erbe magiche (es. iperico o erba
di S. Giovanni); tanto che Shakespeare attinse a questo diffuso
patrimonio nel dramma: “Sogno di una notte di mezz’estate”.
Nel calendario della Chiesa, il 24 giugno, giorno della nascita di
San Giovanni, è una ricorrenza che non solo è memoria del santo ma
è una vera solennità. Giovanni è il primo esempio di rettitudine,
è colui che battezza con l'acqua in attesa di Colui che battezzerà
con il fuoco. Ancora giovanissimo si ritira nel deserto, indossa
una veste di pelle di cammello e si nutre di locuste e di miele
selvatico. La sua rettitudine gli "costerà la testa" che re Erode
donerà alla figlia Salomè. In alcuni paesi, il 24 di giugno è il
giorno in cui i giovani creano tra di loro un legame, un vincolo
indissolubile: il vincolo del camparatico. Si dà vita ad una
parentela spirituale più forte di quella fisica e pertanto
considerata sacra e non scioglibile.
Nella Marsica, sempre nel girono di San Giovanni, si rinnova un
insolito vincolo tra gli abitanti di Bisegna e quelli di Trasacco
che s'incontrano lungo le rive del fiume Giovenco, nei pressi di
una fontana miracolosa dedicata a Giovanni Battista, qui compiono
riti purificatori. Uomini e donne si bagnano nel fiume e alcuni di
loro riempiono delle bottiglie con l'acqua taumaturgica della
fonte che verrà utilizzata per curare le malattie della pelle e la
scabbia. Il comparatico si rinnova con lo scambio di abbracci
affettuosi e di mazzetti di fiori ornati con rami di rosmarino, di
basilico, di menta e con l'immagine sacra del Santo. Dopo la
messa, la statua del santo con il suo accompagnamento torna verso
il paese. Giunti alle prime case la processione è accolta da un
piccolo corteo che conduce la statua di Sant'Antonio. I due gruppi
di fedeli si fondono e raggiungono la parrocchia dove unitamente
alle cerimonie liturgiche inizia la festa.
Qui di
seguito gentilmente concessi dall'Assessore alla cultura
Antonio Mezzanotte, alcuni pezzi di una pubblicazione del 2003
dell'Associazione "LA Panarda" di Rosciano sulle feste popolari
locali:
Narra il racconto popolare che all’alba del 24 giugno numerosi
devoti, provenienti da Villa Oliveti, Rosciano, Cepagatti ed da
altre località del circondario, si recavano in pellegrinaggio nei
pressi dell’antica chiesa di San Michele, uno dei tre edifici
sacri che i monaci benedettini avevano edificato nel territorio di
Villa Oliveti nei lunghi secoli in cui questa terra dipendeva
dalla Grancia di San Liberatore a Majella, e che lì si bagnavano
lungo le rive del torrente Nora (“la
Nore”),
poiché era credenza che quell’acqua avesse avuto poteri miracolosi
e terapeutici fino al sorgere del sole. Non solo, ma le ragazze
andavano di mattina presto nei canneti poiché si riteneva che la
rugiada depositata sulle canne scosse avrebbe reso i capelli più
belli e fluenti. Quando l’astro si levava al di sopra delle
colline teatine (cioè da est, in direzione del mare), chi fosse
riuscito a fissare lo sguardo nel disco solare senza procurarsi
male agli occhi avrebbe visto la testa mozzata di San Giovanni
grondante ancora sangue. Quella di San Giovanni Battista è una
festività molto importante: la Chiesa ricorda la nascita del santo
precursore del Cristo (un dies natalis
ricorrente esattamente sei mesi prima della venuta di Gesù),
mentre nelle tradizioni popolari, sulle quali si è poi innestato
il senso religioso, si celebra il solstizio d’estate, cioè quel
momento in cui il sole comincia a scendere l’arco che disegna in
cielo dopo aver toccato, appunto, l’apice nei giorni precedenti il
24. Si tratta di un momento culminante della vita rurale: dei
grossi falò accesi davanti le chiese o nelle aie delle masserie (i
cosidetti fuochi di San Giovanni) alludevano al massimo
splendore del sole e non è arduo scorgere una fase di quel culto
del fuoco purificatorio che accompagna tante feste del mondo
rurale, come S. Lucia, Natale, S. Antonio Abate e Pasqua.
Purificati dunque lo spirito umano e le forze naturali attraverso
il fuoco, il grano è pronto per essere mietuto ed il rito
dell’acqua assurge ad una funzione benedittoria per il lavoro che
si sta per iniziare: non a caso un proverbio recita “A San
Giuanne la faucije ‘ncande, a San Pietre la faucije arrete”,
alludendo al momento iniziale del raccolto ed a quello finale (il
24 ed il 29 giugno). Nel mondo rurale roscianese vi erano
poi altri due elementi naturali legati alla mietitura. Il primo è
la stella Sirio, la più luminosa del nostro emisfero, chiamata in
dialetto “lu Bbefocie” e che, levandosi a giugno poco prima
dell’alba, indicava l’inizio del tempo della mietitura (come il
mandriano che si alzava presto per recarsi nei campi con il carro
trainato dai buoi); l’altro è l’usignolo, quel piccolo uccello,
simile al passero e dal canto melodioso, che è possibile ascoltare
nelle notti di giugno. Infatti, se prima dell’alba del giorno
prefissato per la mietitura l’usignolo restava muto, ciò era
interpretato come un presagio, poiché lasciava intendere che S.
Giovanni si era svegliato dopo la sua festa e, adirato perché
nessuno lo aveva avvisato della ricorrenza, si sarebbe vendicato
con grandinate e nubifragi. Si narra in proposito che un
abitante[2]di
Piano Ciero di Rosciano si trovasse come bracciante a mietere il
grano nella Marsica, dalle parti di Celano. Il lavoro era molto
duro e pare che il padrone fosse molto avaro, limitando al minimo
le quantità di cibarie e bevande (le “chumberzijune” ed altro) per
i lavoratori. Avvenne che il giorno successivo a S.Giovanni il
sole picchiava inesorabile sui mietitori ed uno di questi, che
chiese il fiasco prima del tempo, fu subito cacciato dal campo
senza nemmeno il pagamento della mezza giornata di lavoro. Nessuno
osava protestare, né avrebbe potuto, ma verso le tre del
pomeriggio dalla gobba di Monte Velino si levò una nuvola bianca
come la farina che cominciò a scaricare su Celano chicchi di
grandine grossi come noci. Il raccolto era ormai perduto ed il
padrone, disperato, correva al riparo pregando ad alta voce: “Oh
San Giuanne, oh Madonne de Celane!”
per far cessare il flagello. Ma i mietitori, nonostante che si
trovassero ancora all’aperto sotto la pioggia e la grandine, in
coro facevano il verso al padrone, gridando a squarciagola: “Ah
Madonne de Celane!”
e poi, piano per non farsi sentire da quello, “squaje
pure le campane!”,
auspicando, cioè, che la grandinata fosse talmente violenta da
fondere persino le campane.
[1]M.C. Nicolai, “La Madre del
Grano” in “D’Abruzzo”, a. XI, n. 46, pag.45
[2]Si tratta del mio bisavolo “Antonio
Palumbo” (1874-1963), così
come mi raccontava la buon’anima di mia nonna Angelina.
LA MIETITURA
Con
queste brevi note è nostro intento svelare, in linee
essenziali, i più evidenti significati antropologici che
caratterizzano uno dei grandi appuntamenti collettivi della
civiltà contadina, ossia la raccolta del grano, nelle sue
varie fasi scandite dalla mietitura alla trebbiatura dei
covoni. Appare opportuno, quindi, segnalare una pubblicazione
di Elvira Nobilio, "Vita tradizionale dei contadini
abruzzesi" (Olschki, Firenze 1962) che resta, nell’ambito
antropologico regionale, uno degli studi più validi e
accurati. Esemplari sono le pagine dedicate alla mietitura
nell’area vestina, anche perché documentano, in tempi
relativamente recenti (gli anni 40 del Novecento), strutture e
comportamenti interpretabili come sopravvivenze di riti
primordiali. "Nei mesi di giugno e luglio i braccianti
agricoli e i contadini che non possono affrontare senza operai
il lavoro della mietitura, vanno verso le due del mattino a
fa’ piazza; si riuniscono, cioè, nelle piazze del paese per
stabilire il contratto di lavoro che varia da giornata a
giornata. (...) Nel caso in cui abbiano fatto molta strada,
gli operai ingaggiati, all’arrivo, ricevono lu muccichelle,
consistente in pane unto, o anche in pane e salsicce, o in
pane e formaggio. Ha inizio poi la mietitura che è così
regolata: vengono formate squadre di trenta mietitori al
massimo. Uno di essi, il più capace ed il più svelto, detto il
caporale, si pone a destra all’inizio della fila; dall’altra
parte, a sinistra, si pone per ultimo lo staccone. Staccone
significa giovane asino. Lu caporale guida la squadra; a lui
spetta iniziare la nuova taglia da mietere e al suo ritmo di
lavoro devono adeguarsi tutti gli altri. (...) Verso le dieci
viene portata ai mietitori la colazione: baccalà, o anche uova
e peperoni, o salsicce. A mezzogiorno, la patrone porta lu
rimbizze: pane con formaggio o prosciutto. Verso le quattro e
mezza di nuovo lu rimbizze; quando alfine si è lasciato di
mietere, cioè verso le sette e mezza, vicino la casa e
possibilmente su un tavolo, si mangia dell’insalata con
prosciutto e pane. Il vino viene bevuto ad ogni pasto della
giornata e, tranne che in quello che si svolge a lavoro
ultimato, colui che deve avere per primo il fiasco è il
caporale. È una regola a cui si tiene moltissimo e, ancora
vent’anni fa, se vi si contravveniva, accadevano scene di
violenza e addirittura ferimenti con le falci e uccisioni.
L’acqua viene portata per primo allo staccone. - Lu povere
staccone è sembre burlate - e ho potuto constatare come gli
vengano diretti continuamente, intonati dal caporale, frasi di
dileggio con allusioni lascive. (...) Quando la mietitura è al
termine si ode spesso gridare: Daji che mmo l’acchjiappete la
quàjie! A lavoro ultimato, un fascio di spighe, prese
dall’ultimo covone o scelte tra le più belle nel corso della
mietitura, viene appeso davanti la porta o messo in casa entro
un vaso". Per quanto riguarda il grido dei mietitori vestini "Daji
che mmo l’acchjiappete la quàjie" occorre precisare come
esso rimandi ad una concezione ampiamente attestata nell’area
culturale europea: che lo spirito del grano sia incarnato in
un animale (molto spesso un volatile) e che sotto questa forma
sia presente sul campo, dove possa essere preso ed ucciso. Si
crede infatti che durante la mietitura l’animale fugga davanti
ai falciatori, rifugiandosi nell’ultimo fascio di spighe. In
quanto al mazzetto conservato tra le immagini sacre del
focolare, fino a quando i suoi chicchi non saranno mescolati
con quelli della semina, appare evidente che, come le spighe
del santuario di Eleusi o il praemetium latino sul
simulacro di Cerere, esso rappresenti la figlia vergine del
grano, la divina Kore, sposa di Dite, signora del sottosuolo e
delle ricchezze, e pegno di rinascita vegetale e del ciclico
ritorno sulla terra.[1]
L’INCANATA
L’incanata
è un comportamento rurale subalterno proprio dei proletari e
sottoproletari della fascia bracciantile, verificato e
studiato soprattutto in Abruzzo e, in genere, nei territori
appartenenti all’antico Regno di Napoli. In Abruzzo prende il
nome di “carella”, che secondo il De Nino deriverebbe
dal fatto che i protagonisti del costume urlano come cani[2].
Fin dall’antichità
i mietitori solevano gridare versi tragici e lascivi, con cui
piangevano la morte di un amante, ne ricordavano le imprese
erotiche e ne auspicavano il ritorno dall’oltretomba. I greci
chiamavano questi lamenti “Maneros”, corruzione
linguistica della formula egiziana “mââ ne hra” (vieni
a casa) con cui, nel Libro dei Morti, Iside, invocava il
ritorno di Osiride; oppure, riferendosi alle tradizioni dei
Fenici, “ailinos” o, infine, per quanto riguarda i
Frigi, “Lityerse”, in questo caso identificando il
canto con il giovane principe ucciso sul campo da una squadra
di mietitori[3].
Secondo il poeta Orazio, “i contadini del tempo antico,
vigorosi e contenti del poco, quando ormai avevano riposto nei
granai il frumento mietuto, con una festa davano ristoro al
corpo ed allo spirito… Insieme ai compagni di lavoro, agli
schiavi alla moglie fedele placavano la Terra con il
sacrificio di un porco, Silvano con il latte, il Genio, che fa
memori della brevità della vita, con fiori e con vino. Ebbe da
ciò origine la licenza fescennina che profonde in versi
alternati gli insulti rusticani. Codesta libertà, tollerata al
ritorno di ogni estate, passò come un gioco innocente fino a
quando, fattosi crudele, divenne aperta aggressione, entrando,
senza che vi si potesse reagire, fin nelle case della gente
dabbene”[4].
Cicerone ricorda che questi episodi furono repressi già
all’epoca delle Leggi delle XII Tavole[5]
e, più tardi, Sant’Agostino parla ancora di “parole
estremamente oltraggiose” connesse ai festeggiamenti dei
contadini[6].
La Chiesa ed il potere, nei pochi documenti che è stato
possibile reperire, rivelano il disagio dei ceti egemoni in
presenza di un uso ritualizzato che occasionalmente metteva in
crisi le strutture di potere e le divisioni classiste. In
linea generale, la “riprovevole usanza”, il “costume
barbarico”, i “modi disonesti” dei mietitori
divengono motivo di repressione in provvedimenti che, per
essere stati più volte rinnovati, si dimostrano senza
efficacia reale. Numerosi Sinodi provinciali del XVIII sec.,
riferiti dal Di Nola[7],
proibiscono, infatti, che in uno stesso campo mietano due
giovani innamorati, che si festeggi con danze la fine del
lavoro, che i mietitori si ritrovino insieme in qualche luogo
per mangiare, cantare o ballare insieme, ecc.. Il potere
civile seguiva di pari passo la legislazione repressiva di
quello ecclesiastico e basti per tutti l’esempio di don Pietro
di Toledo, marchese di Villafranca, vicerè di Napoli dal 1532
al 1553, che emanò una prammatica contro gli usi dei contadini
durante la mietitura. La rinnovata minaccia di sanzioni penali
nella legislazione ecclesiastica e civile dimostra che la
costumanza continuava nel tempo. E di tale permanenza
costituisce singolare documento la serie di decisioni che la
teologia morale cattolica prendeva in relazione al problema,
distaccandosi, con spirito di tolleranza, che rifletteva, del
resto, la non modificabile situazione di fatto, dall’ostentato
rigore delle leggi cadute nel vuoto. In sostanza, teologi come
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), fondatore della
morale cattolica contemporanea, ritenevano sì che la parola
oscena, come la bestemmia, costituisce peccato mortale, ma non
lo è se è detta per ira o per gioco come sono solito fare i
mietitori, i vendemmiatori ed i mulattieri.[8]
All’incanata
e all’uso di aggredire verbalmente i passanti nelle vicinanze
del campo di grano, fa riferimento Gabriele d’Annunzio, nella
celebre scena de "La Figlia di Iorio" (poi raffigurata
nell’omonima tela da Francesco Paolo Michetti, esposta ora nel
palazzo della Provincia a Pescara), quando Mila di Codra si
rifugia sulla pietra del focolare di Candia per sfuggire alla
bramosia dei mietitori, sebbene è da sottolineare che, come al
suo solito, il Vate mistifica il cerimoniale estivo ed
indebitamente esaspera taluni aspetti che nella realtà
abruzzese non sarebbero mai riscontrabili. Benché una non
vasta messe di lamenti e i plausi funebri raccolti in Abruzzo,
non consentano, soprattutto per la parte musicale,
comparazioni seriali, tuttavia la documentazione disponibile è
sufficiente ad evidenziare il segno che identifica e
sovrappone questi due livelli estetici e morali,
apparentemente distinti e contrapposti. Nella carella
riportata da Elvira Nobilio, diretta allo staccone, alla
padrona e allo straniero che passa vicino al campo, la
dimensione drammatica, quella erotica e quella sacrale sono
unite entro un patos continuo e percepibile.
Caporale: O staccone! o
signore! bass’e ttonno e ppulit’e nnett’e ssènza pennàcchjie!
pulite bbene queste rane a cciò che lu patrone nn zi langne!
facètiji fa la zitèlla come la vita di vòstra sorèlla!
Nu salut’a mme e nn’atr’a tte e
nn’atre a llu patrone e nn’atre a lla patrone e ddiceme na
parola a tutte la nòbbile combagnia:
Evviva Marie e cchji la crijò!
Tutti: Evviva Marie!
Caporale: Chji nn’à
rispòste s’à rrubbate lu pane!
Caporale: E je rvènghe da
monde e vvalle che nna visaccia sopr’a lle spalle! Piena di
pòlvere e ppalle!
E nghji nu puston’arruzzinite e
je e tte perdeme la vite!
Tutti in coro: Ah sasò! vi
cchji jù! vi! A sasò! ih!
Caporale: E je rvènghe da
Castèl del Monde, prima era prìngipe e mmo so’ conde! e mmo
so’ calate in màssima fortuna, dendr’a lla calle e ssu a lli
belluna!
Tutti: Ah sasò ecc...
Caporale: E ttu nghji ssa
vèsta rosscia e je nghji sti caze turchjine!
tiret’a bballe ca ci facemi na
fasscine!
Tutti: Ah sasò ecc...
Caporale: E je rvènghe da
Monde Bbèlle nghji nu pare di vaccarèllee nghji lu pindone di
melichjitongne ti dinghe na vòtte na ssa cionne!
Tutti: Ah sasò ecc...
IL CIBO
Come la carella anche il cibo, particolarmente abbondante e
sottoposto ad una serie di prescrizioni e tabù, assolve a una
funzione rituale e simbolica. Sopravvivenza di una religiosità
cerealicola, propria delle culture agrarie, il cibo consumato
sul campo dai mietitori, più che a norme igieniche e a
necessità concretamente nutrizionali e di reintegro delle
energie spese, necessità che pure la pesantezza del lavoro
impone, risponde al principio di risolvere e trasferire, in
una sfera attinente al Sacro, il rischio derivante dalla
morte, per uccisione, del Grano. In questo senso
l’eccezionalità alimentare della mietitura si pone
specularmente di fronte a quella del Carnevale. In ambedue le
occasioni la cultura contadina coniuga l’idea di morte e di
Eros, individuando nella seconda due categorie simboliche: da
un lato eros inteso come acme supremo del passaggio tra la
vita e la morte, dall’altro eros vissuto come espressione
eccezionale del basso. In questa prospettiva il consumo del
cibo assume la funzione rituale di esorcizzare il timore del
delitto e vincere il rischio della pena. Signora più che mai
dell’abbondanza, ella stessa personificazione del Grano
maturo, la padrona amministra il cibo della mietitura e della
tresca preparando le varie scansioni del regime che, a seconda
dei casi e dei luoghi, è lu sdijune o la culazione, le
chumberzijune, lu rimbinze, la stozza, la rimbrenna, i
maccheroni o le zite con la papera muta, i pollastri, le
lattughe, le insalate di pomodori e turtarelli, ma
soprattutto quell’inimitabile vino stumbrato o acquata,
che è poi una densa bevanda, ottenuta mescolando una parte di
vino cotto con cinque di crudo, e da allungare giudiziosamente
con l’acqua[9].
[1]
M.C. Nicolai, “Il
caporale, lo staccone e la quaglia”
in “D’Abruzzo”, a. XI, n. 46, pag.47.
[2]
A. Di Nola, “L’incanata”,
in “Scritti rari” a cura di I. Bellotta, E. Giancristofaro,
Rivista Abruzzese, Edizioni Amaltea, 2000, vol. I, pag.79.
[3]
M.C. Nicolai, “Canto
di Morte, Cibo d’Amore”
in “D’Abruzzo”, a. XI, n. 46, pag.48.
Vogliamo tentare, a questo punto, di descrivere le fasi principali
della trebbiatura qui a Rosciano, così come ce lo hanno riferito
coloro che l’hanno vissuta da protagonisti. Immaginiamo l’intera
lavorazione distinta in due momenti: un procedimento preliminare,
nel quale sarà raccolta la materia prima (il grano), e la
trebbiatura vera e propria. Il grano, come già ricordato, è
tagliato con il falcetto (la faucije), e raccolto in
manuppele (ogni “manoppele” è costituito da due o tre
vrangate, ossia fasci di grano con le spighe rivolte tutte
d’un verso). Con tredici o quattordici “manuppele” si forma nu
cavallette: “le manuppele” sono sistemati a croce, con le
spighe rivolte verso l’interno, facendo in modo che solo “nu
manoppele” sia posato sul terreno in funzione di appoggio. Gli
ultimi tre “manuppele” sono adagiati in maniera da fungere come
tetto de “lu cavallette”. Questa procedura, naturalmente, è
realizzata poiché il grano non è portato subito all’aia per la
successiva lavorazione. Infatti, alla fine della mietitura vi è la
fase intermedia della carrature o ammucchie: con il
carro trainato dai buoi, “le manuppele” sono trasportati sull’aia
della masseria o della casa colonica e lì sistemati uno sopra
l’altro in modo da formare un grosso tumulo, la mucchia,
appunto, che può assumere la forma di cubo (mucchia quadrata)
o di cupola (mucchia a ove de paparone). Dal momento che
possono passare anche dieci o quindici giorni prima che la
trebbiatrice sia collocata sull’aia, la “mucchia” deve essere
riparata dalla pioggia, utilizzando un telo o, più spesso, gli
stessi “manuppele” opportunamente sistemati. Le macchine
trebbiatrici erano possedute da pochi proprietari: per le campagne
roscianesi si ricordano, tra gli altri, Maurine d’oro (Gagliardi),
Dunate de lu Zuare, Don Ernesto D’Alfonso, lu Trappetare
(D’Amico) di Villa Badessa, Peppe de Giurdane, Carl’Antonie di
Carpineto, Zompafenestre di Pianella e Arist di Cugnoli.
Finalmente, nel giorno stabilito, la “trebbia” è collocata
sull’aia. Le più antiche macchine erano legate ad un trattore
alimentato a carbone o “a testa calda”, tramite una cinghia di
trasmissione. Al momento di incominciare il lavoro viene fatta
suonare una sirena posta sulla trebbiatrice, accompagnata dal
grido: Arrivàte! Una o due persone salgono sulla “mucchia”,
sciolgono “le manuppele” e li gettano direttamente nella trebbia
aiutandosi con un forcone (in epoca più recente, invece, il grano
è posto su un nastro trasportatore). La paglia, separata dai
chicchi di grano, è afferrata con l’alzapaglia e depositata
a parte per formare un successivo cumulo, la serra. Quest’ultima
è coperta con una intelaiatura di canne (la mannèlle) sulla
quale si inserisce la spedeve, ossia un’erba di prato
simile al grano, per formare un riparo contro le intemperie.
L'associazione, costituita a tempo indeterminato, non persegue fini di
lucro. Essa ha per scopo l'organizzazione e l'esercizio di attività
sportive dilettantistiche, la formazione e la preparazione di squadre
nella disciplina sportiva calcistica, compresa l'attività didattica per
l'avvio, l'aggiornamento e il perfezionamento della medesima attività
sportiva nel quadro, con le finalità e con l'osservanza delle norme e
delle direttive emanate dal C.O.N.I. Si propone anche di organizzare feste
e attività ricreative insieme ai ragazzi del paese.
Via Ripe San Lorenzo, 10 65020 Rosciano (PE) Tel. 328 437 69 25
Antonio Mezzanotte nato a
Pescara il 23 dicembre 1974, residente a Rosciano (Pe). Dopo aver
conseguito la maturità scientifica presso il liceo scientifico
statale "G.Galilei" di Pescara, si iscrive alla Facoltà di
Giurisprudenza di Teramo, laureandosi nel dicembre 2002 con una
tesi in storia del diritto italiano sul tema "I catasti di
Rosciano dal XVII al XIX secolo" (analisi storico-giuridica della
documentazione catastale conservata nell'archivio comunale di
Rosciano con riferimenti alla legislazione in materia catastale
vigente nell'Italia meridionale dal periodo aragonese all'epoca
napoleonica, corredata dalla trascrizione integrale del catasto
1677 e di uno stralcio di un catasto più risalente scoperto su una
pergamena del 1637 conservata nell'Archivio di Stato di Pescara).
Impegnato da diversi anni nella riscoperta e nella valorizzazione
del patrimonio culturale roscianese, ha pubblicato:
- 1999: "Ad Castrum Rosciani, viaggio nella nostra storia", una
prima monografia che, attraverso brevi schede, ripercorre le tappe
della storia roscianese dal medioevo all'età contemporanea, con
particolare riguardo ai beni architettonici e con un primo
tentativo di censire le numerose fontane rurali presenti nel
territorio;
- 2001: "Rusciane pahese me, tra poesia e folclore" (Ed. Rivista
Abruzzese). Raccolta di poesie dialettali con note sulle
tradizioni popolari roscianesi e con la trascrizione di una
versione locale de "La leggenda di Sant'Alessio". Presentazione
del prof. Emiliano Giancristofaro;
- 2002: E' curatore, insieme al prof. Vittorio Morelli, della
ristampa anastatica di un documento del XVIII secolo: "Difesa per
l'Università di Rosciano contra don Zopito de Felici Barone della
Medesima" dell'avvocato Domenico Bracale, introducendo il testo
con uno studio dal titolo "Profilo storico del territorio
roscianese dal XVII al XIX secolo: il problema delle fonti e la
Difesa di Domenico Bracale".
- 2004: "L'ultimo medico di campagna. Omaggio a Tullio de
Fabritiis nel XX anniversario della scomparsa", una raccolta di
testimonianze sulla vita e l'opera del dottor de Fabritiis, medico
a Rosciano per 41 anni.
Ha pubblicato, inoltre, i seguenti
articoli su riviste e periodici:
- 1995: "Rosciano: storia, arte, natura e tradizioni" (La Nuova
Provincia di Pescara);
- 1995: "Un pezzo di Albania in Abruzzo" (La Nuova Provincia di
Pescara);
- 1997: "Rosciano ed il Natale della memoria" (L'Officina);
- 2000: "Il culto di S.Antonio di Padova a Rosciano" (opuscolo,
poi pubblicato su "Rusciane pahese me");
- 2001: "La chiesa di San Giovanni Gerosolimitano a Rosciano"
(Rivista Abruzzese), con la trascrizione di un inedito testo del
XVII secolo.
- 2001: "Appunti per un itinerario artistico di Rosciano" (Settembrata
itinerante, XXIII ed.);
- 2003: "La mietitura, l'incanata, il cibo, la festa di San
Giovanni, la trebbiatura nelle tradizioni roscianesi" (opuscolo
della "1a Festa della Trebbiatura", La Panarda, Penne,
luglio 2003).
- Collabora dal 1996 con il periodico d'informazione "L'Officina".
Insieme alla Pro Loco di Rosciano è stato ideatore della Fiera di
San Nicola, un primo tentativo di far conoscere al grande pubblico
il centro storico medioevale di Rosciano. In qualità di Presidente
dell'Associazione Culturale "La Panarda" di Rosciano ha
organizzato incontri sulla storia e le tradizioni abruzzesi ai
quali sono intervenuti diversi studiosi:
- 2001: "Feste e riti di Maggio" con la partecipazione del prof.
Emiliano Giancristofaro;
- 2001: "Il ciclo di fine anno nelle tradizioni popolari
abruzzesi" con la partecipazione del prof. Emiliano Giancristofaro;
- 2002: "L'Abruzzo nel Settecento" con il prof. Umberto Russo ed
il prof. Vittorio Morelli;
- 2003: "Omaggio a Modesto Della Porta" con il prof. Umberto
Russo, la prof.ssa Mira Cancelli e Massimo Arcieri;
- 2003: "Versi d'autore per un autunno paesano", rassegna di
letture dedicate ai poeti dialettali abruzzesi, con la
partecipazione dello studioso Massimo Arcieri;
- 2003: "Il cammino dell'arte: origini e contemporaneità tra
leggenda e realtà", corso di storia dell'arte per adulti e
ragazzi, con la partecipazione della prof.ssa Mira Cancelli.
Inoltre, riesce a recuperare una
preziosa miscellanea di cinque inediti scritti datati alla seconda
metà del XVIII secolo, contenenti controversie giuridiche tra
famiglie nobili, città e paesi abruzzesi. Ha collaborato più volte
con le scuole elementari e medie di Rosciano in lavori
interdisciplinari sulla storia e sulla cultura rurale roscianese.
E' stato promotore presso l'Amministrazione comunale di Rosciano
della dedica di numerose vie del paese a personaggi storici
locali. Dal 2003 è Socio della Deputazione Abruzzese di Storia
Patria. Per informazioni: a.mezzan@tiscali.it