STRUMENTI CONTADINI   

BRIGANTAGGIO

PORTONI

GROTTE PASTORALI

SANTI

MULINI

 

 

 

SU ORDINAZIONE SI ESEGUONO LAVORAZIONI ARTIGIANALI IN LEGNO DI MODELLISMO, PRESEPI, RIPRODUZIONI AMBIENTI CONTADINI ED ALTRO. INFO pungolonews@yahoo.it

 

 

 

  

 

 

      

 

 

 

     

 

 

STRUMENTI CONTADINI   

 

 

 

 

 

                     

     

 

 

              

 

 

 

 

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sopra gli archi si abitava; sotto gli archi si transitava, si ripigliava fiato, vi si aveva il conforto dell’anticasa e, gli animali, dell’antistalla...

(I. Di Marco, 1988)

 

 

                    

 

 

             

 

 

              

 

 

            

 

 

 

 

Il brigantaggio

 

 

Il brigantaggio è stato un fenomeno endemico della Majella. Abbiamo già ricordato alla fine del 500 le imprese di Marco Sciarra e della sua banda e per tutto il seicento e settecento ad ogni crisi ricorrente sulla montagna si riversavano uomini disperati che si univano per il saccheggio e la depredazione. Sempre furono segnalati scorrerie ed atti di vandalismo con continue recrudescenze nel corso dei decenni. La nuova legislazione piemontese ed in particolare la ancora una volta disattesa riforma agraria  insieme alla coscrizione obbligatoria furono il motivo scatenante del riacutizzarsi di questa piaga che divampò cruenta tra il 1860 ed il 1868. Il brigantaggio trasse alimento da una sollevazione corale contro la miseria e le misure restrittive del governo che non facevano intravedere sbocchi imminenti alle aspettative di miglioramento di vita delle popolazioni soprattutto dopo la popolazioni rurali e montane. Dopo la promulgazione della legge Pica nel 1863- si assistette ad una repressione sanguinaria, ad una serie di processi e di fucilazioni che insanguinarono tutta la Majella. In tutti i versanti del monte furono attive bande di briganti che, dopo una fase iniziale in cui godevano dell’ appoggio delle popolazioni locali, poi si diedero a saccheggi ed uccisioni terrorizzando intere comunità. Incendiarono e depredarono, casolari isolati e masserie prima; dopo divennero tanto numerosi da assaltare gli stessi centri abitati della montagna. Le bande che furono maggiormente atti ve scorazzarono -infatti- per tutto il territorio del massiccio e qui si rifugiavano in nascondigli me spugnabili. La vegetazione folta, dei valloni d’alta montagna, le grotte e anfratti naturali dove si ritiravano dopo ogni impresa banditesca impedivano all’esercito regio di inseguirli. Per arginar li fu costruito sul monte Cavallo un fortino -il Blockhaus’ che di venne l’avamposto avanzato del l’esercito piemontese ed i cui resti sono ancora esistenti a poche centinaia di metri dalla tavola dei briganti, un pianoro di roccia viva sui cui massi questi irridevano, quasi come in una guerra di trincea, con scritte dileggianti Vittorio Emanuele. Non vi fu centro della montagna che non ebbe in questi anni lutti e distruzioni ed anche dopo che la commissione di inchiesta stabilì come causa principale degli eventi la mancata attuazione della riforma agraria. Questa rimase ancora nel dimenticatoio. I centri dei brigantaggio, da cui provenivano i nomi di spicco ed i capi furono Guardiagrele con Domenico Di Sciascio, Mai capo indiscusso della famigerata le “Banda della Majella” insieme al Nicola Marino di Roccamorice; Caramanico, dove operarono Luca Pastore ed Angelo Colafella; Pacentro con Pasquale Mancini. Questi caddero tutti, eccetto il Colafella che ebbe il carcere a vita, fucilati o in scontri a fuoco non prima però di aver costretto per quasi dieci anni nel terrore l’intera comunità della Majella.

 

 

 

 

LE GROTTE PASTORALI DELLA MAJELLA

 

 

Quanto rimane dei ricoveri pastorali sulla montagna abruzzese è ben poca cosa se paragonato al numero di ovini un tempo transumanti ed al lunghissimo arco di tempo interessato da queste migrazioni stagionali. Vi sono, è vero, alcune grandi masse- ne che costituivano il centro di grosse aziende armentizie e che ancor oggi parlano con le loro mura dirute dell’antica prosperità, ma sui pascoli rimanevano soprattutto i circoli scuri degli stazzi e gli scheletri delle minuscole capanne di rami che si sarebbero disfatti nel corso dell’inverno. Tracce poco più evidenti hanno lasciato gli alleva tori stanziali che praticavano la monticazione ed erano più legati a luoghi fissi anche perché a volte associavano all’allevamento una magra agricoltura di montagna. Per essi la piccola casetta in muratura, la capanna, o il complesso in pietra a secco, la grotta scavata nel tenero conglomerato ed il riparo sotto roccia chiuso con pietre e rami rappresentarono l’abitazione estiva: il quotidiano o saltuario ritorno in paese da questi luoghi dipendeva esclusivamente dalla distanza e dal grado di sicurezza che si aveva nel lasciare il bestiame incustodito anche se rinserrato nel ricovero. Le caratteristiche del luogo ed i materiali di cui si poteva dispone determinavano la scelta della abitazione stagionale. Certamente la presenza di ricoveri naturali quali grotte, o anche semplici ripari sotto roccia, non poneva dubbi sulle scelte, in quanto bastava realizzare solo alcune sommarie opere di chiusura per renderle abitabili. In questo lavoro, tratto da un’ ampia ricerca sui ricoveri agro-pastorali in Abruzzo, esamineremo alcune grotte pastorali e la tipologia di chiusura. Le grotte sono quelle che si aprono nei numerosi valloni della Majella poiché solo su questa montagna la montiCazione in grotta assume una importanza ed una entità tale da permettere uno studio completo. Il fenomeno della monticazione, transumanza verticale che avveniva nell’ambito dello stesso comune, sicuramente meno epico ed imponente della transumanza, e forse anche per questo meno noto, vanta però una ininterrotta continuità nel tempo, poiché esso ha risentito in misura minore dei numerosi sconvolgimenti che negli ultimi due millenni hanno interessato l’Italia. Infatti, mentre per la transumanza la stabilità politica era condizione necessaria per garantire con leggi protettive un tranquillo esodo alle greggi che dai monti abruzzesi si recavano nei lontani pascoli invernali e viceversa, per la monticazione è lecito pensare che periodi politici meno tranquilli non ne impedivano l’esistenza, poiché ci appare molto improbabile che in tali periodi sia scomparsa ogni forma di allevamento ed è logico suppone che, pur tra mille difficoltà, si siano conservati sparuti greggi per una economia di pura sopravvivenza. D’altra parte questo periodo estivo trascorso sui pascoli montani poteva anche rappresenta re una parentesi di maggiore tranquillità per gli uomini e di sicurezza per le greggi: non dimentichiamo infatti che nel corso di invasioni o di incursioni piratesche una delle poche vie di salvezza era rappresentata dalla fuga sui monti. Fino a qualche decennio fa ogni vallone costituiva un microcosmo densamente popolato di uomini, pecore e cani, con tutti i problemi che tale affollamento creava: sconfinamenti sui pascoli altrui, corsa all’occupazione delle grotte migliori, liti e vecchi rancori fra famiglie portati su dal paese insieme al gregge e alle poche masserizie. Le condizioni di vita dei pochi pastori che vivono ancora in grotta non sono cambiate molto da allora e rispetto ai secoli passati: alcuni usano ancora il caglio di capretto, portano ai piedi le “chiochie”, dormono sulla lettiera di pino mugo. Troviamo alcune intrusioni moderne nel materiale di recupero usato per chiudere la grotta, o per recintare Io stazzo: lamiere, teli di plastica e reti metalliche. Ma i tempi del lavoro ed i gesti sono rimasti quelli di una volta e così pure la mentalità del pastore. Tutto in lui è essenziale, senza alcuno spreco di energie. Per il gregge che si sbanda basta un fischio indirizzato al cane, o una pietra lanciata nel punto giusto. La grotta, nonostante sia frequentata da anni con continuità visto che non vi sono più contese per occuparla, è sempre estrema mente povera; non si nota alcuna concessione alla minima comodità, alcuna volontà di renderla un po’ più confortevole. Ciò rivela la mentalità ormai acquisita, ereditata, divenuta quasi caratteristica di una razza, di chi cioè è abituato a partire all’improvviso per un riparo posto più in alto, o a ridiscendere la valle in un autunno precoce e non ha la certezza di tornare negli stessi luoghi. Non vale la pena di affaticarsi troppo per qualcosa che appartiene solo alla montagna; conviene vivere quei pochi mesi estivi come il proprio gregge: ai sole, all’acqua, al vento. Dopo il duro inverno, durante il quale le pecore stanziali, a piccoli gruppi, si accontentavano di poco brucando sulle stoppie e sui terreni esenti da coltivazioni, in terreni pietrosi abbandonati, lungo le siepi, agli argini delle strade, sui tratturi, sui prati stabili dopo la seconda e terza falciatura, i valloni della Majella si popolavano di pecore e pastori che lentamente rioccupavano le antiche grotte seguendo quasi il ritiro delle nevi. La salita ai pascoli alti inizia va nel mese di maggio, con l’occupazione delle grotte più vicine ai paesi, e terminava verso la fine di giugno, quando le greggi raggiungevano le sedi stabili, le grotte più alte vicine ai pascoli estivi. Qui avrebbero trascorso almeno due mesi fino a quando i primi freddi non avessero consigliato il ritorno in paese. Tutti le valli della Majella erano interessate un tempo da questo fenomeno, e due di queste hanno conservato fino ad oggi, quale raro relitto, alcuni esempi di vita pastorale in grotta: la Valle di Pennapiedimonte (Chieti) e la Valle di Fara S. Martino (Chieti). Alcuni pastori con le loro greggi compiono l’antico tragitto occupando alcune grotte in funzione della crescita delle erbe primaverili. Le grotte più vicine ai paesi (dai 500 ai 1000 m) sono molto curate e chiuse da alte mura a secco: ciò è dovuto al fatto che il pastore torna ogni sera alla propria abitazione ed è pertanto necessario proteggere il gregge lasciato incustodito. Al di sopra del muro viene realizzata una coronatura con rami di pino mugo o ginepro per rendere ancora più difficile l’ingresso ai predatori. Nel ricovero ovviamente manca la zona adibita a giaciglio per il pastore ed anche il focolare è piuttosto raro: il latte della mungitura viene portato giù in paese. L’ingresso allo stazzo è minuscolo (H=60-80 cm, L= 40cm), chiuso spesso da un cancelletto realizzato con rami intrecciati. Le mura a secco sono a volte aggettanti verso l’interno e realizzano quasi la completa chiusura del riparo. In alcuni casi lo spazio terminale viene chiuso da larghi lastroni obliqui che si appoggiano alla parete rocciosa. Nelle grotte della parte centrale delle valli (dai 1000 ai 1500 m), ad una distanza dal paese che permette il rientro con alcune ore di cammino, si comincia a notare la presenza di un sommario giaciglio e di un focolare ricavati nello stesso recinto dello stazzo. Le mura rimangono sempre di spessore ed altezza considerevoli, ma i segni di una permanenza fissa del pastore sono piuttosto scarsi. Quando il pastore non scende a valle è facile per i familiari raggiungerlo periodicamente per portargli le provviste e ritirare i formaggi. Nelle grotte più alte (dai 1500 ai 2500 m), quelle che si aprono immediatamente al di sotto degli ampi pascoli estivi, la tipologia di chiusura del riparo cambia bruscamente. Basse mura a secco fatte con poca cura sostengono recinti in rete o in rami di pino mugo. Nelle grotte che presentano una buona abitabilità lo stazzo occupa la parte più interna ed è chiuso da una semplice rete. In questi casi la difesa del gregge è lasciata alla prontezza del pastore e dei suoi cani. Vicino allo stazzo, ma al di fuori di esso, si trova un piccolo recinto in pietra costruito nella parte più asciutta del riparo: le mura in pietra a secco raggiungono spesso la volta rocciosa realizzando la completa chiusura del piccolo ambiente. All’interno troviamo una lettiera costruita con tronchi e rami di pino mugo e, vicino a l’ingresso un focolare. Le poche suppellettili del pastore sono custodite in nicchie scavate nella roccia o appese a rami incastrati fra suolo e volta rocciosa e a ganci di legno infissi nella volta. Per dare un’idea della ricchezza numerica di tale fenomeno pastorale ricordiamo che solo sul massiccio della Majella ci sono circa 300 grotte pastorali.

Grotticelle alle saliere.

Si tratta di alcune grotticelle che si trovano nel Vallone di Izzo (Lettopalena-Chieti) a circa 900 m. di quota. Esse sono parzialmente o completamente chiuse da mura a secco aggettanti verso la parete. Una di esse presenta delle mura particolarmente alte realizzate a gradoni per ovviare alla ripidità del pendio. In queste grotte il pastore rinserrava le pecore chiudendo l’ingresso con solidi cancelletti in legno e scendeva in paese per la notte. Il loro nome deriva dalla presenza nei dintorni di alcune pie tre piatte ove si metteva il sale per le pecore. Grotta Cavaliere. In un isolato sperone roccioso della valle di Pennapiedimonte (Chieti), a quota 1100 circa, si aprono una grande grotta e due piccoli ripari chiusi con muri a secco situati alla base ed alla sommità della rupe. La grotta principale, detta anticamente S. Angelo, e i due ripari non mostrano segni di giacigli e di focolari: data la vicinanza al paese i! pastore, rinserrate  le pecore nell’ovile, rientrava a casa per la notte.

Grotta di maccalette.

È un grande riparo posto ad oltre 1000 metri di quota nel Vallone di Izzo (Lettopalena-Chieti). È chiuso con mura a secco che arrivano quasi alla volta rocciosa. Dilato all’unico ingresso si distingue un piccolo ambiente ove si trovava il giaciglio del pastore. È una delle ultime grotte che si incontrano risalendo la valle.

Grotta dell’Acqua del Tasso.   

È un ampio riparo della Valle di S. Spirito (Roccamorice Pescara) chiuso in pietra a secco e situato al di sopra di una sorgente. È evidente una piccola e modesta appendice, vicina all’ingresso dello stazzo, riservata al pastore. Poiché la zona è ricca di complessi agro pastorali in pietra a secco, questa modesta zona abitativa fa pensare che il riparo rappresentasse una dipendenza di uno dei vicini complessi di capanne. Secondo una antica tradizione Torquato Tasso, dopo la fuga dal convento di S. Francesco di Ferrara, soggiornò nell’eremo di S. Spirito e si recava spesso a questa fonte per cercare pace e tranquillità. 

Pietro Cioppo.

È  un ampio riparo a quota 1700 m., da molti anni occupato da un pastore di Pennapiedimonte (Chieti). Di recente il ricovero è stato attrezzato a bivacco per escursionisti.

Grotta del Peschio. 

Questa bella grotta, a quota 1500metri circa, domina la parte centrale della valle di Fara 5. Martino (Chieti). L’ampia balconata rocciosa antistante l’ingresso è un magnifico belvedere naturale. La parte più interna della grotta è chiusa con pali e rete metallica. In un angolo, all’ingresso della grotta, c’è un piccolo ambiente abitativo realizzato in pietra a secco nel quale troviamo una bella lettiera in pino mugo.

 

Edoardo Micati

Ricercatore, esperto in architettura in pietra a secco, eremi, luoghi di culto rupestri e mulini ad acqua. È autore di numerose pubblicazioni, collabora con la rivista francese Cerav dell’Università di Parigi

 

 

 

 

 

SANTI D'ABRUZZO E CHIESE RURALI