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     IL CODICE DELL'AMBIENTE

Notizie dalla Regione Abruzzo
 

E i Termovalorizzatori?   Emergenza rifiuti in Abruzzo

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No alla discarica in Via Pescara!

 

ROSCIANO - Una lettera anonima, inviata il 10/12 al quotidiano il Centro, ha avuto un effetto boomerang, devastante. Alcuni mesi fa, l'Ing. Merlino (costruttore di Megalò) si è fatto portavoce di una proposta, presentata in Comune dalla ditta MB Dumping Ground Treatment il cui amministratore è Giuseppe Bellia. Nel dettaglio di questa proposta, ci sarebbe un progetto per un impianto di compostaggio e smistamento fanghi provenienti da inerti dell'edilizia e di scarti di acque reflue urbane ed industriali e dovrebbe essere realizzato nella zona dell'ex cava di ghiaia ed argilla in località "Colle Popoli" in Via Pescara. La zona è classificata come da adibire ad attività artigianale, industriale e commerciale di espansione. Al Comune sarebbero stati promessi introiti pari a 3 milioni di euro l'anno per 10 anni, dopo i quali il progetto prevede la costruzione di un parco giochi ricreativo, sopra i rifiuti non pericolosi. Ma alla luce di quello che è accaduto e sta accadendo in Italia ed in Europa chi ci dice che non vi sia pericolo che questi rifiuti siano tossici? Nessuno. E poi le distanze non dovrebbero essere di almeno 2 Km dal centro abitato? Il Sindaco afferma che il progetto non verrà preso in considerazione. A noi della redazione di Pungolo, ci sembra un atto dovuto per moralità, responsabilità verso i cittadini. Si deve far capire a tutti i facoltosi imprenditori che qui a Rosciano siamo disposti a lottare pur di difendere la nostra terra . Vigileremo sui "raggiri". A suon di soldi facili pensano di comprare le loro fortune a discapito di una comunità che esige TRASPARENZA, AMA IL PROPRIO TERRITORIO E LA PROPRIA SALUTE, ma qui da noi sbatteranno i denti!

A Rosciano il prossimo impianto di rifiuti della famiglia Bellia


ROSCIANO - L'Abruzzo al centro di traffici illeciti di rifiuti pericolosi. Un giro vorticoso di denaro che da sempre vede come fulcro come se semplice via di passaggio la nostra regione.  Dopo gli arresti eccellenti dei fratelli Walter e Angelo Fabrizio Bellia, accusati di smaltimento illecito di rifiuti tossici, a Rusciano, sulla collina di fronte Chieti, si diffonde il malumore per una nuova attività della famiglia leader nel campo dei rifiuti. L'operazione della procura di Chieti denominata "Quattro mani" ha disegnato per ora solo parzialmente una intricata mappa dello smercio di rifiuti che attraverso la manomissione delle carte diventavano rifiuti normali da smaltire nelle discariche di mezza Italia.  Una notizia dirompente per tutta la regione che ha fatto saltare sulla sedia, per ora, soltanto gli ambientalisti ed un gruppetto sparuto di persone con residenza a Rosciano. È nel piccolo comune, infatti, che qualche mese fa è stato presentato un progetto che prevede la realizzazione di un impianto industriale di trattamento chimico-fisico di rifiuti non pericolosi con il successivo deposito e stoccaggio nel sottosuolo.  Il progetto è stato presentato da una società il cui amministratore sarebbe Giuseppe Bellia: la Mb Dumping Group Treatment. L'impianto di trattamento rifiuti dovrebbe essere realizzato nella cava di ghiaia e argilla ormai dismessa in località Colle Popoli.
 

 

   Ing Merlino                             

 

NORMATIVA EUROPEA ED ITALIANA

Le modalità di smaltimento/riutilizzo più frequenti dei fanghi a livello europeo riguardano lo smaltimento in discarica, il riutilizzo in agricoltura tal quali o dopo aver subito un processo di compostaggio, l’incenerimento da soli o il co-incenerimento con i rifiuti, l’inserimento nella produzione di laterizi, asfalti, calcestruzzi. In Italia i fanghi sono considerati un rifiuto speciale e il loro prevalente destino è lo smaltimento in discarica o a seconda delle normative regionali specifiche lo spandimento su terreni agricoli. Il ricorso al compostaggio riguarda una parte minima, data anche la carenza di impianti. Poco sfruttato il trattamento di digestione anaerobica con produzione di biogas (che può poi essere bruciato per produrre calore ed energia elettrica) e materiale organico da avviare a trattamento di compostaggio per farne ammendante agricolo. Nemmeno il ricorso alla combustione previo essiccamento dei fanghi in impianti a biomasse è al momento una pratica diffusamente perseguita, nonostante la direttiva europea (77/2001) inserisca i fanghi di depurazione nel capitolo biomasse, come parte biodegradabile dei rifiuti (in questo caso industriali).

La tutela e la gestione delle acque assumono da molto tempo un ruolo rilevante; a livello italiano la prima disposizione legislativa in materia di acque pubbliche risale al 1933 (Regio Decreto 11 dicembre 1933 numero 1975), allorché attraverso un testo unico si regolamentò l'uso e la possibilità di dichiarare l'acqua risorsa di pubblico interesse.

Il 10 maggio del 1976 la Legge Merli (319/1976) ha introdotto le prime “norme a tutela delle acque dall'inquinamento”. Gli aspetti innovativi della Legge Merli furono principalmente quattro:

  • la disciplina unica degli scarichi di tutte le acque e l'obbligo di autorizzazione per qualsiasi nuovo scarico;
  • l'organizzazione di pubblici servizi di acquedotto, fognatura e depurazione;
  • la redazione di Piani regionali di risanamento delle acque;
  • il rilevamento, da parte delle Regioni, delle caratteristiche qualitative e quantitative dei corpi idrici.

Le disposizioni della Legge Merli (abrogata in seguito dall'articolo 63 del Decreto legislativo 11 maggio 1999 numero 152 “recante disposizioni sulla tutela delle acque dall'inquinamento e recepimento della direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane e della direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque dall'inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole”) hanno poi anche rappresentato le basi nell'emissione della Legge 18 maggio 1989 numero 183 relativa alle “norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo”.

Scopo della Legge 183/1989 è quello di "assicurare la difesa del suolo, il risanamento delle acque, la fruizione e la gestione del patrimonio idrico per gli usi di razionale sviluppo economico e sociale, la tutela degli aspetti ambientali ad essi connessi".
Attraverso le normative contenute nella 183/1989, si individuano anche una serie di strumenti atti al raggiungimento di tre macro obiettivi:

  • l'identificazione dei bacini idrografici (considerati come ecosistema unitario),
  • l'istituzione delle Autorità di Bacino (preposte alla gestione dei bacini e alla predisposizione di piani di settore),
  • l'avvio dei Piani di Bacino (strumento principale per acquisire la conoscenza delle situazioni in atto, individuare i fattori critici e gli interventi necessari, programmare l'utilizzo delle risorse idriche e pianificare gli interventi da attuare su base triennale).

Con l'entrata in vigore della legge 5 gennaio 1994, numero 36, “Disposizioni in materia di risorse idriche” si è avviato un complesso ed articolato processo finalizzato ad ottenere una riorganizzazione territoriale e funzionale del “Servizio Idrico Integrato”, inteso come l'insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e di distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue.
Nota anche come Legge Galli, la 36/1994 sancisce che "tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà
".

Tale Legge poi, oltre ad affermare la priorità dell'uso dell'acqua per il consumo umano, getta le basi per il passaggio da un sistema frazionato delle gestioni ad un organico sistema imprenditoriale, delineando un processo di trasformazione del settore idrico di grande importanza e complessità, il cui obiettivo finale è la gestione integrata dell'intero ciclo dell'acqua (i cui costi siano interamente coperti dalla tariffa) realizzata su adeguati livelli di efficienza, efficacia ed economicità. Con la Legge Galli si punta mira inoltre a risolvere tre problemi fondamentali:

  • la molteplicità delle gestioni
  • la frammentazione del ciclo tecnologico,
  • lo scompenso tra le tariffe attuali ed il costo del servizio.

La ridefinizione degli aspetti economico-tariffari previsti dalla Legge Galli attraverso l'introduzione di nuovi termini come Autorità d'Ambito, Approvazione del Piano d'Ambito, ed Affidamento Gestione Sistema Idrico Integrato, stabilisce un importante principio, e cioè che l'onere della gestione deve ricadere sulla tariffa, elemento regolatore del sistema, in quanto il costo del servizio deve essere sopportato dagli utenti e non dalla intera collettività nazionale.

 

"Prestigiatori" di rifiuti, arrestati i fratelli Bellia

da www.primadanoi.it

L’operazione “Quattro mani”  coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Chieti (sost. Proc. Giuseppe FALASCA) - condotta dal N.O.E. di Pescara del Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente, ha disarticolato un’organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti, con base in Abruzzo e diramazioni in diverse altre regioni del territorio nazionale.  L’indagine durata quasi due anni, ha svelato un imponente traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi, che venivano smaltiti illecitamente in compiacenti discariche nazionali, con la  sistematica cooperazione di trasportatori, impianti di gestione di rifiuti, intermediari, laboratori analitici e produttori.  Fulcro delle attività illecite, presso cui confluivano dall’intero territorio nazionale centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali pericolosi e non, era un impianto di trattamento rifiuti operante nella zona industriale di Chieti Scalo, regolarmente autorizzato dalla Regione Abruzzo. «Prestigiatori» di rifiuti, che simulavano il trattamento di imponenti quantità di materiali speciali e pericolosi declassificandole come monnezza ordinaria, da smaltire tal quale nelle discariche. Fulcro del traffico illecito, la società Seab di Chieti scalo, titolare di uno dei più grandi impianti di gestione dei rifiuti del centro Italia. Queste le accuse che i carabinieri del Noe di Pescara, alla fine di una inchiesta lunga e meticolosa, hanno presentato sul tavolo della procura di Chieti.  Ipotesi di reato che si sono trasformate in provvedimenti cautelari e hanno coinvolto altre 36 persone. Il giudice per le indagini preliminari, Marco Flamini , ha emesso cinque ordinanze di custodia, di cui tre in carcere, su richiesta del sostituto procuratore Giuseppe Falasca . Primo nella lista delle contestazioni è Walter Bellia , 51 anni, teatino, responsabile legale dell’azienda Seab, nominato qualche settimana fa vicepresidente della Chieti calcio. Con lui il fratello, Angelo Fabrizio Bellia , di 49, responsabile delle manutenzioni e socio della stessa ditta. In carcere è finito anche Maurizio Minichilli , 43 anni, di Manoppello, avvocato del foro di Pescara e consulente legale della Seab. Agli arresti domiciliari sono Simone Batilde , 27 anni, pescarese residente a Spoltore, responsabile del laboratorio chimico interno alla ditta teatina, dipendente dell’Agenzia regionale per la tutela ambientale di Chieti (Arta) oltre a Massimo Colonna , 38, di Atessa, residente a Pescara, consulente esterno dalla società dei fratelli Bellia e impiegato in una ditta di gestione dei rifiuti a Pisa. Per tutti le accuse sono di falso, trasporto illegale di rifiuti e truffa aggravata ai danni dello Stato. Il gip Flamini non ha accolto la contestazione di associazione per delinquere e ha rigettato la richiesta di arresto per altre dieci persone.  L’operazione denominata «4Mani» allude proprio all’abilità di trasformare rifiuti pericolosi in non pericolosi o addirittura in materiale inerte. A illustrarne i contenuti è intervenuto ieri, nel comando provinciale dei carabinieri di Chieti, il procuratore capo Ermanno Venanzi , accompagnato dal sostituto Falasca, magistrato titolare dell’inchiesta, con il tenente colonnello dei carabinieri Antonio Menga , del gruppo tutela ambientale di Roma, e il tenente Fiorindo Basilico , del Noe di Pescara. L’attività di indagine parte nel 2006, quando proprio il Noe di Pescara avvia il monitoraggio di un flusso di rifiuti speciali, apparentemente non pericolosi, convogliati da aziende di trasporto campane in diverse discariche nazionali. «Ci sono ancora molti aspetti da approfondire» ha sottolineato il procuratore Venanzi, che parla di «guadagni rilevanti» attorno a un traffico che avrebbe movimentato, in due anni, circa 150mila tonnellate di rifiuti con un giro d’affari stimato intorno ai tre milioni di euro. Da chiarire è certamente perché, e come sia stato possibile, che una società come la Seab, regolarmente autorizzata dalla Regione Abruzzo (decreto legislativo 152 del 2006) a gestire i rifiuti, abbia potuto eludere i controlli amministrativi. Traffico illecito con diramazioni in diverse regioni italiane. Attraverso la falsificazione dei documenti e il simulato trattamento chimico-fisico, la Seab avrebbe infatti semplicemente miscelato, e non inertizzato come avrebbe dovuto, le consistenti partite di rifiuti pericolosi provenienti da impianti di raffinazioni petrolifera siciliani inviandoli in discariche di Puglia (due in particolare, nel Barese e nel Brindisino) ma anche Toscana, Abruzzo, Lombardia e Calabria. «Di solito», ha chiarito il pm Falasca, «il trattamento di inertizzazione dei rifiuti avviene con grandi quantità di cemento, ma a disposizione della ditta ne abbiamo trovato soltanto pochi chili». Intermediari, trasportatori, titolari di centri di stoccaggio, recupero e smaltimento, laboratori di analisi. Una fitta rete di collusioni emerge dal quadro accusatorio formulato dagli inquirenti. I rifiuti rimanevano in sostanza pericolosi, ma modificati solo sulla carta grazie a documentazioni compiacenti, con le quali gli si attribuiva un codice di non pericolosità. Fulcro delle attività illecite, presso cui confluivano dall’intero territorio nazionale centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali pericolosi e non, era un impianto di trattamento rifiuti operante nella zona industriale di Chieti Scalo, regolarmente autorizzato dalla Regione Abruzzo.  I responsabili del traffico illecito, attraverso il simulato trattamento chimico-fisico dei rifiuti e la sistematica falsificazione dei documenti analitici e di trasporto, per anni, hanno illecitamente smaltito ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi caratterizzati dalla presenza di inquinanti nocivi per l’ambiente e la salute umana, tra cui sostanze irritanti, cancerogene, tossiche, nocive, mutagene, diossina, mercurio, cadmio, piombo etc..  Nell’ambito del contesto investigativo sono stati monitorati per un lungo periodo i seguenti impianti:

·         1 impianto di gestione rifiuti - trattamento - ubicato nella provincia di Chieti;

·         3 ditte di trasporto rifiuti, operanti in Campania , Toscana ed Abruzzo;

·         3 laboratori analitici ubicati in Abruzzo e Puglia;

·         6 impianti di smaltimento ubicati in Puglia , Toscana e Abruzzo;

·         5 inceneritori ubicati in Italia ed in Germania.

Il modus operandi posto in essere consisteva nel trasferimento dei rifiuti dal luogo di produzione (siti industriali di diversa natura operanti a livello nazionale, con particolare riferimento ad industrie petrolchimiche siciliane, bonifiche ect.) presso l’impianto teatino, dove, attraverso trattamenti chimico-fisici non corretti ed operazioni di miscelazione, avveniva la “miracolosa” declassificazione dei rifiuti pericolosi in rifiuti non pericolosi.  Per giustificare tali operazioni di fondamentale importanza era il contributo fornito dai laboratori di analisi che rilasciavano false analisi chimiche che attestavano la non pericolosità dei rifiuti. Successivamente gli stessi, attraverso la falsificazione dei documenti di trasporto, venivano smaltiti presso diverse discariche nazionali  (in particolare in Puglia ). Il traffico di rifiuti accertato, nel solo periodo di osservazione 2005-2008, è stato stimato in circa 150.000 tonnellate nei soli conferimenti verso le discariche italiane, con un lucro per l’organizzazione non inferiore a 3 milioni di euro, ottenuto grazie al mancato trattamento ed al minor costo sostenuto per lo smaltimento dei rifiuti, in quanti dichiarati non pericolosi. Contestualmente a tali operazioni illecite,  veniva perpetrata un’ ingente truffa (500.000,00 euro circa) per l’omesso pagamento dell’ecotassa regionale, dovuta a fronte dello smaltimento dei rifiuti in discarica.  Complessivamente le persone deferite all’A.G. sono state 36 per i reati di associazione a delinquere, attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti,truffa, falso in attestazioni analitiche e certificazioni ambientali e frode processuale.  A seguito delle richieste del Pubblico Ministero, il G.I.P. Dott. Marco FLAMINI  ha emesso i seguenti provvedimenti:

- 5 Ordinanze di custodia cautelare

·                            3 custodia in carcere;

·                            2 arresti domiciliari.

L’operazione, condotta dai Carabinieri del Comando Tutela Ambiente e dei Comandi Provinciali di Chieti e Pescara,  ha portato al sequestro dell’impianto di trattamento rifiuti operante in Chieti Scalo e di copiosa documentazione, ritenuta utile alle successive indagini.

ECCO TUTTI I DETTAGLI DELL'OPERAZIONE

CHIETI - L'operazione "Quattro mani" ha sgominato una organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti con base in Abruzzo e diramazione in diverse regioni d'Italia.
L'indagine è stata coordinata dal sostituto procuratore, Giuseppe Falasca, della Procura della Repubblica di Chieti e condotta dal Noe di Pescara del Comando Carabinieri per la Tutela dell'Ambiente.
Complessivamente le persone deferite all'autorità giudiziaria sono state 36 per i reati di associazione a delinquere, attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, truffa, falso in attestazioni analitiche e certificazioni ambientali e frode processuale.
Inoltre, a seguito delle richieste del pm, il gip ha emesso 5 ordinanze di custodia cautelare.
L'indagine durata quasi due anni, ha svelato un imponente traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi, che venivano smaltiti illecitamente in discariche nazionali compiacenti, con la sistematica cooperazione di trasportatori, impianti di gestione di rifiuti, intermediari, laboratori analitici e produttori.
I responsabili del traffico illecito, attraverso il simulato trattamento chimico-fisico dei rifiuti e la sistematica falsificazione dei documenti analitici e di trasporto, per anni, hanno illecitamente smaltito ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi caratterizzati dalla presenza di inquinanti nocivi per l'ambiente e la salute umana, tra cui sostanze irritanti, cancerogene, tossiche, nocive, mutagene, diossina, mercurio, cadmio, piombo etc..
L'operazione ha portato anche al sequestro dell'impianto di trattamento rifiuti di Chieti Scalo e di copiosa documentazione, ritenuta utile alle successive indagini.


DENUNCE ANCHE A GENOVA

Nell’inchiesta sono finite anche quattro persone del management dell’Ilva spa, un impianto siderurgico di Genova. Nello stabilimento sono state sequestrate 100.000 tonnellate di rifiuti speciali costituiti prevalentemente da polverino d'acciaio e circa 5.000 tonnellate di pasta di zolfo.
Ai quattro manager dell'Ilva (tutti denunciati) si contesta di aver realizzato uno stoccaggio di rifiuti speciali non pericolosi in mancanza delle previste autorizzazioni.

«SMALTIMENTO ILLECITO DI RIFIUTI SPECIALI PERICOLOSI»

L’indagine, hanno raccontato i militari, durata quasi due anni, ha svelato un imponente traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi, che venivano smaltiti illecitamente in compiacenti discariche nazionali, con la sistematica cooperazione di trasportatori, impianti di gestione di rifiuti, intermediari, laboratori analitici e produttori.
Fulcro delle attività illecite, presso cui confluivano dall’intero territorio nazionale centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali pericolosi e non, era un impianto di trattamento rifiuti operante nella zona industriale di Chieti Scalo, regolarmente autorizzato dalla Regione Abruzzo.
I responsabili del traffico illecito, attraverso il simulato trattamento chimico-fisico dei rifiuti e la sistematica falsificazione dei documenti analitici e di trasporto, per anni, hanno smaltito irregolarmente ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi caratterizzati dalla presenza di inquinanti nocivi per l’ambiente e la salute umana, tra cui sostanze irritanti, cancerogene, tossiche, nocive, mutagene, diossina, mercurio, cadmio, piombo etc..
Durante le indagini sono stati messi sotto controllo: l’impianto di gestione rifiuti - trattamento – di Chieti; 3 ditte di trasporto rifiuti, operanti in Campania, Toscana ed Abruzzo; 3 laboratori analitici ubicati in Abruzzo e Puglia; 6 impianti di smaltimento in Puglia, Toscana e Abruzzo; 5 inceneritori ubicati in Italia ed in Germania.


I DUE BELLIA TRA GLI ARRESTATI

In carcere sono finiti:
Walter Bellia responsabile Seab srl;
Angelo Fabrizio Bellia, responsabile e socio Seab
Maurizio Minichilli, avvocato pescarese, residente a Manoppello e consulente Seab

Due sono agli arresti domiciliari:
Simone Batilde, ex responsabile del laboratorio analisi della Seab e attualmente dipendente dell'Arta di Chieti
Massimo Colonna, consulente esterno Seab.


IL PM AVEVA CHIESTO 15 ARRESTI

«In realtà le richieste di custodia in carcere o ai domiciliari erano 15, ma il Gip di Chieti, Marco Flamini, ne ha accolto solo 5 e stiamo valutando se ricorrere contro questa decisione».
E quello che ha detto Ermanno Venanzi, Procuratore capo della Repubblica di Chieti, nella conferenza stampa che ha chiarito alcuni punti dell'operazione “4 mani”. Un'operazione che non è ancora conclusa perché altre indagini sono ancora in corso in molte discariche regionali ed extraregionali, soprattutto in Puglia, dove venivano smaltiti i rifiuti pericolosi non trattati e che invece erano classificati come rifiuti normali con l'aiuto di certificati compiacenti.
I reati contestati sono il falso, la truffa aggravata allo Stato per il mancato pagamento dell'ecotassa, trasporto illegale di rifiuti pericolosi.
Non è stato, invece, accolto dal Gip il reato di associazione per delinquere.
Il meccanismo truffaldino consisteva nell'acquisire rifiuti pericolosi, in particolare dalla Sicilia e dal Petrolchimico di Gela, oltre che dalla provincia di Siracusa, nell'impianto Seab di Chieti scalo regolarmente autorizzato.
Qui i rifiuti dovevano essere trattati per renderli inerti e poi smaltirli regolarmente.
Il che non avveniva: i rifiuti rimanevano pericolosi e viaggiavano verso le discariche pugliesi e abruzzesi con certificati compiacenti che hanno portato agli arresti domiciliari due chimici, uno interno alla Seab ed uno esterno.

150MILA TONNELLATE PER 3 MILIONI DI EURO

I quantitativi smaltiti in due anni sono pari a 150 mila tonnellate, per un guadagno illecito stimato di circa 3 milioni di euro.
L'indagine è nata dopo alcuni controlli casuali nelle discariche ed è stata condotta dai Carabinieri del Noe, Nucleo operativo ecologico di Roma e di Pescara, con l'aiuto dell'Arma territoriale abruzzese e pugliese.
A lavorare sul materiale anche un consulente della Procura di Chieti, di cui non è stato rivelato il nome.
«Si è trattata di un'indagine di due anni, molto difficile e molto tecnica che ancora non è terminata – ha spiegato il sostituto Giuseppe Falasca, che ha seguito direttamente il caso – ci sono stati pedinamenti, intercettazioni telefoniche, controlli di vario tipo. Un grosso aiuto ci è stato dato anche dall'Arta regionale di Pescara, così come ci hanno supportato anche le altre agenzie dell'ambiente delle regioni confinanti. Un grosso plauso ai Carabinieri ed al consulente, essendo la materia delle indagini molto tecnica e molto complessa».
E a sorpresa, al momento dell'arresto per i domiciliari, Simone Batilde, consulente esterno della Seab, ha dichiarato di essere un dipendente dell'Arta, l'agenzia per l'ambiente, nell'ufficio di Chieti.

PERCHÉ OPERAZIONE 4 MANI

«L'abbiamo chiamata “Operazione 4 mani” proprio per indicare l'abilità con cui in Abruzzo apparivano rifiuti normali e dalla Campania sparivano rifiuti pericolosi e nocivi».
La spiegazione viene dal Colonnello Antonio Menga, comandante del Noe Carabinieri di Roma che ha diretto l'indagine insieme al Tenente, Fiorindo Basilico, del Noe di Pescara.
E' proprio controllando il flusso di camion che dalla Campania si snodava verso le discariche e gli impianti nazionali, Chieti compresa, che i Carabinieri hanno disarticolato una complessa rete nazionale che movimentava rifiuti pericolosi con la connivenza di una «fitta rete di intermediari, trasportatori, titolari di centri di stoccaggio, recupero e smaltimento, laboratori di analisi tutti inseriti nello stesso contesto criminale».
Il tutto ruotava attorno alla «simulazione del trattamento dei rifiuti».
Come ha spiegato il sostituto procuratore, Giuseppe Falasca, se per «inertizzare questi rifiuti, cioè chiuderli in una sorta di tomba di cemento, servono ad esempio 100 tonnellate di cemento speciale e la Seab ne acquistava dieci chilogrammi, ciò significa che il processo di trattamento non avveniva».
«A volte non avevamo nemmeno bisogno di analisi, che comunque abbiamo effettuato, tanto decisa era la puzza di solvente» ha aggiunto il colonnello Menga.

LA TIPOLOGIA DEI RIFIUTI PERICOLOSI

La tipologia dei rifiuti era comunque la più varia: dalle vernici ai solventi, ai rifiuti fangosi della raffinazione petrolifera, ai rifiuti solidi da fumi industriali, alle terre, alle rocce e alle ceneri con sostanze pericolose o i fanghi delle acque reflue industriali.
Il tutto veniva miscelato e mandato in discarica o in inceneritore, sia in Italia che all'estero, soprattutto Germania.
«E' del tutto evidente che l'omessa inertizzazione produce un enorme risparmio dei costi di gestione e quindi un arricchimento illecito», hanno spiegato i due procuratori della Repubblica, che non hanno voluto dire altro perché l'indagine non è ancora conclusa.
Sono stati solo indicati genericamente i luoghi dove venivano smaltiti questi rifiuti non trattati: oltre Chieti, nelle province di Bari, Brindisi, Taranto, Pistoia, Belluno e Crotone.
Lungo l'elenco delle sostanze tossiche, nocive, irritanti e cancerogene e molto pericolose le miscelazioni incontrollate che potevano generare gas tossici potenzialmente tossici anche se solo inalati.
Le analisi effettuate nei laboratori che hanno collaborato, quello dell'Arta abruzzese soprattutto, hanno identificato: cadmio, piombo, rame, antimonio, zinco, cloruri, cianuri, fenoli, idrocarburi, trielina, solventi alogenati, isocianati, Pcb e sostanze fitofarmaceutiche.

 

      

Discarica a cielo aperto a Cepagatti: Chiaiano è anche qui!


 


CEPAGATTI - La redazione del giornale villese Pungolo, pubblica in anteprima delle foto inerenti la scandalosa "discarica" a cielo aperto rinvenuta tra Contrada San Michele, zona di Villa Oliveti nel Comune di Rosciano e Cepagatti. Qui di seguito le foto scattate da un paio di nostri inviati. Da segnalare che in alcuni sacchi sono state rinvenute lettere intestate a cittadini di Cepagatti. I vigili, i Carabinieri e la Guardia Forestale, informati dei fatti, stanno indagando sulla questione.

 

ROSCIANO. Una discarica abusiva a cielo aperto è stata scoperta anche nella contrada San Michele, un territorio situato a cavallo tra la frazione Villa Oliveti e la zona confinante di Cepagatti.  Un mucchio di rifiuti di ogni genere: carta, legno, metalli, materiali per l’edilizia, ceramiche, materassi, vecchi mobili da cucina, penumatici, plastica. Le immagini di questo scempio sono state riprese e pubblicate anche dal periodico locale, Il Pungolo. Sono state insomma informate le autorità cittadine di Rosciano e Cepagatti, la polizia municipale, i carabinieri e gli agenti della Forestale, che hanno avviato strette indagini per risalire ai responsabili.  Nel mucchio di immondizie sono stati ritrovati anche sacchi chiusi con dentro lettere indirizzate a cittadini di Cepagatti, che sono state «assunte come validi indizi» per risalire ai responsabili dagli inquirenti.  Un appello è stato lanciato dagli esponenti delle associazioni ambientaliste locali che hanno richiamto con forza «l’attenzione al rispetto del territorio come bene comune e al senso civico come strumento fondamentale di buona convivenza».  «Anche in questo caso», commenta il comandante provinciale del corpo forestale, Guido Conti , «stiamo eseguendo battute a tappeto del territorio interessato con la speranza di individuare chi si è reso responsabile di queste azioni che io definisco criminali».  Da più parti è stato chiesto al sindaco e all’intera amministrazione comunale di intervenire anche con campagne di sensibilizzazione al rispetto del territorio e dell’ambiente. 

 

 

                 

 

L’inquinamento della falda acquifera in Via Penne
 


CHIETI SCALO - L’argomento inquinamento non è mai stato attuale così come negli ultimi tempi. E’ storia recente la scoperta di siti contaminati da sostanze altamente tossiche nei pressi di Bussi, ai quali i quotidiani hanno dedicato ampi spazi, scoperte che hanno destato tanta preoccupazione perché i siti inquinati sono situati nei pressi dei punti di prelievo delle acque potabili. Ma c’è da dire che per rinvenire siti inquinati non bisogna andare molto lontano, ne abbiamo anche a Chieti nella zona industriale, dove di recente ne è stato scoperto uno in via Penne, all’interno dell’insediamento produttivo ex conceria CAP, rilevato dopo accurate ricerche in seguito all’effettuazione di analisi delle acque di un pozzo (attualmente inutilizzato) di proprietà di uno dei residenti, abitante ad un centinaio di metri dal sito. Le analisi hanno rilevato la presenza di composti chimici pericolosi per la salute umana, il Dicloroetilene ed il Tricloroetilene, in quantità nettamente superiori ai valori limite di concentrazione. Si è resa necessaria un’ordinanza del Sindaco, la n 281 del 22.02.2007, per fare “divieto di uso delle acque sotterranee della zona di influenza (per un raggio di circa 1000 m) degli inquinanti rilevati dall’ARTA di Chieti in prossimità del sito industriale ex conceria CAP e altri siti contigui, ubicati in via Penne (trav. Via E.Piaggio) del Comune di Chieti”. La zona interessata sembra essere piuttosto vasta, si estende per un raggio di
1000 metri dall’ex conceria, e interessa l’intero tratto compreso tra viale Benedetto Croce ed il fiume Pescara, ed il tratto da via Mammarella e le Vie Fratelli Pomilio e Via Travaglini, comprendendo le aree intorno alla via Penne, via A.Grandi, via Marvin Gelber e via Erasmo Piaggio. L’ordinanza impone quindi, a tutti i proprietari e/o conduttori dei terreni insistenti nella zona a rischio, la temporanea chiusura di eventuali pozzi e bacini ivi esistenti col divieto assoluto di uso dell’acqua sotterranea, captata o raccolta ad uso potabile o irriguo. Questo fino alla data di avvenuta bonifica del sito o fino a data di revoca del provvedimento. L’ordinanza stabilisce anche che il responsabile del procedimento, individuato ai sensi della L. 241/1990, è il sig.Mario Salsano, funzionario responsabile del Servizio Procedure Siti Inquinati del Settore Ecologia-Ambiente, sito in via delle Robinie 5, e per informazioni è possibile chiamare il numero tel. 0871-341456. Conclude quindi con l’avviso che “l’ordinanza sarà affissa in città negli spazi consentiti per le pubbliche affissioni e all’Albo Pretorio del Comune per 30 giorni consecutivi. La stessa sarà pubblicata sul sito internet del Comune di Chieti: www.comunechieti.com” .
L’ordinanza è stata emessa dopo 16 giorni dalla riconsegna del risultato delle analisi delle acque dall’ ARTA, ma in quanto alla necessaria azione di informazione ai residenti delle zone interessate, essa non è fatta a sufficienza. Nessun cartello in zona, nessuna auto con altoparlante è mai passata ad avvisare i cittadini residenti nelle vie interessate, tanto che alcune famiglie intervistate hanno detto di non saperne assolutamente nulla. Tutto è stato lasciato alla consultazione di un sito internet, come se tutti avessero internet e frequentassero abitualmente tutti i giorni il sito del Comune di Chieti, ed alla consultazione di manifesti affissi negli spazi predisposti, con altri 100 intorno certamente non tutti facilmente leggibili. Le informazioni vanno date in modo più approfondito per poter mettere in condizione gli abitanti di sapere ed evitare, come potenzialmente possibile in questo caso, di rischiare l’avvelenamento. Per fortuna molti pozzi nel corso degli anni sono stati messi in disuso poiché tutta la zona è servita dall’acqua del Consorzio di Bonifica, ma per quelli ancora in uso che sarebbe necessario chiudere (almeno temporaneamente) è necessario procedere ad informare i cittadini in modo più preciso proprio perchè nella zona ci sono orti, campi di grano e di altre colture e chi dovesse utilizzare inconsapevolmente l’acqua contaminata anche solo per l’irrigazione, correrebbe un gravi rischi.

Il comunicato del WWF sulla discarica di Bussi


PESCARA -
  Dopo poco più di un anno dalla scoperta della discarica di Bussi e poco meno di 12 mesi dallo scoppio dello scandalo dell'acqua inquinata  arriva il primo atto importante e pubblico della procura di Pescara che ha  inviato nei giorni scorsi 33 avvisi di garanzia. I reati contestati sono avvelenamento delle acque, disastro doloso, commercio di sostanze  contraffatte ed adulterate, delitti colposi contro la salute pubblica,  turbata libertà degli incanti e truffa. Gli avvisi di garanzia -che consistono nella comunicazione agli indagati di essere sotto accertamento della magistratura- metteranno in condizione i presunti responsabili di compiere i primi atti difensivi e, dunque, di conoscere nel dettaglio le prove raccolte in molti mesi di indagine. L'operazione della Procura, coordinata dal pm Aldo Aceto, ruota attorno alle responsabilità che hanno portato alla creazione di quella che è stata definita la «discarica tossica più grande d'Europa» (nel silenzio pressocchè totale di istituzioni e cittadini) e sulla scoperta nel 2004 (ma resa pubblica solo nel 2007) di veleni contenuti nell'acqua degli acquedotti gestiti dall'Aca.Il sito, scoperto lo scorso anno dal Corpo delle Guardie Forestali di Pescara, è stato accertato essere il deposito dove venivano smaltiti illegalmente materiali tossici dall'industria chimica pesante dagli anni '60 agli anni '90.Si tratta di tonnellate di sostanze pericolose per la salute che hanno inquinato i pozzi che servono l'area metropolitana Chieti-Pescara.Tra i reati contestati a dirigenti Aca, Ato, industria chimica e enti pubblici, passati e presenti, c'è l'avvelenamento dell'acqua, il disastro doloso, la turbativa e la truffa. Le analisi scoprirono la presenza di sostanze tossiche e cancerogene come tetracloruro di carbonio, esacloroetano, meta-crilonitrile sostanze che -secondo la medicina- possono provocare seri danni agli organi interni come fegato, reni, colon. Fra i 33 destinatari di avvisi di garanzia vi sono Giorgio D'Ambrosio
(Pd), in qualità di presidente dell'Ato, Donato Di Matteo (Pd), presidente del Cda dell'Aca, Bruno Catena (Pd) presidente dell'Aca, Bartolomeo Di Giovanni direttore generale dell'Aca, Lorenzo Livello, direttore tecnicodell'Aca, Roberto Rongione responsabile Sian della Asl di Pescara e Roberto Angelucci (Pdl) ex sindaco di Francavilla. I 33 indagati devono rispondere a vario titolo di reati quali avvelenamento delle acque, disastro doloso, commercio di sostanze contraffatte ed adulterate, delitti colposi contro la salute pubblica, turbata libertà degli incanti e truffa.Reati che appaiono gravi in considerazione di come è stata gestita la vicenda ed i rischi che sarebbero stati corsi da una popolazione stimata in 500mila persone raggiunta dall'acquedotto gestito dall'Aca. Mai in oltre 12 mesi è arrivata una sola debole ammissione da parte degli enti preposti ai controlli e alla distribuzione dell'acqua. Si è sempre preferito rigettare al mittente le preoccupazioni certificate e documentate della presenza di sostanze cancerogene che non dovevano finire nei nostri bicchieri. Da parte dell'Aca, per esempio, e del suo presidente sono arrivate sempre smentite quotidiane circa la pericolosità della situazione in atto. Sarà ora la magistratura a valutare eventuali responsabilità ulteriori. Quello della discarica e dell'acqua avvelenata è stato e rimane uno degli scandali più grossi dell'Abruzzo venuto alla luce grazie alla tenacia del Wwf regionale che si è battuto in prima linea per fare chiarezza e divulgare notizie di importanza vitale. Tutte notizie che invece erano state tenute segrete sebbene conosciute da moltissimi amministratori locali che avevano partecipato a riunioni ufficiali e tavoli tecnici ma che in oltre tre anni non hanno sentito il dovere di informare la popolazione dell'inquinamento delle falde acquifere che finivano poi nell'acquedotto. Proprio ieri sera lo scandalo della discarica di Bussi è stato ripreso  dalla trasmissione di Michele Santoro, Annozero su RaiDue dove sono stati  ripercorse tutte le tappe ed i misteri di questi lunghi mesi. Meno di due settimane fa poi questa brutta piaga era finita su un ampio servizio del
quotidiano di Torino La Stampa che aveva destato dal torpore abruzzese quanti avevano già dimenticato.

Guardate invece su questo sito se l'emergenza rifiuti è FINITA come dicono in giro...

NAPOLI - http://www.laterradeifuochi.it . In questo video, durante una manifestazione, gli "Amici di Beppe Grillo Napoli" assieme ad un corteo di donne provano a passare per esporre alcuni striscioni ma la polizia li blocca ed un ragazzo viene ripetutamente minacciato e maltrattato.  Vorrei ricordare tra l'altro che la VERA emergenza rifiuti in campania non è quella dei rifiuti solidi urbani, creata a tavolino (vedere questi due video :
http://www.youtube.com/watch?v=syJzVR... http://www.youtube.com/watch?v=kPaB1v...  ed ottimo specchietto di propaganda mediatica per Berlusconi, ma è quella dei RIFIUTI TOSSICI SVERSATI ED INCENDIATI OGNI NOTTE NELL'HINTERLAND NAPOLETANO, oltretutto ripetutamente IGNORATI DALLE FORZE DELL'ORDINE. QUESTA è la vera emergenza che sta ammazzndo lentamente quella che era una delle terre più belle e fertili d'italia.  Se poi costruiranno QUATTRO inceneritori (la cui portata è ben superiore a quella richiesta), la campania diverrà proprio la terra dei tumori, più di quanto già non sia. Esistono un sacco di metodi alternativi e puliti per lo smaltimento rifiuti, ma qui si vuole trasformare la campania nell'INCENERITORE D'ITALIA. Questo NON E' IL POPOLO DEI NO. E' anche accettato al limite al limite un inceneritore, purchè sia UNO, e bruci POCHE TONNELLATE L'ANNO, quel POCO che c'è di indifferenziabile che rimane dopo UN ACCURATA SELEZIONE DI CIO' CHE E' RIUTILIZZABILE E DIFFERENZIABILE. E non è che non si vogliono le discariche, ma ci vogliono in LUOGHI APPROPRIATI, NON IN ZONE VERDI E DENSAMENTE POPOLATE COME CHIAIANO.  E sopratutto, vorremmo che si risolvesse una buona volta la ben più importante EMERGENZA DEI RIFIUTI TOSSICI ED INDUSTRIALI che si trovano ovunque nell'Hinterland, e quella non si risolve con discariche ed inceneritori, ed un paio di Tg4 che dicono che è tutto a posto mentre la gente ogni giorno si ammala di tumore...
- Ma con bonifiche in massa di terreni
- Con politiche di stretta sorveglianza del territorio
- Con serie indagini e severe punizioni per i reati ambientali
Ma purtroppo tutto ciò è contro molti interessi economici e non viene fatto...
Purtroppo dietro questa emergenza c'è molto di più di quanto vogliano fare vedere e credere...e c'è molta meno voglia di risolvere qualcosa di quanto facciano vedere in giro...
http://www.youtube.com/v/CDeLWeW-67A&hl=it&fs=1
UN VIDEO CHE PARLA DELLE VERE RESPONSABILITà DELL'EMERGENZA RIFIUTI, OVVERO MALAPOLITICA, CAMORRA E UNO SMALTIMENTO DI RIFIUTI TOSSICI DA PARTE DEL NORD ITALIA E ALCUNE INDUSTRIE EUROPEE NELLE DISCARICHE ABUSIVE E NON DELLA CAMPANIA GESTITE DAI CAMORRISTI. DA VEDERE ASSOLUTAMENTE, MEMORABILI GLI INTERVENTI DI SAVIANO IN PROPOSITO. BUONA VISIONE .

Le Monde di oggi dedica un servizio al business dei rifiuti in Campania, uno dei pilastri economici dell'impero della Camorra. "La miniera dei rifiuti della Camorra" è il titolo dell'articolo che prende lo spunto dalle recenti proteste per l'apertura della discarica di Lo Uttaro, località a sud di Caserta, sito chiuso nel 2001 e ora riaperto per combattere l'emergenza rifiuti. "Senza voler parlare delle strade di Napoli, regolarmente invase dai rifiuti, tutto l'entroterra napoletano, da Salerno a Caserta, è una gigantesca discarica. L'ingresso di molte località avviene tra due ali di detriti. La campagna è punteggiata da discariche selvagge dove si levano sospetti fili di fumo. In mezzo ai frutteti in fiore, ai margini delle zone abitate, persino intorno agli edifici storici, si assiste allo stesso spettacolo di sacchi dei rifiuti rotti, di frigoriferi fuori uso o di vecchi pneumatici". Le Monde ricorda come siano "quattordici anni che la raccolta dei rifiuti è sotto amministrazione straordinaria nella regione di Napoli. Senza nessun risultato tangibile, fino a quando si scontra con la potente influenza della Camorra, che gestisce i rifiuti da decenni". Sono trent'anni, secondo il quotidiano francese, che "i rifiuti sono il business della Camorra. La mafia napoletana gestisce centinaia di discariche clandestine. Mai rifiuti urbani non sono che la punta dell'iceberg di un mercato enorme. I dintorni di Caserta traboccano di rifiuti industriali, spesso tossici, che arrivano da tutta la Penisola e dall'estero. Le colline sventrate da centinaia di cave clandestine sfruttate dai clan servono a nascondere i rifiuti di origine dubbia". Le tariffe imbattibili offerte dalla Camorra attirano numerosi industriali di tutta Europa mentre l'organizzazione si basa su "una catena di complicità nella regione che coinvolge avvocati, carabinieri, eletti nei consigli comunali". L'articolo evidenzia come l'urgenza non sia solo di ordine pubblico ma abbia pesanti riflessi sulla salute: già nel 2004, la rivista inglese The Lancet aveva definito la zona tra Nola, Acerra e Marigliano, "il triangolo della morte" per gli effetti devastanti dello smaltimento illegale di rifiuti tossici come l'aumento del cancro alla laringe, alla vescica, al fegato e al colon. Il terreno presenta tassi di diossina superiori a quelli registrati a Seveso e un recente studio ha evidenziato come siano state "recensite più di mille discariche clandestine" e come "abitare in un raggio di un chilometro aumenti il fattore di rischio per tumori e malattie genetiche".

Napoli, ripulita dai rifiuti?

NAPOLI - 09 agosto 2008 sul sito http://www.laterradeifuochi.it troviamo alcuni video interessanti che dimostrano quanto l'informazione televisiva ci inculchi solo quello che il REGIME BERLUSCONIANO impone. Aiutaci a diffondere quanto accade, indisturbato proprio sotto i nostri occhi. Da anni. Troppi anni. Di esempi simili ce ne sono a centinaia, in tutta la provincia tra Napoli e Caserta.  Qualcuno dice che i roghi non esistono! Invece, gli incendi sono centinaia al giorno. A chi fanno comodo ?? Ai margini delle strade ci sono campi coltivati a frutta e non solo. Ciò nonostante, si appiccano roghi di Rifiuti Speciali.  Tutti i santi giorni. Nel silenzio di tutti !!! Possiamo non bere l'acqua della terra in cui abitiamo. Possiamo pure non mangiare i prodotti della terra in cui cresciamo. L'unica cosa di cui non possiamo fare a meno, è respirare la sua aria! La stiamo "appestando", pur non avendo industrie.  Quand'è che ci risvegliamo ?? I continui roghi sono ben visibili anche dalle immagini del satellite di Google. Non ci vuole molto a dimostrare quanto stiamo denunciando. Google ne è l'esempio. Basta semplicemente navigare con Google Maps. Sui siti che corrispondono alle riprese effettuate, talvolta, si può notare che ci sono roghi e possono intravedere anche cataste di gomme. INCREDIBILE !!! Ecco perché c'è il latte di bufala è contaminato. Di recente è stato al centro delle inchieste internazionali. E in quello umano cose c'è ?? E' inutile nascondersi dietro un dito.
E' tutto TREMENDAMENTE VERO !!!  A voi, i dovuti collegamenti.  CHI NEGA l' evidenza VUOLE il MALE della sua TERRA, dei suoi FIGLI e di QUANTI la abitano. Omertà è complicità. Silenzio è assenso.  Per ulteriori Video e Informazioni, vai al SitoWeb ufficiale delle Video-Denunce: http://www.laterradeifuochi.it . Lettura consigliata: GOMORRA, R. Saviano Capitolo XI - La Terra dei Fuochi, pag. 310. Guardate anche il video
http://it.youtube.com/watch?v=CpgQKWcn8yk

Lucrare sui rifiuti: i nuovi guadagni della Camorra


Ci troviamo dinanzi ad un’impresa globale che in Italia ha raggiunto dimensioni rilevanti per la convergenza d’interessi, soprattutto nel nostro Mezzogiorno, con le organizzazioni di stampo mafioso. mercoledì 10 maggio 2006, di Vincenzo Raimondo Greco - 4530 letture. Quella dei rifiuti è una ragnatela che avvolgere il nostro Paese, una holding nella quale si intrecciano interessi e attività criminali che rappresentano una seria minaccia per l’ambiente, la salute e la sicurezza dei cittadini. “La Rifiuti S.p.A. - per Legambiente - contende quote sempre più significative di mercato alle imprese che operano nella legalità. Lucra profitti ingentissimi e scarica sulla collettività i costi di bonifica delle aree compromesse dagli smaltimenti illeciti”. La “mondezza” per la camorra “è diventata oro”; e non da oggi come dimostrano le prime dichiarazioni del collaboratore di giustizia Nunzio Perrella, del clan Perrella - Puccinelli, di Napoli, raccolte dagli inquirenti negli anni novanta. O come si evince dall’operazione, recentemente, conclusasi nel casertano. L’impianto, sequestrato nella provincia campana, nel solo periodo 2004-2005, ha prodotto un giro di affari di circa tre milioni di euro e smaltito illegalmente oltre 38.000 tonnellate di rifiuti pericolosi. “Purtroppo - afferma Walter Iannotti, responsabile nazionale rifiuti dell’associazione ambientalista VAS (Verdi Ambiente e società) - il casertano ancora si presta al servizio dell’ecomafia. Non bisogna abbassare la guardia e pretendere dalle istituzioni e dallo Stato maggiori investimenti per il controllo di questo territorio”. Un territorio, che pur avendo grandi potenzialità di sviluppo, è terra di conquista della criminalità. “Nel Casertano - aggiunge Iannotti - sono ancora troppe le aree incontrollate, bisogna incrementare i presidi delle forze dell’Ordine, e le istituzioni locali investire di più sulla parte sana di questo territorio”. Anche con il sostegno del mondo politico. “La tutela dell’ambiente e la lotta alle ecomafie deve rappresentare una priorità nell’agenda politica della nuova legislatura”, dichiara, infatti, il forzista Paolo Russo che, nel giorno in cui è stato tenuto a battesimo il nuovo Parlamento, ha ripresentato la proposta di legge per l’introduzione del delitto ambientale nel codice penale. Per il parlamentare “la proposta di legge sul delitto ambientale nel codice penale, firmata nel corso della precedente legislatura da uno schieramento trasversale composto da oltre 200 parlamentari e promossa dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse ha tra gli obiettivi l’inasprimento delle pene ed il potenziamento degli strumenti investigativi”. Lungo le rotte dei traffici illeciti si smaltisce di tutto: dalle terre di spazzamento delle strade ai gessi contenenti amianto, dai rifiuti urbani che passano per gli impianti di tritovagliatura ai solventi, dalle polveri di abbattimento fumi ai fanghi di conceria fino ai rifiuti provenienti dalle bonifiche di siti inquinati. “Per ogni tipologia di rifiuti trattato - si legge nel dossier di Legambiente ’Rifiuti S.p.A., radiografia dei traffici illeciti anno 2005’ - e per ogni passaggio attraverso la ragnatela della Rifiuti S.p.A. è prevista una tariffa, che può oscillare da 1 a 50- 60 centesimi di euro”. La concorrenza sul prezzo sembra essere l’unica regola che caratterizza queste reti criminali, impegnate a contendere quote significative di mercato a quelle che operano nella legalità. Insieme ad alcuni ’principi’ fondamentali: “quando il traffico riguarda rifiuti provenienti da privati, il prezzo complessivo dello smaltimento si riduce fino alla metà di quello di mercato; se invece le attività hanno come ’materia prima’ i rifiuti solidi urbani, il prezzo di smaltimento lievita in maniera esponenziale, tanto a pagare è lo Stato". C’è poi la vicenda dei “rifiuti scomparsi”, ovvero quelli di cui viene stimata la produzione ma non se ne conosce il destino; “per avere un’idea delle dimensioni raggiunte da queste attività illecite: nel 2002 (ultimo dato ufficiale disponibile) sono mancate all’appello 14,6 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, equivalenti a una montagna con una base di tre ettari e un’altezza di 1.460 metri”. I rifiuti non si limitano a scomparire attraverso modalità illegali di smaltimento. Cambiano molto spesso ’identità’: “attraverso il meccanismo del giro bolla, grazie al quale un rifiuto pericoloso diventa speciale, oppure con la complicità di un laboratorio di analisi che ne falsifica le caratteristiche”. Ci troviamo, insomma, dinanzi ad un’impresa globale, che in Italia ha raggiunto dimensioni rilevanti sia per ragioni strutturali (il ben noto deficit di impianti di trattamento e smaltimento) sia per la convergenza d’interessi, soprattutto nel nostro Mezzogiorno, con le organizzazioni di stampo mafioso.

 

Saline, contaminati 1,5 milioni di metri cubi


Il Wwf: «Anni di ritardi, Comuni inadempienti».
La bonifica sarà difficile e costosa In Italia non ci sono siti per smaltire il terreno inquinato dalla diossina



PESCARA 27/08/08 -  L'emergenza per l'inquinamento del bacino Saline-Alento è appena cominciata. Un milione e mezzo di metri cubi di terreno contaminato da diossina e Pcb (Policlorobifenile), secondo le prime valutazioni dell'Arta e della Regione Abruzzo, dovranno essere rimossi e smaltiti in impianti che, però, non sono presenti in Abruzzo né in alcun'altra parte d'Italia. Un costo ambientale ed economico enorme che, dopo anni di ritardi nelle operazioni di bonifica, rischia di ricadere sui cittadini. Le centinaia di analisi eseguite dall'Arta a partire dall'aprile del 2007 hanno portato alla scoperta di decine e decine di vecchie discariche sotterrate, cumuli di rifiuti ammassati in decenni di incuria e abbandono delle sponde fluviali, decenni in cui le amministrazioni hanno chiuso gli occhi e imprese e cittadini hanno usato i fiumi e le sponde come discariche, abbandonando veleni che adesso affiorano: la terra sputa piombo, zinco, idrocarburi, solventi, assieme a diossina e Pcb, mentre l'acqua scorre con il suo carico di solfati, manganese, nichel e solventi, tutti in quantità superiori ai limiti stabiliti per la tutela della salute umana e per la salvaguardia ambientale. Un carico mortale appesantito dagli scarichi fognari di Comuni e aziende, dagli smaltimenti illegali di scorie industriali. Il rischio evidenziato nel 2003 con l'istituzione del Sito di interesse nazionale (Sin) da parte del ministero dell'Ambiente ha preso corpo e mentre, da una parte, associazioni ambientaliste e Regione Abruzzo chiedevano agli enti locali e alle aziende di intervenire, l'immobilismo di tutti ha messo in moto l'azione degli agenti del Corpo forestale dello Stato coordinati dal comandante provinciale Guido Conti che, lunedì scorso, su delega del sostituto procuratore di Pescara Filippo Guerra, hanno posto sotto sequestro undici siti inquinati, cinque privati e sei demaniali, che ricadono nei territori di Montesilvano (cinque), Città Sant'Angelo (due), Cappelle sul Tavo (uno) e Collecorvino (tre): quattro Comuni sugli otto che rientrano nell'ambito del Sin. Una azione di forza che corrisponde a una inerzia durata anni. «I ritardi sono innegabili e partono da lontano» dice Franco Gerardini dirigente del servizio Rifiuti della Regione, «ma negli ultimi mesi abbiamo lavorato per accelerare gli interventi da parte degli enti locali e delle oltre 120 imprese interessate: stiamo ottenendo risultati, ci sono aziende che hanno già presentato i cosiddetti "piani di caratterizzazione", cioé i progetti di bonifica, i Comuni si sono attivati. Nell'ultimo anno stiamo recuperando, solo a luglio ci sono stati tre incontri. Venerdì prossimo è prevista una nuova  Conferenza dei servizi per fare il punto sulla situazione. Dopo che le analisi dell'Arta hanno evidenziato la situazione critica, abbiamo dato indirizzi operativi in primo luogo ai sindaci perché, innanzitutto, apponessero una adeguata segnaletica nelle aree inquinate: qualcuno l'avrà fatto altri no, quindi ringrazio la Forestale perché, di fronte alle inadempienze, è giusto che si sequestri». Dopo avere apposto i sigilli a quattro degli undici siti, ieri la Forestale ha sequestrato altri due terreni a Collecorvino e Città Sant'Angelo, completando la mappa delle aree demaniali; nei prossimi giorni toccherà alle proprietà private, mentre le indagini proseguono «a tutto campo», rivelando l'esistenza di mancati collettamenti fognari da parte degli enti pubblici, fogne seppellite dalle aziende, ditte di movimento terra che agivano senza autorizzazione, smuovendo i veleni sepolti. «Le aree individuate sono in una situazione di criticità elevata e non è escluso che, dopo ulteriori verifiche, il perimetro del sito del Saline-Alento possa allargarsi» annuncia Gerardini. «Sono stati necessari cinque anni per arrivare a questo, anni di disattenzioni e ritardi, soprattutto da parte dei Comuni come nel caso della messa in sicurezza di alcuni siti già conosciuti, penso alla vecchia discarica di Villa Carmine a Montesilvano» accusa Augusto De Sanctis, dirigente del Wwf Abruzzo, l'associazione ambientalista più impegnata sul fronte del Saline, «quando interviene la magistratura è la sconfitta delle amministrazioni: nonostante l'istituzione del Sito nazionale nel 2003 e i dati prodotti dall'Arta soprattuto negli ultimi due anni, si è continuato a realizzare opere e scaricare rifiuti: un sopralluogo fatto a luglio lungo il fiume, dietro al depuratore di Montesilvano, è diventato un tour dell'orrore, con discariche di ogni genere ovunque: pneumatici, batterie, calcinacci, computer: e questo nonostante abbiamo chiesto più volte la chiusura delle stradine che portano al lungofiume, controlli e videosorveglianza. Le amministrazioni sapevano, ma non hanno agito e lì si è continuato a scaricare, mentre alle riunioni al Ministero i sindaci neppure si facevano vedere». Così la montagna di rifiuti accatastata lungo il fiume ha continuato a crescere, fino a ieri. Un deposito di eternit abbandonato sulla sponda di Città Sant'Angelo, a poche decine di metri dall'area perimetrata dalla Forestale, un cumulo di pneumatici e calcinacci poche centinaia di metri oltre la zona delimitata a Montesilvano, non lontano dalla vecchia discarica. Di transenne, di cartelli apposti dai Comuni per indicare l'esistenza di un'area inquinata, neppure l'ombra. E lì, sotto la vegetazione rigogliosa, vicino alla falda, fino a una profondità di cinque metri, i rifiuti di venti o trent'anni fa, che continuano ad appestare la terra e l'acqua.

 

 

Rosciano si rifiuta?

 

       

Un'Ordinanza comunale ad hoc, contro i trasgressori

 

 

PLASTICA PREZIOSA, DISCARICHE ORA 'MINIERE'

 

LONDRA - La plastica riciclabile è ormai un bene così prezioso che presto in Gran Bretagna le discariche si potrebbero trasformare in miniere, con scavi realizzati apposta per estrarla.
Secondo gli esperti infatti, sarebbero oltre 200 milioni le tonnellate di plastica sepolte nelle discariche del Regno dagli anni '80, quando il riciclaggio dei rifiuti non era ancora in voga. E con il prezzo della plastica che ha raggiunto le 200 sterline alla tonnellata, si fa presto a capire perche' le discariche potrebbero diventare le nuove miniere.
Secondo quanto riporta il Times, oltre a nascondere un bottino di plastica da circa 50 milioni di euro, le discariche custodiscono una serie di altri materiali, come rame e alluminio, il cui prezzo oggi sta salendo vertiginosamente. "Negli Usa sono già tornati nelle discariche per estrarre plastica e metallo. Per quanto riguarda il Regno unito è un nostro obiettivo. Entro il prossimo decennio, le discariche-miniera saranno economicamente vantaggiose", ha detto al giornale Peter Mills di New Earth Solutions, ditta specializzata nel trattamento e nel recupero dei rifiuti.
Le prime operazioni di recupero dei materiali verranno effettuate, a livello sperimentale, durante gli interventi di mantenimento delle strutture. Dati i prezzi sempre più alti delle materie prime, soprattutto del petrolio, i materiali riciclabili sono sempre più preziosi: la plastica di seconda mano può essere infatti trasformata in maniera più economica e con meno emissioni di anidride carbonica di quanto si possa fare con quella nuova. Certi materiali hanno anche un alto valore calorifico, rendendoli quindi un buon combustibile. L'estrazione della plastica, fa notare il quotidiano, servirebbe inoltre a creare nuovo spazio nelle discariche, in aree dove le località adatte allo smaltimento dei rifiuti sono sempre più rare.
Secondo Peter Jones, un consulente per i rifiuti, si dovrà probabilmente attendere fino al 2020 prima di poter cominciare gli scavi la maggior parte delle 1.500 discariche utilizzate negli ultimi 30 anni una volta chiuse devono restare indisturbate per 20 o 30 anni per dar tempo al materiale organico di decomporsi e ai gas di fuoriuscire. Le discariche costruite dagli anni '80 in poi saranno le prime ad essere prese in considerazione per l'estrazione perché il loro contenuto è stato documentato con cura, così come la presenza ed il posizionamento al loro interno di materiali pericolosi. "Se scaviamo in tutte le discariche britanniche fondate dagli anni '80 in poi potremmo mettere le mani su 200 tonnellate di plastica'', ha affermato Jones.

 

Deposito Ecoabruzzo, incendio doloso?

 

Basti: vigilare su infiltrazioni mafiose. Il sindaco: ci costituiremo

 parte civile

Luglio 2008

CHIETI. Un cumulo di spazzatura sistemato proprio davanti all'ingresso del deposito, con diversi punti di innesco delle fiamme. Le evidenze di un attentato doloso nell'impianto della Ecoabruzzo allo scalo sono chiare, a detta dei tecnici dell'Arta che in questi giorni sono travolti da diverse chiamate sulle emergenze ambientali in Abruzzo, dal conzorzio Civeta al duplice rogo dei rifiuti che si è manifestato nel Chietino-Ortonese. In realtà, quelle degli esperti ambientalisti sembrano le uniche indicazioni di situazioni quanto meno strane sul fronte dei rifiuti. Preoccupazioni e inquietudini, fino alla dichiarazione esplicita di allarme. Che arriva dal direttore regionale dell'agenzia di tutela ambientale, Gaetano Basti. «Ho personalmente espresso i miei timori al capitano dei carabinieri di Ortona Nicolino Petrocco, che sta indagando sul caso della Ecotec di contrada Tamarete. Da lui», racconta il direttore dell'Arta, «ho avuto rassicurazioni che, al momento, non risultano segnali inequivocabili di un attentato doloso a Ortona. Io posso soltanto confermare il mio dubbio che due eventi analoghi, accaduti nel breve volgere di 48 ore l'uno dall'altro, difficilmente possono spiegarsi come una mera coincidenza». Basti, in sostanza, ribadisce la necessità di osservare stretta vigilanza sul pericolo delle infiltrazioni mafiose che il traffico e la gestione dei rifiuti possono portare in dote a un territorio cerniera come l'Abruzzo. Ma oltre questo non si va. E parlare senza esitazioni di ecomafia non è possibile in base ai riscontri raccolti fino a oggi dagli investigatori. Indagini che continuano con il passo e i ritmi di lavoro che competono a una scrupolosa opera investigativa. Andamento lento, che contrassegna la stessa azione di tutela ambientale. E' il caso del grande incendio che domenica ha risvegliato i teatini sotto un cielo di lattice e un'aria divenuta via via più irrespirabile in tutte le zone della città, a valle e sul colle, come dimostrano le immagini che ritraggono una densa nuvola di fumo nero spinta da improvvise raffiche di vento. Così, dopo la giornata di autentica emergenza che ha colpito il capoluogo, ieri il sindaco Francesco Ricci ha annunciato l'impegno della sua amministrazione a costituirsi parte civile in un eventuale procedimento giudiziario. «Perché tutte le responsabilità vengano accertate», dice Ricci, «e tutti i danni risarciti». L'Arta, a sua volta, procede nel campionamento dei fumi per verificarne la pericolosità, ma anche nello studio delle ricadute al suolo di sostanze inquinanti. Un iter che segue lo stesso protocollo sia per le conseguenze dell'incendio nel capannone della Ecotec sia nel sito di via Tirino. L'attività è proseguita ieri con la consulenza di esperti delle università dell'Aquila e Chieti-Pescara. «C'è un modello matematico che consente di calcolare con precisione i coni di ricaduta delle sostanze, il che ci permette di agire in modo mirato senza fare centinaia di prelievi su un territorio molto vasto», spiega Basti. Una volta acquisite le mappe delle zone potenzialmente più esposte alla contaminazione, la stessa agenzia procederà ai controlli su campioni di terreno. Insomma, tempi lunghi per conoscere il tasso di veleni disperso al suolo. Tra questi, a preoccupare è la diossina prodotta dalla combustione di plastiche a basse temperature. «Se la diossina si è depositata sul terreno», chiarisce Basti, «rimane lì fino a quando non si procede con una rigorosa opera di bonifica».

 

Il ciclo dei rifiuti

 

1) Che cosa è un "rifiuto solido urbano"?

All'interno della categoria dei rifiuti solidi urbani vengono raggruppati diversi tipi di scarti: quelli domestici, quelli provenienti dalla pulizia delle strade, dalle attività di commercio, dai servizi di pulizia del territorio e dei giardini (taglio dell'erba e potature). Sono considerati R.S.U. anche i cosiddetti rifiuti ingombranti (elettrodomestici vecchi, mobili ecc.) e, più in generale, tutto ciò che viene buttato via in un contesto urbano, ad eccezione dei residui provenienti dalle attività industriali.

2) Quanti rifiuti produciamo?

Alcuni dati forniti dal WWF indicano una produzione di rifiuti solidi urbani annua, nella sola Italia, di circa 26 milioni di tonnellate, oltre 70 mila tonnellate giornaliere, più di un chilogrammo al giorno per abitante e le previsioni annunciano il raggiungimento di una quota di 32 milioni di tonnellate nel 2005. Per i rifiuti industriali la stessa fonte stima invece una produzione annua di 40 milioni di tonnellate. Per quanto riguarda la provincia di Torino si è calcolato che i rifiuti raccolti nel 1999 sono stati 435 chilogrammi all'anno per abitante, poco sotto la media europea di cinquecento chili pro capite. Nel 1999 la produzione di rifiuti nel Comune di Orbassano è stata di 8.689.798 chilogrammi. Tradotto in altri termini questo dato significa che ogni cittadino di Orbassano produce, in media, 1,095 chilogrammi al giorno di immondizia.

3) Quali sono i nostri rifiuti?

In base alle indicazioni fornite in passato dal "Programma provinciale di gestione dei rifiuti" nei sacchi di immondizia delle famiglie della provincia di Torino l'elemento più presente è sicuramente lo scarto "organico". Oltre il 30% del peso dei rifiuti prodotti è infatti composto dai residui della nostra alimentazione (avanzi dei pasti, bucce, gusci ecc.) a cui possono essere associati, come tipologia, i rifiuti vegetali derivanti da giardini e orti, i cosiddetti "sfalci". Un altro 30% dei nostri scarti è costituito dalla carta. Segue la plastica con l'11% circa. Il vetro con oltre il 10%. Il legno e i tessuti con il 5%. Mentre il restante 10% è costituito da materiale che non è possibile recuperare.

4) Come si può diminuire la quantità di rifiuti prodotta?

Per cercare di diminuire la quantità di rifiuti che produciamo quotidianamente possiamo ricorrere a dei piccoli accorgimenti, magari modificando alcune nostre abitudini nella spesa di tutti i giorni.
Per esempio, ridurre l'acquisto di carta plastificata, come i cartoncini per il latte, preferendo i contenitori in vetro. Discorso analogo andrebbe fatto per i prodotti in plastica, privilegiando vetro e carta riciclata. Ricordiamoci anche di acquistare soltanto il cibo necessario al nostro fabbisogno, per evitare inutili sprechi, e indirizziamo la scelta verso prodotti messi in vendita con un imballaggio poco voluminoso.
Per diminuire drasticamente la quantità di rifiuti che vengono conferiti in discarica è indispensabile incrementare la percentuale di raccolta differenziata, allungando il ciclo di vita di tutti quei materiali che possono essere riutilizzati o riciclati.
Inoltre è necessario sostenere la diffusione di politiche di carattere nazionale e internazionale che possano modificare il sistema produttivo dei beni di consumo, in modo da ridurre fin dall'origine la produzione di rifiuti.

5) Che cosa significa precisamente "riciclare"?

L'Agenzia di Protezione Ambientale definisce il riciclaggio come l'attività di "raccogliere, rielaborare, commercializzare e usare materiale precedentemente considerato rifiuto".
Utilizzando un linguaggio più comune possiamo spiegare il riciclaggio come l'attività che permette di utilizzare lo stesso materiale più volte per ottenere un determinato prodotto, con la finalità ultima di diminuire sensibilmente la quantità di materia prima necessaria per la produzione.

6) Come si ricicla?

Presupposto indispensabile per svolgere un'attività di riciclaggio consistente è praticare la raccolta differenziata inserendola nelle proprie abitudini domestiche. In altre parole soltanto raccogliendo in modo differenziato i materiali che è possibile riciclare si puó procedere correttamente verso il loro riutilizzo. Una raccolta indiscriminata, che fa confluire in un unico sacchetto i diversi materiali che compongono i nostri scarti pregiudica la possibilità di riutilizzarli per immetterli in un nuovo ciclo produttivo.

7) Quali rifiuti si raccolgono in modo differenziato?

Sono diversi i materiali che è possibile raccogliere in modo differenziato. Da un punto di vista tecnico la raccolta differenziata è suddivisa in "residui suscettibili di riutilizzo", quali la carta, il vetro, le lattine, i contenitori in plastica per i liquidi, e in rifiuti urbani pericolosi e inquinanti, come le pile, i farmaci scaduti e le siringhe.
E' possibile riciclare una grande quantità di rifiuti urbani, aiutando a diminuire drasticamente il conferimento degli stessi in discarica.
Infatti soltanto il 10 per cento dei rifiuti prodotti non può essere recuperato, mentre il rimanente 90 per cento è costituito da materiali che possono "vivere" ancora: dal vetro alla plastica, dalla carta al verde, dal legno ai metalli, per arrivare a tutti i rifiuti provenienti dai residui della nostra alimentazione.
Esistono inoltre dei prodotti che, pur non potendo essere riciclati, vanno raccolti in modo differenziato per la loro pericolosità. Si tratta, in particolare, delle pile, dei farmaci scaduti e di tutti i rifiuti etichettati con "T" (Tossici) o "F" (Infiammabili) , tra i più inquinanti che vengono prodotti. Le pile contengono infatti sostanze altamente inquinanti come il mercurio, il nichel, il piombo e il cadmio: un solo grammo e mezzo di mercurio è sufficiente a contaminare circa 100.000 litri d'acqua.

8) In che cosa si trasformano i materiali raccolti in modo differenziato?

Per capire meglio che cosa diventeranno i materiali raccolti in modo differenziato è utile fare qualche esempio.
Il vetro, con una serie di lavorazioni, può essere trasformato in contenitori e nuove bottiglie;
la carta e il cartone vengono riciclati in imballaggi e nuova carta;
le lattine "rinascono" sotto forma di scatolame e contenitori vari;
dal verde e da altro materiale organico, con un procedimento simile a quello da sempre attuato nelle nostre campagne, si ottiene invece il cosiddetto compost, un fertilizzante usato per la produzione di terricci e concimi organici;
anche i contenitori per liquidi in plastica possono a vere una nuova vita, attraverso la loro trasformazione in materiale per arredo urbano, in altri contenitori o in tubature per l'edilizia. Benché siano svariati gli oggetti ottenibili dalla plastica - materiale indistruttibile e altamente inquinante - non tutti i tipi di questo materiale sono riciclabili.
E' fondamentale effettuare la raccolta differenziata delle plastiche, in primo luogo del "polietilene" (indicato con la sigla PE) con cui si producono bottiglie, sacchi della spazzatura, sacchetti della spesa, film plastico da cucina, imballi per merci. Non bisogna mescolare il polietilene con nessun altro tipo di plastica: anche solo una piccola quantità di materiale inquinante compromette la raccolta differenziata di tutta la plastica.
Alternativa al riciclaggio di questo prodotto, anche se poco sviluppata, è il recupero energetico tramite combustione, essendo la plastica un derivato del petrolio e come tale dotata di una notevole capacità di produrre calore. E' però necessario far rilevare che questa tecnica porta alla distruzione di un bene prezioso, quale è la stessa plastica, non consentendone più il suo riutilizzo.

 

Riflettiamo sugli inceneritori...

 

            

Gli inceneritori producono nanoparticelle. Le nanoparticelle entrano nell'organismo e producono tumori. La raccolta differenziata produce invece ricchezza e non avvelena l'ambiente. I bambini sono i più esposti alle malattie. Perchè in Italia si continuano a progettare, costruire, spacciare inceneritori invece di promuovere la raccolta differenziata? Chi ci guadagna? Chi sono gli spacciatori di morte? Chi sono i nuovi Erode?

Riflettiamo su questa frase: “la deliberata spietatezza con la quale la popolazione operaia è stata usata per aumentare la produzione di beni di consumo e dei profitti che ne derivano si è ora estesa su tutta la popolazione del pianeta, coinvolgendone la componente più fragile che sono i bambini, sia con l’esposizione diretta alla pletora di cancerogeni, mutageni e sostanze tossiche presenti nell'acqua, aria, suolo, cibo, sia con le conseguenze della sistematica e accanita distruzione del nostro habitat”. Queste parole, che concludono un articolo sui rischi attribuibili ad agenti chimici scritto dal professor Lorenzo Tomatis nel 1987, ci sono tornate alla mente come una lucida profezia davanti agli ultimi, recentissimi dati sull’incidenza di cancro nell’infanzia in Italia pubblicati dall’Associazione Italiana dei Registri Tumori (AIRTUM: I tumori infantili Rapporto 2008). Se già i dati pubblicati da Lancet nel 2004, che mostravano un incremento dell’ 1.1% dei tumori infantili negli ultimi 30 anni in Europa, apparivano preoccupanti, quelli che riguardano il nostro paese, riferiti agli anni 1998-2002 ci lasciano sgomenti. I tassi di incidenza per tutti i tumori nel loro complesso sono mediamente aumentati del 2% all’anno, passando da 146.9 nuovi casi all’anno (ogni milione di bambini) nel periodo 1988-92 a ben 176 nuovi malati nel periodo 1998-2002. Ciò significa che in media, nell’ultimo quinquennio, in ogni milione di bambini in Italia ci sono stati 30 nuovi casi in più. La crescita è statisticamente significativa per tutti i gruppi di età e per entrambi i sessi. In particolare tra i bambini sotto l’anno di età l’incremento è addirittura del 3.2% annuo. Tali tassi di incidenza in Italia sono nettamente più elevati di quelli riscontrati in Germania (141 casi 1987-2004), Francia (138 casi 1990-98), Svizzera (141 casi 1995-2004). Il cambiamento percentuale annuo risulta più alto nel nostro paese che in Europa sia per tutti i tumori (+2% vs 1.1%), che per la maggior parte delle principali tipologie di tumore; addirittura per i linfomi l’incremento è del 4.6% annuo vs un incremento in Europa dello 0.9%, per le leucemie dell’ 1.6% vs un + 0.6% e così via. Tutto questo mentre si vanno accumulando ricerche che mostrano con sempre maggiore evidenza come sia cruciale il momento dello sviluppo fetale non solo per il rischio di cancro, ma per condizionare quello che sarà lo stato di salute complessivo nella vita adulta. Come interpretare questi dati e che insegnamento trarne? Personalmente non ne siamo affatto stupiti e ci saremmo meravigliati del contrario: i tumori nell’ infanzia e gli incidenti sul lavoro, di cui ogni giorno le cronache ci parlano, unitamente alle malattie professionali, ampiamente sottostimate in Italia, sono due facce di una stessa medaglia, ovvero le logiche, inevitabili conseguenze di uno “sviluppo” industriale per gran parte dissennato, radicatosi in un sistema di corruzione e malaffare generalizzato che affligge ormai cronicamente il nostro paese. Potremmo, sintetizzando, affermare che lo stato di salute di una popolazione è inversamente proporzionale al livello di corruzione e quanto più questo è elevato tanto più le conseguenze si riversano sulle sue componenti più fragili, in primis l’infanzia, come Tomatis già oltre 20 anni fa anticipava. Le sostanze tossiche e nocive non sono meno pericolose una volta uscite dalle fabbriche o dai luoghi di produzione e la ricerca esasperata del profitto e dello sviluppo industriale – a scapito della qualità di vita -, non può che avere queste tragiche conseguenze."

Dott. Michelangiolo Bolognini Igenista - Pistoia

Dott,ssa Maria Concetta Di Giacomo Medico di Medicina Generale - Padova

Dott. Gianluca Garetti Medico di Medicina Generale - Firenze

Dott. Valerio Gennaro Oncologo-Epidemiologo - Genova

Dott.ssa Patrizia Gentilini Oncologo – Ematologo - Forlì

Dott. Giovanni Ghirga Pediatra - Civitavecchia

Dott. Stefano Gotti Chirurgo - Forlì

Dott. Manrico Guerra Medico di Medicina Generale - Parma

Dott. Ferdinando Laghi Ematologo - Castrovillari

Dott. Antonio Martella Oncologo - Tossicologo Napoli

Dott. Vincenzo Migaleddu Radiologo - Sassari

Dott. Giuseppe Miserotti Medico Medicina Generale - Piacenza

Dott. Ruggero Ridolfi Oncologo-Endocrinologo - Forlì

Dott. Giuseppe Timoncini Pediatra - Forlì

Dott. Roberto Topino Medico del Lavoro - Torino

Dott. Giovanni Vantaggi Medico di Medicina Generale -Gubbio

 

UN'IPOTESI POSSIBILE



Il Solare Termodinamico di Libero Borra
Elettricità, Desalinizzazione, Smaltimento


di Eugenio Odorifero



Dispersa nelle campagne di Nettuno, cittadina turistica della costa laziale, la proprietà di Libero Borra ospita quello che riteniamo l'impianto sperimentale di rinnovabile avanzato più importante. Prodotto da un privato, per giunta. Dietro tale tecnologia, altro non c'è che un utilizzo semplice e geniale della termodinamica, ossia quella parte della chimica che studia i rapporti tra volume, pressione, temperatura e composizione chimica. Questo signore di 92 anni, ma ancora capace di dare tantissimo con le sue realizzazioni, infatti ha ripreso l'idea degli specchi ustori, antica quanto il matematico greco Diocle, e ne ha fatto un'applicazione modernissima. Infatti uno specchio ustore, se ben realizzato, può concentrare i suoi raggi in un solo punto, e in questo punto la temperatura può raggiungere i centinaia di gradi. Ed è in tale punto, detto punto di fuoco, che il nostro pone delle tubature a serpentina in cui viene pompata l'acqua a cui viene trasmesso il calore. L'utilizzo dell'acqua è la differenza principale rispetto al progetto di Rubbia. Infatti il più noto premio Nobel aveva scelto come fluido termovettore una miscela di nitrato di sodio e nitrato di Potassio. Peccato che l'acqua, benché meno efficiente di tali costosi composti, sia più versatile, come spiegheremo dopo. Lo stato dell'acqua cui Borra è interessato raggiungere per la produzione di energia, come per gli altri usi, è quella nota ai chimici come ipercritico: qui l'acqua non è nemmeno più vapore, ma gas.

Produzione di Energia

L'ipercritico in questo stato si può utilizzare per più finalità. Quindi l'obiettivo di produrre energia elettrica è un obiettivo, ma non l'unico. In effetti non c'è molto da dire: una volta collegata l'uscita con la classica turbina che produce corrente, il vapore che esce può rientrare nel ciclo, oppure eventualmente riutilizzarlo per secondi fini.

Acqua Potabile dal Mare

Fortuna vuole che Nettuno sia un paese sul mare, cosicché provare una tecnologia di desalinizzazione non solo è facile, ma è quasi doveroso. Il processo non è molto diverso rispetto a quello utilizzato per l'acqua dolce, che viene normalmente utilizzata per produrre energia: cambia la fonte, ma la vera differenza è quando esce l'ipercritico. Se infatti all'uscita l'acqua, con la normale pressione atmosferica, riprende la forma di vapore, il sale esce in forma di polvere e cade giù. Quindi la separazione non è nulla di più facile. Nella fase successiva, il vapore uscente condensato non è ancora acqua potabile e deve passare in un trattamento di opportuno.

Smaltimento di Scarichi e Rifiuti

Libero comunque concepisce la sua creazione come un coltellino svizzero, adatto per una vastità di applicazioni. Per questo propone la sua tecnologia anche per lo smaltimento degli scarichi e dei rifiuti oggi quanto mai attuale. I rifiuti e gli scarichi, con un procedimento stavolta un po' più complesso, possono essere convertiti in combustibile o in altre forme. Borra, nella visita a noi concessa, ha illustrato la sperimentazione a cui si sta dedicando adesso, cioè a ciò che per gli altri, ma non per lui, costituisce un dramma: gli scarichi e i rifiuti. In questa fase sta lavorando all'interconnessione tra il tubo di uno scarico al quale sono connesse due valvole di sicurezza (segno di saggezza) e appunto l'entrata dell'ipercritico. Le possibilità sono varie, tra queste per esempio compattare la CO2 che viene scaricata fino a renderla liquida, che tra l'altro ha pure un suo mercato, come altri processi industriali(zzabili). Come avrete certamente già capito, la tecnologia che ruota intorno al solare termodinamico, utilizza... la termodinamica in questo particolare stato dell'acqua. Niente di troppo difficile per un chimico, nulla di nuovo, ma niente che sia banale. Borra, come molte realtà sperimentali del nostro tempo, non conduce questa iniziativa con finanziamenti pubblici, e neanche con finanziamenti privati, fatta eccezione dei finanziamenti di tasca propria. Sono anni che l'ENEL fa orecchi da mercante al suo metodo, regolarmente brevettato, e preferisce il medioevo dell'inquinamento e dei cancrovalorizzatori. Il sito web di Libero Borra è http://www.borra.info, la sua email è liberoborra@tiscali.it. Se ci sono amministratori e imprenditori che hanno letto questo articolo, e non lo contatteranno, non saranno apprezzati!

SOMMARIO
L’impianto solare Borra, con l’uso di specchi parabolici riflettenti, trasforma l’energia solare in energia elettrica o meccanica, per mezzo di acqua che, ad alta pressione e ad alta temperatura, è allo stato gassoso.

DESCRIZIONE DI UN MODULO DELL’IMPIANTO
Il modulo è costituito da uno specchio parabolico (concentratore), avente una superficie di 15 m2, che, seguendo automaticamente il percorso del sole, concentra i raggi solari sul proprio fuoco geometrico dove è posizionato, in modo fisso, un fornello (assorbitore), all’interno del quale è posta una spirale in cui circola acqua ad una pressione costante di 230 kg/cm2.
L’acqua nella spirale è riscaldata dalla radiazione solare, concentrata dallo specchio parabolico, e, in circa 10 minuti, raggiunge e supera la temperatura di 374 °C trasformando il proprio stato fisico da liquido a gas (senza passare attraverso la formazione della fase vapore).
Il gas così ottenuto, poiché è ad alta pressione, può essere utilizzato per produrre energia elettrica, tramite delle turbine, oppure energia meccanica tramite l’espansione e la compressione di pistoni.

ENERGIA PRODOTTA
Uno specchio solare di 15 m2 può produrre circa 2 kWh di energia elettrica.

VANTAGGI DELL’IMPIANTO
I vantaggi dell’impianto sono molteplici, fra cui:
- non richiede sistemi di controllo della pressione e della temperatura,

- rispetto alle usuali caldaie, che producono vapore surriscaldato, presenta il vantaggio di utilizzare completamente l’energia impiegata,

- può utilizzare anche acqua marina perché i sali in essa disciolti non si depositano in agglomerati, ma rimangono allo stato di polvere fine, e possono essere facilmente allontanati o recuperati,

- particolarmente vantaggioso è il pompaggio dell’acqua a mezzo di iniettori capaci di sollevare grandi quantitativi di acqua alle quote desiderate,

- le centrali idroelettriche possono amministrare la produzione senza modifiche dei loro impianti.

Libero Borra
Via Sacchi, 64
00048 Nettuno (Roma)
Italy -  06.98.81.027
http://www.borra.info
email: liberoborra@tiscali.it

 "MONNEZZOPOLI" e un progetto poi non tanto utopistico...

Legambiente presenta il rapporto annuale su EcomafieLa Puglia ancora una volta sul podio. Al terzo posto per ciclo illegale dei rifiuti e del cemento.  Operazione Black River, ovvero"cinquecentomila metri cubi di spazzatura, numeri che danno il capogiro e a farne le spese anche il Fiume Cervaro" Il fatto di cronaca, commentato nelle parole di Francesco Tarantini, Presidente di Legambiente Puglia "il maxi sequestro della discarica abusiva in provincia di Foggia conferma il triste primato pugliese che emerge da Ecomafia 2008, l´annuale rapporto sulla criminalità ambientale firmato Legambiente. La necessità di aumentare i controlli sul territorio, di tutelare il neonato parco dell´Ofanto è quanto mai imprescindibile, in una Puglia in cui aumentano i reati, le persone denunciate ed i sequestri effettuati". Nel 2007 tutti i numeri dell´illegalità ambientale in Italia crescono in maniera preoccupante. Crescono in particolare gli incendi boschivi dolosi e gli illeciti accertati nei cicli del cemento e dei rifiuti. Sparisce nel nulla una montagna di rifiuti speciali alta poco meno di 2.000 metri con base di 3 ettari. I clan dell´ecomafia salgono a 239 (36 in più rispetto allo scorso anno) e il loro giro d´affari stimato per il 2007 si attesta sui 18 miliardi e 400 milioni di euro (quasi un quinto del business totale annuo delle mafie) pur contraendosi rispetto all´anno precedente di circa 4,4 miliardi di euro. Storie e numeri aggiornati sul malaffare ambientale sono riportati in Ecomafia 2008, l´annuale rapporto di Legambiente sulla criminalità ambientale presentato il 9/6 a Roma.  Il bilancio dell´anno appena trascorso descritto nel Rapporto Ecomafia di Legambiente è di 83 reati contro l´ambiente al giorno: oltre 3 reati all´ora. Gli illeciti accertati dalle forze dell´ordine nel corso del 2007 sono 30.124, il 27,3% in più rispetto al 2006; le persone denunciate 22.069, con un incremento del 9,7%; le persone arrestate 195; i sequestri effettuati 9.074 (più 19% rispetto al 2006). La Campania occupa stabilmente il primo posto nella classifica dell´illegalità ambientale, seguita dalla Calabria. Al terzo posto si trova la Puglia. La prima regione del Nord come numero di infrazioni è la Liguria. Alla dimensione globale dell´ecomafia è dedicata un´ampia sezione del Rapporto: dall´Italia escono rifiuti verso Hong Kong, la Tunisia, il Pakistan, il Senegal, la Cina, ed entrano rifiuti dalla Croazia, dalla Serbia, dall´Albania. I reati accertati dalle forze dell´ordine nel 2007 per violazione alla normativa sui rifiuti sono 4.833, con 5.204 persone denunciate, 136 arrestate e 2.193 sequestri effettuati. Per illegalità nel ciclo dei rifiuti è sempre in testa la Campania, dove lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, spesso di provenienza extraregionale, si è sommato alla catastrofica gestione commissariale di quelli urbani. Sul fronte del ciclo illegale del cemento, cresce il numero d´infrazioni accertate dalle forze dell´ordine (7.978, il 13% in più rispetto al 2006), quello delle persone denunciate (10.074) e dei sequestri (2.240). Il ciclo rimane segnato da profondi fenomeni d´illegalità, in particolare per quanto riguarda le attività estrattive, spalmate su tutto il territorio nazionale. Per l´abusivismo edilizio, le stime del Cresme parlano per il 2007 di 28.000 case costruite illegalmente contro le 30.000 del 2006 e le 32.000 del 2005. L´impegno a non promulgare mai più condoni edilizi, insieme a qualche demolizione in più, ha ridotto la pressione del mattone selvaggio. Tra le diverse tipologie di reato, aumentano in particolare gli incendi boschivi. 225mila ettari di boschi e foreste andati in fumo, 18 persone uccise dalle fiamme, 7 milioni e mezzo di tonnellate di Co2 rilasciate nell´aria sono il bilancio degli oltre 10mila incendi dell´estate scorsa nel nostro Paese, quasi sempre di natura dolosa. Anche l´agricoltura, in tutte le sue filiere, è diventata da tempo una delle frontiere per lo sviluppo dei traffici illeciti. Sono numerosi i casi di estorsione e si torna a parlare di abigeato, il furto di bestiame, che alimenta oggi una filiera illegale, di macellazione e commercio di carni prive di controlli sanitari. Sul fronte dell´archeomafia, invece, calano leggermente i furti: dai 1.212 casi del 2006 si passa ai 1.085 del 2007, con la regione Lazio in pole position per numero di furti al patrimonio culturale. Rimane stabile il mercato del racket degli animali (corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna esotica e protetta, macellazione clandestina). Nella classifica dell´illegalità ambientale la Puglia sale di un gradino, passando dal quarto al terzo posto per numero di infrazioni: ben 2.596 con 1.304 sequestri effettuati. Invece, si colloca al primo posto assoluto per numero di persone arrestate: ben 47. "Sul fronte del ciclo illegale dei rifiuti, la nostra regione - continua Tarantini- mantiene saldamente il terzo posto dello scorso anno con 391 infrazioni accertate, 43 arresti, 437 denunce e 265 sequestri e il foggiano si conferma una terra in cui prolifera il business delle ecomafie. Qui i traffici illeciti portano rifiuti prodotti dal centro nord a essere scaricati direttamente nei terreni agricoli, scorie sempre più spesso spacciate per compost. Con le operazioni Rabbit e Veleno venne svelata l´ecomafia a Foggia". In particolare l´operazione denominata Veleno ha posto fine alle attività che il clan Gaeta svolgeva nei territori della Capitanata fin dal 1995, e che negli ultimi anni si erano concentrate sui rifiuti, che invece di essere portati alle aziende di compostaggio venivano cosparsi su terreni agricoli, oppure interrati nelle cave fruttando. Un´attività illecita che fruttava ai Gaeta circa 5 milioni di euro. Numerose continuano ad essere le discariche abusive che spuntano in Puglia, e a essere ridotte a pattumiera ci sono anche aree di pregio naturalistico. Inoltre, e non è certo una novità, la Puglia rimane la porta d´ingresso o uscita per i traffici internazionali di rifiuti, come dimostrano i sequestri effettuati al porto di Bari di tir contenenti rifiuti pericolosi. Dopo l´abbattimento dell´ecomostro di Punta Perotti, i reati nel ciclo del cemento erano diminuiti, invece quest´anno la Puglia si piazza al terzo posto con 721 infrazioni, 941 persone denunciate e 292 sequestri. Diverse le operazioni messe a segno dalle forze dell´ordine in quasi tutte le province pugliesi. "La realtà è che il mattone selvaggio imperversa ancora in Puglia -dichiara ancora Tarantini- e le costruzioni spuntano ovunque: nelle aree sottoposte a vincolo paesaggistico o idrogeologico e soprattutto sui litorali. Gli 800 chilometri di costa pugliese fanno gola a grandi speculatori e privati cittadini che vogliono il loro posto al sole con vista sul mare". Non mancano casi anche nelle aree protette. L´operazione Lithos del Corpo Forestale dello Stato ha scoperto e sequestrato 20 ettari di cave abusive nel territorio di Minervino Murge all´interno del Parco Nazionale dell´Alta Murgia. Sul fronte dell´archeomafia, l´aggressione criminale al patrimonio artistico e archeologico, la Puglia è al sedicesimo posto con 16 furti nel 2007 mentre non c´è nessuna novità rilevante sul fronte traffico e lo sfruttamento di animali. "In una regione minacciata via terra e via mare è fondamentale che continui l´opera di controllo del territorio e di contrasto che stanno portando avanti la magistratura e le forze dell´ordine. Inoltre, è importante -conclude Tarantini- lavorare molto sulla prevenzione e a tal proposito chiediamo al Governatore Vendola di istituire un Osservatorio Regionale Ambiente e Legalità che abbia lo specifico ruolo di monitorare il territorio su tutte le questioni legate all´illegalità ambientale e che veda coinvolti tutti gli attori locali, Regione, Province, Forze dell´Ordine e associazioni".
 

 

 

Progetti utopistici? (GUARDATE I VIDEO)

 

 

 

            

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dal blog di Beppe Grillo

In Campania l'emergenza è stata voluta. Un segnale l’ho avuto il 23 febbraio 2008. 30.000 ragazzi e ragazze dei MeetUp sono scesi in piazza Dante a Napoli per far festa e insieme insegnare come ridurre e differenziare i rifiuti, fare la raccolta porta a porta, il compostaggio, il trattamento meccanico biologico. E pretendere centri di riciclo come quello di Vedelago che trasformano, senza bruciare, gli scarti in sabbie sintetiche per l'edilizia. Uno Stato serio avrebbe portato quei giovani su un palmo di mano come esempio per Napoli e la Campania. Uno Stato colluso li ha censurati. L'evento, raccontato dalle telecamere di BBC, CNN ed altri media stranieri, è stato oscurato da tg e giornali nazionali, tanto che David Willey, corrispondente dall'Italia della BBC commentò: "Aprire i giornali il giorno seguente e non trovare notizie è imbarazzante, ma è chiaro che in Italia manca una stampa libera e indipendente”.
L’emergenza è un film già scritto. Invece di fare la raccolta porta a porta a Napoli con un piano dettagliato, realizzato e pagato nel 2003, si va avanti con inceneritori e discariche. Nonostante 53 tra arresti e rinvii a giudizio, tra cui Bassolino e amministratori delegati di Fibe e dell’Impregilo.
260 Comuni sono partiti con la raccolta differenziata in Campania, tre mesi fa erano 146. Altri 98 si uniranno a breve. In televisione si parla solo di inceneritori e discariche invece di spiegare come ridurre i rifiuti e differenziarli. L'Unione Europea ha bocciato il piano Berlusconi ed i media ed i politici parlano solo di "dubbi" .
Nessuno parla delle priorità d'intervento secondo l'Europa. Solo discariche, inceneritori, discariche (CHI CI GUADAGNA?), per scoprire, come ha fatto Walter Ganapini, membro onorario del Comitato Scientifico dell' Agenzia Europea per l'Ambiente, che, dal 2003, esiste una discarica che avrebbe evitato l'emergenza rifiuti.
Ascoltate la sua intervista.

Chiedo l'intervento della Corte dei Conti e dell'Unione Europea sui piani per la differenziata porta a porta mai attuati. Sui miliardi di euro di finanziamento europeo scomparsi nel nulla. Cari europei, come vi ho già chiesto a novembre a Strasburgo, fermate ogni finanziamento pubblico a Bokassa Bassolino e ai suoi cannibali. L’Italia ve ne sarà grata.

 

La Procura di Napoli ha ordinato l’arresto di 25 persone, funzionari pubblici e impiegati di aziende con relazioni con il Commissariato per l’emergenza dei rifiuti (Cdr). Il primo giorno la notizia era il titolo di copertina, poche ore dopo è diventata cronaca nelle pagine interne (Corriere) o motivo di fastidio, titolo di Repubblica: “Rifiuti, la magistratura ha creato problemi”. I giornali di Veltrusconi sono allineati nella difesa di Monnezzopoli. Sono stati arrestati i capi impianti Cdr di Napoli, Benevento, Caserta, Avellino, Salerno. Il tecnico del Cdr e responsabile unico per il procedimento dell’inceneritore di Acerra. Gli amministratori delegati delle società Fibe del gruppo Impregilo, e Ecolog delle Ferrovie dello Stato. Marta Di Gennaro, braccio destro di Bertolaso. La presenza assidua dello psiconano a Napoli desta qualche sospetto. Il suo decreto con la creazione della Superprocura è un’ingiustizia a orologeria, sua antica specializzazione. 75 sostituti e procuratori aggiunti hanno denunciato la incostituzionalità del decreto. La prevista competenza di Napoli su tutta la Campania significa la paralisi delle indagini, in quanto tutti gli uffici giudiziari della Campania “dovranno interloquire con un unico ufficio di Procura, con il rischio che minore efficacia e tempestività abbia l’azione di coordinamento del lavoro della polizia giudiziaria da parte del pm”. I procedimenti in corso saranno affidati alla Procura di Napoli con effetto retroattivo. Scippo delle inchieste in corso a chi le ha avviate e caos per i passaggi di consegna dei documenti processuali.
Bertolaso è amareggiato, parla della spazzatura come di un perduto amore: “L’intervento a Chiaiano era stato bello”, “L’intervento della magistratura ha creato problemi non solo personali, ma anche con le comunità locali”.
L’inchiesta che ha portato all’arresto dei 25 è partita a gennaio 2008, sempre tardi, ma senza nessuna relazione con il decreto dello psiconano.
Ai 25 vanno aggiunti i 28 rinviati a giudizio per reati come truffa e frode in pubbliche forniture legati al ciclo dei rifiuti. Tra questi l’ex amministratore delegato dell’Impregilo, l’ex amministratore delegato della Fibe e la statua di sale Bassolino. Il processo inizia a luglio. Il blog lo seguirà con interesse.
25+28 fa 53, il “vecchio” della Smorfia napoletana. La cosa mi preoccupa, sono un po’ superstizioso, anche perché il numero 71, gli anni di un vecchio a caso, corrispondono nella Smorfia a “uomo di merda”.
Monnezzopoli sta arrivando.
 

 

 

Repubblica titola: "Rifiuti. Ultimatum ai ribelli". Propone un indovinato accostamento con un mitragliere in Afghanistan, di certo casuale. Repubblica dovrebbe invece titolare: "Rifiuti. Ultimatum agli inceneritori", con una foto non casuale dell'Impregilo. Sarebbe un atto di coerenza. Jacopo Fo cita un articolo dell'ultimo Venerdì di Repubblica: ben 435 ricerche scientifiche provano un forte aumento di tumori e nascite malformi in prossimità degli inceneritori.

"Mi diverto.
E’ ormai chiaro che dentro i giornali italiani si combatte una battaglia durissima tra i direttori e un pugno di giornalisti che si rifiutano di tacere sempre e comunque.
Così abbiamo delle piccole soddisfazioni: alcune notizie bomba finalmente vengono pubblicate. Non le vedete in prima pagina, non hanno titoli a 9 colonne, non sono correlate da interviste e commenti. Però le notizie escono.
Ad esempio vengono pubblicate sul numero 1052 del Venerdì di Repubblica (16 maggio) a pagina 90 (coincidenza o magia alchemica il fatto che la paura nella Smorfia napoletana corrisponde al numero novanta?).
Ecco l’articoletto, secco secco. Un grande pezzo di sintesi giornalistica, probabilmente contrattato parola per parola in riunioni infuocate dei caporedattori, oppure sfuggito per errore alla penna rossa dei censori… Questo articolo credo che alla fine sia uscito perchè protetto dalla Divina Provvidenza in persona, è comunque stato stampato, nero su bianco, e ci dice che 435 (QUATTROCENTO TRENTACINQUE) ricerche scientifiche internazionali provano un aumento di tumori e nascite malformi spaventoso in prossimità dei termovalorizzatori.
Senza commento. Senza due righe di scuse verso il povero Beppe Grillo accusato con ogni tipo di cattiveria dalle colonne dello stesso giornale per essersi permesso di dire esattamente la stessa cosa: gli inceneritori puoi anche chiamarli termovalorizzatori ma ti ammazzano comunque.
Una nota stilistica che permette di capire appieno il meccanismo perverso utilizzato dai media per rendere di scarso interesse notizie di importanza capitale.
Il titolo può essere un modo per indurre le persone a leggere un articolo oppure a non leggerlo.
Se questo articolo fosse stato: “Aveva ragione Grillo gli inceneritori uccidono!” avrebbe destato grande curiosità. Allora lo hanno intitolato in modo tale da tagliargli le gambe: “Emissioni: Una ricerca francese sottolinea il rapporto diossina-cancro
QUANDO LA SALUTE SE NE VA IN FUMO (TOSSICO).
Capisci l’astuzia: non ti dice che le ricerche sono 435, come viene specificato poi nell’articolo. Non si pronuncia la parola proibita INCENERITORE. Si parla di EMISSIONI… Termine vago come la melma.
Questa tattica in effetti funziona. I lettori accorti dicono: “Però alla fine Repubblica le notizie le dà!” E continuano a comprarla. Mentre il 95 per cento dei lettori, un po’ meno attenti, non si accorge di quella notizia così imbarazzante.
Prova ne è che sono passati 5 giorni dall’uscita del Venerdì e se cerchi sul web: “diossina istituto statale di sorveglianza sanitaria francese”, non trovi niente a proposito di questa colossale notizia!
E non trovi niente neanche se digiti “diossina 435 ricerche PubMed”
Comunque giudica tu: ecco il testo integrale:
“Nelle popolazioni che vivono in prossimità di impianti di incenerimento dei rifiuti è stato riscontrato un aumento dei casi di cancro dal 6 al 20 per cento.
Lo dice una ricerca, resa pubblica dall’istituto statale di sorveglianza sanitaria francese, l’ultima delle 435 ricerche consultabili presso la biblioteca scientifica internazionale PubMed che rilevano danni alla salute causati dai termovalorizzatori per le loro emissioni di diossina, prodotta dalla combustione della plastica insieme ad altri materiali. Questa molecola deve la sua micidiale azione ala capacità di concentrarsi negli organismi viventi e di penetrare nelle cellule. Qui va a “inceppare” uno dei principali meccanismi di controllo del Dna, scatenando le alterazioni dei geni che poi portano il cancro e le malformazioni neonatali.”
(Il pezzo non è firmato ma sta all’interno di una specie di box dentro un articolo di Arnaldo D’Amico.)
Spero ci si renda conto dell’importanza dell’ufficializzazione di una simile notizia: e ti invito quindi a farla girare e ripubblicarla sul tuo sito. Se riusciamo a far sapere a molti italiani come funziona questo giochetto dell’informazione ridimensionata (non censurata, non libera, omogenizzata) potremmo creare qualche altro problema ai signori dei giornali. Loro ormai lo sanno che chi legge i quotidiani poi va su internet…
FACCIAMOLI PIANGERE!
CITIAMOLI A MARTELLO OGNI VOLTA CHE PER SBAGLIO DICONO LA VERITA’.
Usare la forza dell’avversario per farlo cadere".
Jacopo Fo

I treni della monnezza vanno a nord. Come uccelli migratori in primavera. Verso l’accogliente Germania che separa i nostri rifiuti e li trasforma in materie prime secondarie e in composti organici per l’industria. I treni dei rifiuti differenziati tornano quindi a sud. Verso l’Italia ridicola e cialtrona. Messa alla berlina in tutta Europa da partiti incapaci e corrotti.
Paghiamo la Germania per i rifiuti due volte: una all’andata e l’altra al ritorno. Per smaltirli come spazzatura e per comprarli come materia prima secondaria. La portavoce del ministero dell’Ambiente della Sassonia ha dichiarato: “I rifiuti non sono stati bruciati negli inceneritori, sono stati separati i rifiuti organici da quelli solidi, che diventeranno materie prime secondarie, una parte minore è stata trattata in un impianto meccanico-biologico e verrà venduto alle industrie”.
L’Italia è un ottimo cliente della propria spazzatura, è il terzo importatore di materie prime secondarie dalla Germania con due milioni di tonnellate all’anno. Importiamo plastica, metallo, carta dai tedeschi. La nostra plastica, il nostro metallo, la nostra carta. I tedeschi fanno i lavori che gli italiani non sanno più fare. Differenziare la spazzatura è un mestiere troppo complesso per il genio italico. Ma, soprattutto, rende poco. Gli inceneritori sono invece dei pozzi di petrolio per chi li fabbrica e per chi li gestisce.
Se dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono le società pubbliche di gestione dei rifiuti. E’ il richiamo della monnezza, è più forte di loro. L’emergenza rifiuti è un business, scoprite chi ci guadagna e avrete trovato la soluzione del problema. Per esempio, ma solo per esempio, chi è l’azionista principale dell’Impregilo? A chi appartiene la discarica di Chiaiano?

 

 

LA PESTE DEL SECOLO: LA DIOSSINA

 

 

 

ENERGIA SOSTENIBILE PER L’ABRUZZO

 

La politica energetica della Regione Abruzzo, invece di subire ed assecondare l’andamento spontaneo del mercato energetico, dovrebbe seguire le indicazioni dell’Unione Europea, se vuole avere possibilità di attuazione e soprattutto essa deve essere funzionale al raggiungimento ed al superamento degli obiettivi di Kyoto: riduzione delle emissioni di gas clima-alteranti e gas serra (CO del 6,5% rispetto ai livelli del 1990). Per realizzare questi obiettivi saranno certamente necessari cambiamenti profondi di abitudini consolidate, ma non sarà necessario rinunciare al benessere e al comfort (oppure ritornare all’età della pietra), ma solo agli sprechi, governando i consumi, razionalizzando i trasporti, e modificando il nostro modo di produrre e consumare elettricità e calore. Il  nostro obiettivo è quello di raggiungere, entro l’anno 2020, un risparmio del 50% nel    fabbisogno di fonte primaria (le “materie prime” energetiche: carbone, petrolio, gas etc.), e per raggiungere tale obiettivo dobbiamo iniziare immediatamente, puntando subito su due date intermedie ovvero:

Anno:               2006   2010    2020

Risparmio:     -10%   -25%   -50%

Consideriamo l’andamento dei consumi di fonte primaria in Itala dal 1980 ad oggi e due proiezioni per i prossimi 20 anni. Senza interventi correttivi i nostri consumi continueranno a crescere per superare nel 2020 oltre 200 Mtep (Megatep = milioni di tonnellate equivalenti di petrolio). Invece Legambiente propone di intervenire sull’economia nazionale per innescare uno scenario di graduale discesa nel fabbisogno di fonte energetica primaria del paese, fino ad arrivare, nel 2020, a dimezzarlo.    

Come si raggiungono tali obiettivi?            

In proporzione ai suoi 1.276.000 abitanti, il consumo di fonte primaria della regione Abruzzo è leggermente inferiore ai 4.000.000 tep/anno, e le relative emissioni di gas serra ammontano a circa 10-11 milioni di tonnellate di CO l’anno. Attualmente il fabbisogno di energia elettrica della regione, pari a circa 6.323 GWh/anno (anno 2000, dati GRTN), viene coperta per il 43% da centrali termoelettriche, per il 27% da impianti idroelettrici, mentre il restante 3 viene importato da altre regioni italiane. Sviluppi recentissimi hanno portato il contributo dell’energia eolica ad una valore vicino al 3% del fabbisogno elettrico della regione (non lontano dalla media della Germania, paese leader mondiale nel settore eolico).  Su questa base le soluzioni tecniche per il problema energetico della regione Abruzzo sono sintetizzabili in tre grandi categorie ovvero:

1. L’uso razionale dell’energia e l’efficienza energetica: la moltitudine di soluzioni appartenenti a questa categoria darà il contributo più consistente al raggiungimento degli obiettivi. Si tratta di interventi di efficienza, di non-spreco e risparmio energetico nel:

• Sistema elettrico convenzionale: sostituzione delle vecchie centrali termoelettriche attuali attraverso la micro-cogenerazione e trigenerazione diffusa assecondata da alcune piccole centrali cogenerative a ciclo combinato (< 100 MW) distribuite suI territorio, in modo da favorire le opportunità di allacciamento a reti di teleriscaldamento, e sostituire le caldaie attualmente in uso, eliminando in questo modo le relative emissioni inquinanti e di gas serra e clima-alteranti;

• Industria: razionalizzazioni, integrazioni e recuperi energetici nei processi produttivi, cogenerazione e trigenerazione anche su scala micro (< 1 MW);

• Usi domestici e nei servizi: rottamazione di elettrodomestici, macchine d’ufficio, e lampade inefficienti, servizi post-contatore, servizi energetici integrati (micro-cogenerazione e trigenerazione) offerti da imprese locali specializzate (ESCO = Energy Service Company);

• Edilizia: riqualificazione energetica attraverso la riforma dei regolamenti edilizi mirata a favorire ed incentivare miglioramenti nella coibentazione degli involucri edili, bio-edilizia e solare passivo. Sono da evitare le soluzioni impiantistiche (condizionamento d’aria, pompe di calore etc.) per rimediare alle perdite di calore e freddo dei moderni “edifici colabrodo”. Per questo occorre stabilire attraverso una legge regionale un limite massimo di consumi energetici unitari: nuovi edifici 25-30 kWhIm l’anno ; quelli esistenti 60 kWh/m l’anno.                                            L’attuazione di queste proposte potrà dare nel 2020 un contributo alla riduzione del consumo di fonte primaria in Abruzzo pari a 900.000 tep/anno

2. Le fonti rinnovabili dovranno fornire un contributo altrettanto decisivo. La nostra proposta mira a raggiungere nel 2020 le seguenti capacità installate:

A)  Produzione elettricità                   capacità installatacopertura     fabbisogno elettr.attuale

• Energia eolica:                                     1.000 MW (ca 500 turbine)                     30 %

• Tetti solari fotovoltaici:                          0,4 m pari a 500 MWp                           10 %

• Centrali alimentate a biomassa:             50 MW                                                     5 %

• Centrali mini-idroelettriche:       30MW                                                      2 %

                                          Totale energia elettrica da fonti rinnovabii           47%

B) Produzione calore (per riscaldamento e calore di processo):

•          Scaldacqua solari:                                  0,9 m (oggi già realtà su Cipro)

•          Solare passivo in edilizia:                        6% del parco edile

•          Biomassa:                                              100.000 tep/anno (a bassa e media temperatura)

•          Biocombustibili per autotrazione:              90.000 tep/anno (10% dei combustibili per trasporti)

Questo parco impiantistico consentirà all’Abruzzo di raggiungere nel 2020

un totale di fonte primaria sostituita da fonti rinnovabili pari a ………………….. 600.000 tep/anno

3. L’ottimizzazione dei trasporti - occorrono interventi per:

•           La riduzione dei bisogni di mobilità (telematica, telelavoro, teleservizi etc.);

•          Il  potenziamento dei trasporti pubblici in ambito urbano (metropolitane e tram);

•          Il  trasferimento su ferro (rotaia) e su acqua (mar Tirreno ed Adriatico) di una

parte cospicua del trasporto merci e passeggeri;

•          L’introduzione di nuovi veicoli ad emissioni zero (auto elettriche);

•          L’adozione di biocombustibii (nella misura del 10%) per autotrazione;

raggiungendo un totale di fonte primaria risparmiata pari a 500.000 tep/anno

Totale riduzione consumi di fonte primaria in Abruzzo nel 2020 …………….2.000.000 tep/anno (per maggiori dettagli tecnici vedi “Documento Energia” di Legambiente)

Strumenti attuativi e nuove regole:

In Italia le regole della concorrenza sono attualmente distorte a vantaggio delle fonti fossili, i cui costi ambientali non sono conteggiati e vengono pagati dalla collettività attraverso le spese sostenute per il disinquinamento e il recupero territoriale, per la salute, per il restauro dei monumenti storici danneggiati e per le catastrofi naturali (alluvioni, frane, siccità, incendi boschivi) provocate dall’incuria e dall’inquinamento che altera il clima. Chiediamo dunque nuove regole di indirizzo del mercato, che in buona sostanza tengano conto dei costi ambientali delle varie scelte energetiche.

Nuove regole che scoraggino lo spreco di risorse, l’uso delle fonti energetiche fossili rendendo conveniente per il cittadino e per le imprese:

- l’uso razionale ed efficiente dell’energia, nonché il suo risparmio;

- le fonti energetiche rinnovabili;

- la riqualificazione energetica del parco edile;

- mezzi di trasporto efficienti e ad emissione zero e la fruizione comoda dei trasporti pubblici.

 

 

ENERGIE RINNOVABILI:  MA A CHE PREZZO?

 

di Fabrizio Fedele

 

Le energie rinnovabili sono quelle che si formano spontaneamente in un tempo minore di quello impiegato per consumarle. Sono fonti rinnovabili l'energia solare diretta, l'energia idrica, quella eolica, quella derivante da biomasse. Oggi le fonti di energia rinnovabili, forniscono il 9,7% del fabbisogno energetico mondiale. In Italia contribuiscono per circa il 7% ai consumi nazionali.

In materia di energia, la Finanziaria precedente comprendeva due articoli sullo sviluppo sostenibile e le politiche energetico-ambientali: il fondo 109, che prevedeva un impegno di 150 mld di lire per il triennio 2001/2003, e il fondo 110 per la riduzione delle emissioni in atmosfera e la promozione dell'efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. Il primo è stato ridotto di 90 mld, mentre il secondo che prevedeva l'utilizzo del 3% della Carbon tax, resta sospeso. In Italia per adesso quindi la produzione di energia elettrica da dalle "nuove rinnovabili" resta confinata a percentuali molto basse ( 5,4% ). Quanto alla ratifica di Kyoto, la nuova finanziaria stanzia 3 mld di lire. L'abbattimento di 120 milioni di tonnellate di anidride carbonica necessaria per diminuire del 6,5% le emissioni nel nostro paese appare molto difficile. Ma cerchiamo di capire meglio la situazione. L'illusione della disponibilità illimitata  di energia a basso costo, su cui si è fondato dal dopoguerra lo sviluppo economico dei paesi industrializzati, è oramai crollata. Dal 1973 subito dopo la guerra arabo-israeliana, i paesi produttori di petrolio hanno ottenuto prezzi sempre più alti per le forniture di greggio, mentre le economie dei paesi occidentali hanno subito gravi penalizzazioni. Si è arrivati così a cercare fonti di energia rinnovabili, ma a che prezzo? L'idea di difficile diffusione è quella secondo cui il territorio è una risorsa, e più precisamente una risorsa limitata. Pone naturalmente i suoi vincoli, sia per le fonti rinnovabili e sia per quelle non rinnovabili. Poi c'è anche un discorso legato al paesaggio, all'estetica. La Convenzione europea del paesaggio è stata redatta il 20 ottobre del 2000 a Firenze, dagli stati membri del Consiglio d'Europa ed è composta di 4 capitoli e 18 articoli secondo i quali il "paesaggio designa una determinata parte di territorio il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali…" e poi di seguito " la salvaguardia dei paesaggi indica le azioni di mantenimento e conservazione degli aspetti espressivi o caratteristici di un paesaggio, giustificate dal suo valore di patrimonio derivante dalla sua configurazione naturale… ogni paese si impegna a riconoscere giuridicamente il paesaggio in quanto componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione delle diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento delle loro identità". Si capisce quindi che il paesaggio svolge importanti funzioni di interesse generale, sul piano ecologico, culturale, ambientale e sociale e se salvaguardato, gestito e pianificato in modo adeguato, può contribuire anche alla creazione di posti di lavoro. L'impatto che produce l'istallazione di un parco eolico sul paesaggio è senza dubbio devastante. Immaginiamo lo scempio che verrebbe fuori con l'istallazione di 60 torri eoliche sulle nude e grandiose balze del versante sud del PNGSL ( Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga ) se venisse concesso il nulla osta dall'Ente Parco e dalle Autorità competenti, per il programma d'istallazione presentato dai Comuni di Santo Stefano di Sessanio e di Calascio. Azioni simili sono in corso sui monti Sibillini, sul monte Cappelletta che domina da un lato Norcia e dall'altro il Pian Grande di Castelluccio. L'energia eolica e le altre fonti rinnovabili, avrebbero dovuto essere vagliate da un'attenta e mediata pianificazione, come faceva intendere la legge n.10 del 2 gennaio 1991 per l'attuazione del Piano energetico nazionale per non provocare irreversibili danni al paesaggio appenninico: pensate alle strade sterrate tagliate fin sulla cima dei monti per consentire ai tir ed alle autogru di raggiungere i luoghi più impervi; sbancamenti fatti, uno per torre, per spianare il terreno dove collocare le basi di cemento armato, profonde 10-12 metri; cambiamento totale del paesaggio, dalla naturalità e del profilo paesaggistico rimasto intatto per secoli. Penso sia necessario alzare le difese in fatto di tutela dell'ambiente e di conseguenza renderla sempre più efficace, oltre al fatto che si dovrebbe tener presente nell'ordinamento giuridico del nostro Paese, la procedura di verifica dell'impatto ambientale.

 

Energia alternativa...

 

 

 

I RIFIUTI E LA LORO SISTEMAZIONE: “UNA BOMBA ECOLOGICA”.

 

di Fabrizio Fedele

 

 

Con l'industrializzazione, lo sviluppo tecnico e la crescita economica, la quantità di rifiuti prodotti dall'uomo è cresciuta immensamente, soprattutto nei Paesi più industrializzati. Tra i molti tipi di rifiuti che si producono distinguiamo in base all'origine, quelli domestici o urbani, quelli commerciali, industriali, agricoli, minerari e radioattivi. Oltre a ciò i rifiuti si dividono in pericolosi e non pericolosi e prendono varie forme: solida, liquida, gassosa, mista (fanghi e melme) e ogni possibile combinazione. In funzione dell'origine, questi si possono degradare in prodotti pericolosi e non, per la salute umana o per l'ambiente. A ciò si aggiunge la possibilità di reazioni chimiche nei depositi. Le discariche per rifiuti sono ambientalmente accettabili se ben costruite e gestite, in caso contrario risultano dannose per l'ambiente.

Premettiamo innanzi tutto che i rifiuti domestici sono una raccolta eterogenea di quasi ogni cosa, dal cibo ai cascami di giardinaggio, alla carta, alla plastica, al vetro, alla gomma, alla cenere, ai laterizi, ai metalli, ecc. Molte di queste sostanze, reagendo con l'acqua formano una sostanza ricca di sali minerari e batteri, chiamato lisciviato. Questo si forma quando la pioggia si infiltra in una discarica e dissolve la frazione solubile dei rifiuti. Tutte le discariche contengono materia nei tre stati fondamentali, solido, liquido e gassoso e presentano un delicato equilibrio tra essi. Il modo più comune di sistemare i rifiuti domestici è di mischiarli a terra  e stenderli, compattandoli, in una zona piana adibita all'accumulo. Per quanto riguarda l'ubicazione di una discarica, si deve scegliere il sito in base all'estenzione del progetto, ai materiali da costruzione e al problema della riabilitazione del sito. Il requisito principale nel progettare una discarica consiste nello stabilire esattamente il tipo, la natura, la cubatura dei rifiuti da sistemare. La scelta della discarica per un particolare tipo di rifiuti o per una miscela deve valutare anche i fattori economici e sociali, oltre a quelli geologici e idrogeologici. La discarica ideale non deve pertanto minacciare la qualità dell'acqua, essere priva di acqua ferma o in movimento e avere scorte sufficienti di terra per coprire ogni singolo strato di rifiuti. Dovrebbe essere situata ad almeno 300 mt. da ogni zona residenziale. Sempre in relazione all'idrogeologia, le rocce che proteggono meglio le risorse e le forniture di acqua  sono quelle che hanno bassa permeabilità intrinseca.

Il progetto di una discarica e la scelta del sito sono influenzati dalle proprietà fisiche e biochimiche dei rifiuti. La qualità di lisciviato prodotta dipende dalla quantità d'acqua presente nella discarica. La quantità d'acqua assorbita dai rifiuti dipende dall'età della loro messa in posto. Le discariche ben progettate hanno non solo un rivestimento sul fondo e una copertura, ma anche una struttura cellulare, ovvero contengono i rifiuti in una serie di celle o "tombe", di argilla, coperte da uno strato di suolo e compattate. Non ci sono regole ben precise sul modo di scaricare e compattare i rifiuti solidi. I rivestimenti o incamiciature delle discariche sono costruiti con una varietà di materiali: argilla compatta di bassa permeabilità, membrana artificiale flessibile, sistema di rilevazione e raccolta del lisciviato, membrana artificiale flessibile, sistema di raccolta del lisciviato primario, tubi di raccolta. Alla base della discarica si possono piazzare come materiali di rivestimento, argilla, bentonite, geomembrane, suolo-cemento o bitume-cemento. I lisciviati si formano per la presenza di liquidi, principalmente acqua, nelle discariche, quando si supera la capacità di assorbimento dei rifiuti. Tra i vari materiali presenti, quelli materiali sono in genere biodegradabili; all'inizio la loro decomposizione è aerobica (prosperano i batteri per le condizioni umide), ma l'ossigeno viene rapidamente consumato e l'ambiente diventa anaerobico. Alla base della composizione anaerobica ci sono due processi fondamentali che operano in sequenza, semplificazione della frazione organica e riduzione di quella inorganica  e metanizzazione.

In linea di massima nel suo passaggio attraverso suoli e rocce, il lisciviato subisce processi chimici e fisici che lo "attenuano", ovvero ne diminuiscono l'aggressività; tra questi, precipitazione, scambio ionico, assorbimento e filtrazione. I lisciviati contengono molti contaminanti che possono avere un effetto deleterio sull'acqua di superficie; se entrano in un fiume, ad esempio, l'ossigeno viene consumato dai batteri che demoliscono i composti organici e in caso grave, l'acqua ne viene del tutto privata. I principali inquinanti inorganici che possono dare problemi nei lisciviati sono ammoniaca, ferro, metalli pesanti e in minor misura cloruri, solfati, fosfati e calcio. L'ammoniaca può essere presente in parecchie centinaia di milligrammi/litro. Una concentrazione di 2,5-25 mg/l risulta letale per i pesci. Così come il ferro ferroso, il quale attraverso l'ossidazione produce depositi e intorbida l'acqua.

Sarebbe quindi doveroso, prima di iniziare a portare i rifiuti in discarica, programmare un controllo dell'acqua sotterranea e continuarlo fino a 20 anni dopo il completamento delle operazioni. L'effetto più serio di un lisciviato sull'acqua di falda è la mineralizzazione, dovuta all'azione degli ioni inorganici.

La progettazione ed esecuzione di lavori correttivi o riparativi, atti a rimediare a danni fatti in passato all'ambiente, infatti, sono processi delicati e complessi. Questi a loro volta non devono creare inquinamento ed il programma dovrà prevedere controlli e sorveglianza. A seconda del contaminante verrà applicata una diversa tecnica di intervento. La via migliore è quella del trattamento sul posto e non il prelievo del terreno contaminato. Si può pensare a misure di contenimento per isolare l'ambiente contaminato e a lavaggi con solventi ad hoc. Infine ricordiamo il biotrattamento o biocorrezione, usata per lo più per inquinanti organici, che comporta l'uso di microrganismi per biodegradare o trasformare  gli inquinanti in forme innocue.

L'acqua di falda inquinata, invece,  può essere estratta e trattata oppure subire il trattamento sul posto, questo dipende dalla solubilità dell'acqua e dalla volabilità delle sostanze inquinanti. Il metodo più usato per ripulire l'acqua dai contaminanti è di estrarla con pompe, trattarla e poi ri-iniettarla in falda, oltre a pozzi, si scavano trincee e fosse per far venire l'acqua in superficie. Per quanto riguarda la biocorrezione, si procede come nel suolo, distinguendo però tra acqua in condizioni aerobiche e acqua in condizioni anaerobiche; nel primo caso si aggiungono all'acqua ossigeno e nutrienti, nel secondo metano e nutrienti.

Senza dubbio vi è convenienza economica dietro a tutto questo, è un business. Non sono poche infatti le società del settore, che sono andate in prima pagina nei quotidiani regionali e nazionali denunciate per attività illecite, dopo ottenuto consistenti contributi regionali. Il problema dei rifiuti,  tossici e non,  è molto grave e nella fattispecie se inceneriti, potrebbero danneggiare l’ambiente circostante. E stiamo parlando di zone periferiche della città. Un territorio caratterizzato da vigne, olivi e altri prodotti agricoli che potrebbero risultare gravemente inficiati da un inquinamento siffatto.

Ricordiamo in proposito la battaglia durata per ben 5 anni fino al 2004, del Comitato spontaneo intercomunale contro l’inceneritore progettato dalla Abruzzo Energia s.r.l. nel territorio del Comune di Alanno, un impianto privato che prevede un termovalorizzatore per la produzione di 6 megawatt di energia elettrica, di cui 3 necessari per il proprio funzionamento.

Una bomba ecologica che rischiava di scoppiare nel territorio del Comune di Alanno. Non c’è giorno dove le cronache non riportano notizie riguardanti l’eco-mafia, discariche abusive, tentato smaltimento di rifiuti tossici, parole che si sentono sempre, che ognuno di noi ha in bocca, ma alle quali non si dà mai il peso necessario fino a quando non ci toccano direttamente. Ed è questa la preoccupazione delle popolazioni locali.  Ricordo che non deve essere visto come un problema politico, come da molti strumentalizzato, non è importante il colore dello schieramento, ma è un problema per la salute di tutti i cittadini e dell’ambiente comune.

I termodistruttori

 

Termovalorizzatori: non distruggono i rifiuti ma li trasformano in ceneri, scorie ed emissioni tossiche.

 

Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito ad una crescente e smisurata produzione di rifiuti indice di una società sempre più orientata verso i consumi. La gestione dei rifiuti è diventata un problema ambientale tangibile ovunque, soprattutto nei paesi in via di sviluppo spesso oggetto di importazioni illegali di rifiuti e di tecnologie produttive ad alto impatto sanitario ed ambientale. Molti governi europei, fra cui l’Italia, promuovono l’incenerimento come soluzione all’emergenza rifiuti e incentivano, attraverso contributi economici e facilitazioni amministrative (come le procedure semplificate), la costruzione di nuovi termodistruttori. Questa politica di gestione dei rifiuti contrasta le indicazioni della Comunità europea che prevedono, invece, una serie di linee di intervento, recepite a livello nazionale dal decreto Ronchi (1997), quali:

Ø prevenzione

Ø riutilizzo

Ø riciclo

Ø recupero di materia e poi di energia

Gli inceneritori, o termodistruttori, sono impianti di smaltimento che bruciano i rifiuti allo scopo di ottenerne una riduzione in peso e in volume. In realtà la fisica insegna che la materia non può essere né creata né distrutta e durante la combustione essa semplicemente si modifica. I termodistruttori non distruggono i rifiuti ma li trasformano in ceneri, scorie ed emissioni tossiche. Oltre a non risolvere il problema delle discariche, perché le ceneri dovranno essere a loro volta smaltite in discariche per rifiuti speciali, gli inceneritori non fanno fronte nemmeno all’emergenza rifiuti (in quanto la costruzione di un impianto richiede anni di lavoro) e, soprattutto, vanno contro ogni forma di prevenzione dei rifiuti.  Tutti i tipi di inceneritori bruciano i rifiuti immessi ma rilasciano numerosi composti inquinanti nell’ambiente, sia sotto forma solida che gassosa. Questi impianti come soluzione allo smaltimento dei rifiuti:
§ Pongono un rischio sanitario - Molti degli inquinanti emessi come le diossine e i furani sono composti cancerogeni e altamente tossici.

§ Pongono un rischio ambientale - Le sostanze contaminanti emesse da un inceneritore per via diretta o indiretta inquinano l’aria, il suolo e le falde acquifere.

§ Non eliminano il problema delle discariche - Nonostante la diminuzione di volume dei rifiuti prodotti, il destino delle ceneri e di altri rifiuti tossici prodotti da un inceneritore è comunque lo smaltimento in discarica per rifiuti speciali, più costose e pericolose.

§ Non servono a risolvere le emergenze - La costruzione di un impianto di incenerimento richiede diversi anni di lavoro (almeno 4-6 anni) e pertanto non può essere considerato una soluzione all’emergenza per i rifiuti.
§ Richiedono ingenti investimenti economici - Sono impianti altamente costosi (almeno 60 milioni di euro) e a bassa efficienza che necessitano di un apporto di rifiuti giornaliero e continuo, in netta opposizione ad ogni intervento di prevenzione della loro produzione e pericolosità, principi che sono alla base della gestione dei rifiuti dell’Unione europea.
§ Disincentivano la raccolta differenziata - Questo sistema di raccolta in Italia si aggira intorno al 13 %, una percentuale irrisoria la cui crescita sarà fortemente penalizzata se la gestione dei rifiuti prenderà la via della combustione.
§ Non creano occupazione - La costruzione e l’esercizio di un impianto determina un livello occupazionale inferiore al personale impiegato nelle industrie del riciclaggio dei materiali pubbliche e private che potrebbe offrire dai 200.000 ai 400.000 posti di lavoro nell’Unione europea.

§ Non garantiscono un alto recupero energetico - Il risparmio di energia che si ottiene dal riciclare più volte un materiale o un bene di consumo è molto superiore all’energia prodotta dalla combustione dei rifiuti. La plastica, che rappresenta circa l’11% in peso dei rifiuti urbani, è l’unica frazione merceologica la cui combustione è più vantaggiosa del riciclaggio: ciò è dovuto al suo elevato potere calorifico (ottimo per il processo di incenerimento) e allo scarso valore commerciale della plastica riciclata (un materiale plastico riciclato, infatti, può essere utilizzato una sola volta ed esclusivamente in applicazioni minori, come l’arredo urbano, fibre tessili e materiali per l’edilizia). Riciclare e compostare i rifiuti è un approccio più sostenibile rispetto a quello dello smaltimento, può ridurre i costi di gestione e creare posti di lavoro. I programmi di riciclaggio andati a buon fine in città del Canada, dell’Australia e del Belgio hanno portato a riduzioni dei rifiuti urbani fino al 70%. Fino a quando l’incenerimento sarà considerato come una soluzione alla crisi dei rifiuti, l’industria non sarà spinta verso la progettazione e la produzione di beni di consumo che non contengano sostanze chimiche tossiche. I rifiuti potrebbero essere riutilizzati, riciclati e compostati in condizioni di sicurezza garantendo in tal modo una soluzione sostenibile ad un problema globale, in linea con una visione progressiva di una società che produca Zero Rifiuti.

 

Monnezza Day

 

NAPOLI - Ieri sera a Napoli ho chiesto scusa a tutti i Campani. Esordisce così Beppe Grillo al "Monnezza-Day". "Scusa. Sono qui per chiedervi scusa a nome di tutti gli italiani. Nel 1861 siete stati annessi dai piemontesi con una guerra di occupazione. Napoli era una delle capitali di Europa. Con Vittorio Emanuele II è diventata la capitale dell’emigrazione. I Savoia si sono portati via la cassa del Regno e vi hanno mandato il generale Cialdini. Decine di migliaia di campani sono stati massacrati. Prima dei piemontesi erano sudditi del Regno delle Due Sicilie. La mattina dopo erano briganti. La tecnica è sempre la stessa: prima ti infangano, poi ti ammazzano o ti manganellano. Napoli è la capitale mondiale della spazzatura. Sporca, schifosa. E’ su Newsweek, sul Time, su Le Monde. Siete dei benefattori. Smaltite i rifiuti tossici da tutto il mondo, e soprattutto, dalle imprese del Nord Italia. Avvelenare la Campania gli costa meno che smaltire le scorie nocive. Chi ci guadagna? Il prodotto interno lordo! Dopo l’unificazione con l’Italia non siete più un popolo, siete lazzaroni, camorristi, feccia, cafoni. Voi che avete avuto Cuma e Capua migliaia di anni fa. La civiltà greca, quella etrusca, quella romana. Oggi siete prigionieri in casa vostra. Non sapete neppure più chi siete. Vi chiedo scusa per la Camorra, per Bassolino, per Veltroni, per Berlusconi, per la Iervolino, per Cirino Pomicino. Vi chiedo scusa per Mussolini, per il fascismo, per due guerre mondiali, per le leggi razziali, per le navi piene di emigranti. Scusa per aver ridotto una delle più belle città del mondo a uno spot pubblicitario della monnezza. Tenímmoce accussí: ánema e core...nun ce lassammo cchiù, manco pe' n'ora...stu desiderio 'e te mme fa paura... La Campania è un laboratorio politico. Quello che succede qui succederà in tutta Italia. La distanza tra i cittadini e le istituzioni da voi non c’è più, hanno introdotto il manganello consapevole. Quello che colpisce a ragion veduta le donne e i vecchi con le braccia alzate a Pianura e a Savignano Irpino. Il manganello quasi consapevole del G8 di Genova, della Val di Susa, da voi si è evoluto, ha trovato una rappresentazione matura, più democratica. Scusa... Il mondo guarda Napoli. Siete a un punto di non ritorno. Napoli è all’anno zero. Come Berlino nel 1945 dopo i bombardamenti. E’ un’occasione storica, unica per ripartire. Per una Rinascita Campana. Riprendete in mano il vostro passato, la vostra lingua e la vita dei vostri figli. Il vostro territorio. Se volete potete cambiare le cose. Nulla è impossibile per chi è nato qui. Quello che viene deciso a Roma non è importante, voi siete importanti. L’Italia di Beppe Grillo vi chiede scusa, l’altra Italia vi giudica e vi manganella. La Storia è passata di qui e ci tornerà presto. Però, dategli una mano. Per un Nuovo Rinascimento. Tenímmoce accussí: ánema e core...nun ce lassammo cchiù, manco pe' n'ora...stu desiderio 'e te mme fa paura..."

 

 

 

 

                    

 

PER UN FUTURO MIGLIORE ECCO L'ALTERNATIVA: UN SEGNO DI CIVILTA'

 

 

  

FORUM «In natura nulla si distrugge» in un articolo dell’esperto in comunicazione e ambientalista Gabriele Bindi

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Caro rifiuto, dove ti metto? La crisi campana sta animando una intensa discussione sull’uso della “risorsa” rifiuto. La soluzione sembra decisa: “termovalorizzarli”, ovvero incenerirli e ricavarne energia. Ma la realtà della fisica ci racconta qualcos’altro.

A tal proposito, pubblichiamo un articolo dell’esperto in comunicazione “olistica” Gabriele Bindi, sul rischio di inquinamento derivante dalla termovalorizzazione dei rifiuti. Nei prossimi giorni ascolteremo altri pareri, per avere maggiori informazioni da parte di esperti ambientali e della salute.

Buona lettura.

 

 

                     

 

Nulla si crea e nulla si distrugge di Giacomo Bindi

Era proprio bella la favola che i rifiuti potessero essere bruciati e sparire nel nulla. Una storia allettante quanto il fantomatico paese dei balocchi, dove tutto è concesso e dove non esistono conseguenze per le proprie azioni. La realtà sulla terra purtroppo ha delle leggi ferree da cui non possiamo fuggire. La legge fisica infatti recita che “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.

Quei 618 chili annui che ogni italiano butta ogni anno nei cassonetti non possono dunque dissolversi per sempre, ma continuano a pesare e ad essere di ingombro a distanza di anni. Preoccupa che di questi 6 quintali solo 120 chili, secondo i dati di Ecosistema Urbano 2008, vengano riciclati e recuperati. Il resto finisce inesorabilmente in discarica e nelle fauci ingorde degli inceneritori.

Insomma tu li puoi “termovalorizzare” quanto vuoi, i rifiuti però non si distruggono. La combustione li riduce inesorabilmente in ceneri tossiche da recuperare, e fatto ancor più grave produce emissioni preoccupanti di CO2, diossine, furani e polveri sottili. Un esempio su tutti: il celeberrimo inceneritore di Brescia, che ha vinto il premio come impianto migliore del mondo (!), divora quasi 600 mila tonnellate di rifiuti urbani all’anno e vomita 150 mila tonnellate di ceneri classificate come rifiuti pericolosi. Di rifiuto in rifiuto il ciclo continua.

Fabbrica di tumori

La Commissione Europea ha stimato recentemente che in tutta Europa almeno 350 mila decessi all’anno sono causati da polveri ultrafini. Le polveri sottili sono nocive a causa delle loro piccole dimensioni e del fatto che con sé materiali tossici e nocivi residui della combustione, come idrocarburi policiclici, benzene, metalli pesanti e diossine, pericolosi perché persistenti e accumulabili negli organismi viventi.

In Italia gli studi di Antonietta Gatti e Stefano Montanari della Nanodiagnostic di Modena (Istituto di ricerca sulle nanopatologie) hanno portato all’attenzione nazionale i danni causati sulle nanoparticelle derivate dall’incenerimento dei rifiuti, grazie al megafono degli spettacoli di Beppe Grillo nelle piazze italiane.

La questione degli inceneritori nel corso degli anni ha dato adito a molte controversie, sfociate in numerose lotte politiche locali e tradotte in approssimazioni scientifiche e bagarre ideologiche senza quartiere. Mentre lo studio commissionato dall’ex Ministro Matteoli del 2001-2004 decreteva la tecnologia di termovalorizzazione “affidabile e sostenibile”, a distanza di pochi anni, diversi studi internazionali convergono nell’evidenziare una correlazione tra patologie tumorali e presenza di inceneritori.

È evidente che con la trasformazione degli inceneritori in termovalorizzatori il business dei rifiuti ha assunto i connotati economici rilevanti (quasi 4 milioni di tonnellate di rifiuti bruciati ogni anno con profitto). D’altra parte non è ancora del tutto chiaro quale sia la reale sostenibilità economica dell’industria del rifiuto trasformato in energia. Il business in effetti è maturato in un contesto politico anomalo, che ha esposto l’Italia a vari richiami e a procedure di infrazione. Da oltre un decennio infatti gli inceneritori continuano a beneficiare del famigerato CIP 6, una sottile macchinazione che ha incluso la produzione di energia da incenerimento tra le energie rinnovabili, garantendo incentivi per 3 miliardi di euro annui a centrali che di rinnovabile hanno ben poco.

La Finanziaria 2007 a fronte delle promesse non ha saputo bloccare questo fenomeno. Senza i finanziamenti pubblici gli azionisti del comparto dovendo stare sul mercato si trovano spiazzati. Un segnale incoraggiante possono però trovarlo nell’aumento della quantità di rifiuti procapite annua. Se la raccolta differenziata poi non decolla meglio ancora.

Il sistema ha comunque i piedi d’argilla. Paesi come Germania e Stati Uniti hanno da tempo pensato di fermare gli investimenti negli inceneritori, scegliendo altre soluzioni come il trattamento meccanico dei rifiuti.

Finché il rifiuto non viene concepito come materia da recuperare, ma addirittura si trasforma in combustibile saremo come forzati a produrre ingenti quantità di immondizia. La soluzione maestra resta quella di ridurre la produzione di rifiuti a monte per poi stimolare la raccolta differenziata tramite il porta a porta con sistemi di incentivazione economica. Cominciamo a salvare il rifiuto dall’inceneritore per arrivare alla meta di una società a rifiuti zero. Prendere o rifiutare.

 

Emergenza rifiuti in Abruzzo

 

        

La discarica di Cerratina(Lanciano): quindicimila tonnellate per 4 mesi di rifiuti dalla Campania
Leggimi - Quotidiano - mercoledì 16 gennaio 2008

© Leggimi - Quotidiano

 

A Cerratina di Lanciano quattro camion al giorno scaricheranno 100 tonnellate di rifiuti, ma c’è chi non dimentica le spese ancora non saldate dalla Regione Campania a fronte dell’ultima emergenza del 2004.

TERAMO - Per far fronte all'emergenza rifiuti a Napoli, per tutto il periodo dei 4 mesi di commissariamento, la discarica di Cerratina di Lanciano accoglierà, oltre alla spazzatura proveniente dalle province abruzzesi, anche 4 camion al giorno con ciascuno 25 tonnellate di spazzatura, per un totale di circa 15 mila tonnellate di rifiuti.

Sono questi gli accordi emersi in seguito al consenso dato dal presidente della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco alla riunione con il Presidente del Consiglio dei Ministri e dei presidenti di Regione.

In Abruzzo si producono 2 mila tonnellate di rifiuti al giorno e di conseguenza, secondo il parere dei tecnici, la quantità di spazzatura proveniente dalla Campania non compromette la gestione della discarica di Cerratina, che ha ancora una capienza di 700 mila metri cubi.

Alle inevitabili polemiche e critiche che hanno accompagnato la decisione di Del Turco, si associa anche quella di Riccardo La Morgia, Presidente del Consorzio dei Rifiuti: «La discarica di Cerratina è già campione di solidarietà in quanto accoglie anche i rifiuti di Teramo, Pescara e L'Aquila - ha affermato La Morgia - In diverse occasioni abbiamo poi mostrato solidarietà anche per i rifiuti provenienti da altre regioni, e per cui abbiamo prestato 700 mila metri cubi, privandoci del 40% delle potenzialità della discarica. Chi ha utilizzato il nostro patrimonio non l'ha poi neanche pagato». Il presidente del Consorzio dei Rifiuti si riferisce all'analoga emergenza del 2004 quando la Campania chiese di prelevare 496.250 chili di spazzatura, a cui non è mai seguito il pagamento del servizio.

In Italia 18 regioni si sono rese disponibili ad accogliere parte dei rifiuti campani, mentre il Presidente della Regione Veneto Gianfranco Galan e della Regione Lombardia Roberto Formigoni hanno espresso parere contrario.

 

 

Principi del sistema integrato

La strategia adottata dall'Unione Europea e recepita in Italia con il DL Ronchi del '97 (abrogato e sostituito con il DL 152/06 Parte IV) affronta la questione dei rifiuti delineando priorità di azioni all'interno di una logica di gestione integrata del problema. Esse sono, come descritto nella predetta parte IV nell'art.181 in ordine di priorità:

Pertanto, se il primo livello di attenzione è rivolto alla necessità di prevenire la formazione dei rifiuti e di ridurne la pericolosità, il passaggio successivo riguarda l'esigenza di riutilizzare i prodotti (es. bottiglie) e, se non è possibile il riuso, riciclare i materiali (es. riciclaggio della carta). Infine, solo per quanto riguarda il materiale che non è stato possibile riutilizzare e poi riciclare (come ad esempio i tovaglioli di carta) e il sottovaglio (ovvero la frazione in piccoli pezzi indistinguibili e quindi non riciclabili di rifiuti, che rappresenta circa il 15% del totale), si pongono le due soluzioni del recupero energetico tramite sistemi a freddo o a caldo, come la bio-ossidazione (aerobica o anaerobica), la gassificazione, la pirolisi e l'incenerimento oppure l'avvio allo smaltimento in discarica. Dunque anche in una situazione ideale di completo riciclo e recupero vi sarà una percentuale di rifiuti residui da smaltire in discarica o da ossidare per eliminarli e recuperare l'energia. Da un punto di vista ideale il ricorso alle discariche ed all'incenerimento indifferenziato dovrebbe essere limitato al minimo indispensabile. La carenza di efficaci politiche integrate di riduzione, riciclo e riuso fanno dello smaltimento in discarica ancora la prima soluzione applicata in Italia ed in altri paesi europei [3]. Per quanto riguarda il recupero, esistono progetti ed associazioni che si occupano dello scambio di beni e prodotti usati (per esempio Freecycle).

 

La prevenzione dei rifiuti

La prevenzione dei rifiuti consiste in tutte le tecniche volte a disincentivare, penalizzare economicamente, vietare la produzione di rifiuti o di manufatti a ciclo di vita molto breve destinati a diventare rifiuti senza possibilità di riuso .

 

Il trattamento dei rifiuti

Il trattamento dei rifiuti consiste nell'insieme di tecniche volte ad assicurare che i rifiuti, qualunque sia la loro sorte, abbiano il minimo impatto sull'ambiente.

Può riguardare sostanze solide, liquide o gassose, con metodi e campi di ricerca diversi per ciascuno.

Le pratiche di trattamento dei rifiuti sono diverse tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, tra città e campagna e a seconda che i produttori siano residenziali, industriali o commerciali. Il trattamento dei rifiuti per gli utenti residenti e istituzionali nelle aree metropolitane è solitamente responsabilità delle autorità di governo locale, mentre il suo trattamento per utenti commerciali e industriali è solitamente responsabilità di colui che ha prodotto i rifiuti.

Lo schema seguente riassume le modalità e le filiere per il trattamento dei rifiuti solidi urbani secondo le attuali politiche di gestione in Italia.

 

Naturalmente, si tratta di uno schema teorico che non sempre, non completamente e non dappertutto è attuato allo stesso modo e soprattutto è solo una delle possibili modalità di gestione dei rifiuti. Evoluzioni tecniche e/o differenti indirizzi e priorità di gestione dei rifiuti possono comportare modifiche sostanziali allo schema, ma esso fornisce comunque uno schema di massima e le corrette terminologie riguardanti l'argomento.

 

La filiera della raccolta differenziata

I rifiuti raccolti in maniera differenziata possono sostanzialmente essere trattati, a seconda del tipo, mediante due procedure:

  1. riciclaggio, per le frazioni secche;

  2. compostaggio, per la frazione umida.

Riciclaggio dei rifiuti

Il riciclaggio comprende tutte le strategie organizzative e tecnologiche per riutilizzare come materie prime materiali di scarto altrimenti destinati allo smaltimento in discarica o distruttivo.

In Italia, il tasso di raccolta differenziata sta gradualmente crescendo (è oggi intorno al 22,7% per merito, soprattutto, delle regioni del Nord, dove supera il 35%), ma è ancora inferiore alle potenzialità. Soluzioni particolarmente efficienti come la raccolta differenziata porta a porta, ove adottate, permettono di incrementare notevolmente la percentuale di rifiuti riciclati.

A titolo di confronto, si consideri che in Germania il tasso di raccolta differenziata raggiungeva nel 2004 ben il 56% a livello nazionale.

Numerosi sono i materiali che possono essere riciclati: metalli, carta, vetro e plastiche sono alcuni esempi; vi sono tuttavia complessità associate ai materiali cosiddetti "poliaccoppiati" (cioè costituiti da più materiali differenti) come ad esempio flaconi di succhi di frutta o latte, nonché per oggetti complessi (per esempio automobili, elettrodomestici ecc): non sono tuttavia problemi insormontabili e possono essere risolti con tecnologie particolari, in parte già adottate anche in Italia.

Particolare è il caso della plastica, che come noto esiste in molte tipologie differenti e può essere costituita da molti materiali differenti (PET, PVC, polietilene ecc.). Tali diversi materiali vanno gestiti separatamente e quindi separati fra loro: questa maggior complicazione in passato ha reso l'incenerimento economicamente più vantaggioso del riciclo. Oggi tuttavia appositi macchinari possono automaticamente e velocemente separare i diversi tipi di plastica anche se raccolti con un unico cassonetto, pertanto l'adozione di queste tecnologie avanzate permette un vantaggioso riciclo.

Purtroppo in alcuni casi la plastica (in genere quella di qualità inferiore) viene comunque avviata all'incenerimento anche se dal punto di vista energetico e ambientale non è certo la scelta ottimale.

 

Compostaggio della frazione umida

Il compostaggio è una tecnologia biologica usata per trattare la frazione organica dei rifiuti raccolta differenziatamente (anche detta umido) sfruttando un processo di bio-ossidazione, trasformandola in ammendante agricolo di qualità da utilizzare quale concime naturale: da 100 kg di frazione organica si ricava una resa in compost compresa nell'intervallo di 30-40 kg. [5] Tramite digestione anaerobica viene ottenuto anche del biogas che può essere bruciato per produrre energia elettrica e calore; in tal modo è possibile diminuire il livello di emissioni inquinanti della discarica e migliorarne la gestione approfittando anche della conseguente diminuzione dei volumi legata al riciclo dell'umido.

Il compostaggio, come si vede dal grafico, si differenzia dal TMB per il fatto di trattare esclusivamente l'umido e non il rifiuto indifferenziato, anche se il TMB può comprendere un processo simile al compostaggio (si veda sotto).

                                        

La filiera della raccolta indifferenziata

I rifiuti raccolti indifferenziatamente sono naturalmente molto più difficili da trattare di quelli raccolti in modo differenziato. Possono essere seguite tre strade principali:

  1. Trattamenti a freddo, ovvero separazione e parziale recupero di materiali, biostabilizzazione e conferimento in discarica

  2. Trattamenti a caldo ovvero incenerimento tal quale o a valle di separazione e produzione di CDR e conferimento in discarica

  3. Conferimento diretto in discarica (oggi molto usato ma certamente da evitarsi).

In ogni caso è evidente che gli inevitabili scarti di quasti processi finiranno per forza di cose in discarica.

Trattamento a freddo dei rifiuti

Scopo dei processi di trattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati o residui (ossia i rifiuti che rimangono dopo la raccolta differenziata) è di recuperare una ulteriore parte di materiali riciclabili, ridurre il volume del materiale in vista dello smaltimento finale e di stabilizzare i rifiuti in modo tale che venga minimizzata la formazione dei gas di decomposizione ed il percolato. Da questi processi (fra cui il compostaggio), si ricava in genere sia materiali riciclabili, sia il biogas, cioè, in pratica, metano.

Il principale tipo di trattamento a freddo è il Trattamento meccanico-biologico (TMB). Esso separa la frazione organica ed i materiali riciclabili: permette quindi una ulteriore riduzione dell'uso delle discariche e degli inceneritori, il tutto con emissioni inquinanti nettamente inferiori rispetto a tali impianti. Infatti tratta i rifiuti indifferenziati a valle della raccolta differenziata, incrementando il recupero di materiali. In Germania, ad esempio, impianti TMB sono diffusi da circa una decina d'anni.

Dati relativi al quantitativo di rifiuti trattati in Italia tramite TMB e riferiti al 2004 indicano un totale di 7.427.237 t di rifiuti, con un picco nelle regioni del sud 3.093.965 t. L'incidenza percentuale del dato relativo al 2004 indica un valore pari al 20,5% del totale di rifiuti smaltiti tramite biostabilizzazione e produzione di CDR.[6]

Il TMB può essere utilizzato anche per produrre CDR (combustibile derivato dai rifiuti): è questa l'applicazione principale che ne viene fatta in Italia, soprattutto al sud. In questo caso viene rimosso solamente l'umido ed i materiali non combustibili (vetro, metalli) mentre carta e plastica sono confezionati in "ecoballe" da incenerire: in questo modo il trattamento a freddo si intreccia con quello termico.

Trattamento termico dei rifiuti

Fra i processi di trattamento a caldo (o termico) dei rifiuti, si distinguono tre processi di base:

  1. Combustione (incenerimento)

  2. Pirolisi

  3. Gassificazione

  4.  

Tutte queste tecnologie producono residui, a volte speciali, che richiedono smaltimento, generalmente in discarica. Sia in Italia che in Europa, gli impianti di trattamento termico di gran lunga più diffusi per i rifiuti urbani sono gli inceneritori.

L'incenerimento è una tecnologia consolidata che permette di ottenere energia elettrica e fare del teleriscaldamento sfruttando i rifiuti indifferenziati o il CDR. Questi vengono bruciati in forni inceneritori e l'energia termica dei fumi viene usata per produrre vapore acqueo che, tramite una turbina, genera energia elettrica. La quantità di energia elettrica recuperata è piuttosto bassa (19-25%), mentre quella termica è molto maggiore. Tale energia è tuttavia minima a confronto con l'energia che si può risparmiare mediante il riciclaggio, che resta sempre l'opzione da preferire e incentivare rispetto a tutte le altre.

La pirolisi e la gassificazione sono dei trattamenti termici dei rifiuti che implicano la trasformazione della materia organica tramite riscaldamento a temperature variabili (a seconda del processo da 400 a 1200 °C), rispettivamente in condizioni di assenza di ossigeno o in presenza di una limitata quantità di questo elemento. Gli impianti che sfruttano tali tecnologie in pratica, piuttosto che fondarsi sulla combustione, attuano la dissociazione molecolare ottenendo in tal modo molecole in forma gassosa più piccole rispetto alla originarie (syngas) e scorie solide o liquide. In confronto agli odierni inceneritori i rendimenti energetici possono essere maggiori se il syngas ottenuto viene bruciato in impianti ad alto rendimento e/o ciclo combinato (dopo opportuni trattamenti per eliminare eventuali vari residui, fra cui polveri, catrami e metalli pesanti a seconda del rifiuto trattato), mentre l'impatto delle emissioni gassose risulta sensibilmente ridotto.[7] In particolare il rendimento in produzione elettrica può arrivare, a detta di alcuni produttori, a oltre il doppio del più moderno inceneritore (si veda gassificatore).

Nonostante la tipologia di rifiuti trattabili sia (per alcuni tipi di impianto) la stessa degli inceneritori, tuttavia sono pochi gli impianti di questo genere che trattano rifiuti urbani tal quali: molto spesso infatti riguardano frazioni merceologiche ben definite quali plastiche, pneumatici, scarti di cartiera, scarti legnosi o agricoli oppure biomasse in genere. Questi impianti più specifici sono maggiormente diffusi. Ciò nonostante vi è chi ritiene che gli impianti di pirolisi e di gassificazione siano destinati a sostituire in futuro gli attuali inceneritori anche per i rifiuti urbani, diffondendosi ulteriormente e divenendo i principali trattamenti termici di riferimento.

Va anche osservato che in genere gli impianti di pirolisi e/o gassificazione sono più piccoli degli inceneritori, cioè ciascun impianto tratta un minor quantitativo di rifiuti. Questo comporta alcuni vantaggi: anzitutto si evita il trasporto dei rifiuti per lunghe tratte, responsabilizzando ciascuna comunità locale in merito ai propri rifiuti (smaltiti in loco e non "scaricati" a qualcun altro). In secondo luogo la flessibilità e le minor taglia degli impianti permette facilmente di aumentare la raccolta differenziata e ridurre il quantitativo di rifiuti totali, politiche difficilmente attuabili con inceneritori da centinaia di migliaia di tonnellate annue che necessitano di alimentazione continua. Infine anche i costi di realizzazione ed i tempi di ammortamento dovrebbero essere inferiori.

Il principale problema delle discariche è la produzione di percolato e l'emissione di gas spesso maleodoranti, dovuti alla decomposizione della frazione organica. Entrambi i problemi possono essere risolti rimuovendo la frazione organica mediante raccolta differenziata o pretrattando i rifiuti con il trattamento meccanico-biologico a freddo esposto in precedenza, riducendo fra l'altro anche i volumi da smaltire. La discarica può essere così usata per smaltire tutti i residui del sistema integrato di gestione dei rifiuti con un impatto ambientale minimo.

Oggi tuttavia vengono spesso avviati in discarica rifiuti indifferenziati o comunque contenenti materiali utili (vetro carta plastica ecc.) senza alcun pretrattamento; questa è certamente una soluzione semplice, comoda, economica ma ambientalmente sbagliata, e - purtroppo - in alcuni casi facilmente controllabile dalla malavita.

 

Conclusioni, costi e ruoli nel sistema integrato

Gestione dei rifiuti in Europa – 2001 [4][8]

Nazione

Riciclo

Incenerimento

Discarica

Altro

Austria

60%

10%

30%

1%

Belgio

35%

34%

27%

4%

Francia

25%

32%

43%

0%

Germania

42%

22%

25%

11%

Italia

17%

9%

67%

8%

Paesi Bassi

45%

33%

8%

14%

Regno Unito

12%

7%

80%

0%

La combustione dei rifiuti non è di per sé contrapposta o alternativa alla pratica della raccolta differenziata finalizzata al riciclo, ma dovrebbe essere solo un eventuale anello finale della catena di smaltimento. Inoltre è ovvio che, se un inceneritore viene dimensionato per bruciare un certo quantitativo di rifiuti, dovrà essere alimentato per forza con quel quantitativo, impedendo di fatto la riduzione dei rifiuti e l'aumento ulteriore della raccolta differenziata.

Per ragioni tecnico-economiche la tendenza è oggi quella di realizzare inceneritori sempre più grandi, con la conseguenza di alimentare il "turismo dei rifiuti" (cioè il trasporto di rifiuti anche da altre province se non da altre nazioni) con il conseguente inquinamento. In Italia questo fenomeno è stato accentuato dai forti incentivi statali che hanno favorito l'incenerimento a scapito di altre modalità di smaltimento più rispettose dell'ambiente.

In Italia si sono inceneriti nel 2004 circa 3,5 milioni di t/anno su un totale di circa 32 milioni di tonnellate di RSU totale prodotto, cioè circa il 12% (per un confronto con altri paesi europei si veda Inceneritore); tale pratica specie al Nord è in aumento, e in Lombardia ad esempio raggiunge il 34%.[6]Ciò che balza all'occhio è il grande ricorso allo smaltimento in discarica, che è in diminuzione (dal 2001 al 2004, al Nord -21%, al Sud -4% e al Centro -3%) [6] ma che interessa attualmente in tutto circa il 56,9% dei rifiuti urbani prodotti (45% al Nord, 69,5% al Centro, 73,2% al Sud; si stima che sul totale nazionale il 76% sia rifiuto da raccolta indifferenziata e il 24% siano residui dai diversi processi di trattamento: biostabilizzazione, CDR, incenerimento, residui da selezione delle R.D.), con conseguenze ambientali che si vanno aggravando soprattutto nel Sud, dove i pochi impianti di trattamento finale sono ormai saturi e la raccolta differenziata stenta a decollare: gli inceneritori sarebbero perciò, secondo alcuni, da aumentare (soprattutto al Sud). Tuttavia, se si considera che nei comuni più virtuosi la raccolta differenziata supera già adesso l'80%, si deduce che persino al Nord essa è ancora molto meno sviluppata di quanto potrebbe e che in alcune aree del Nord gli impianti di incenerimento sarebbero perfino sovradimensionati. Pertanto, il timore di alcuni è che non si potrà sviluppare appieno la raccolta differenziata e il riciclo per consentire agli inceneritori di funzionare senza lavorare in perdita, oppure si dovranno importare rifiuti da altre regioni.

Una considerazione importante è infatti che gli investimenti necessari per realizzare i termovalorizzatori sono molto elevati (il costo di un impianto in grado di trattare 421.000 t/anno di rifiuti è valutabile in circa 375 milioni di euro, cioè circa 850-900 € per tonnellata di capacità trattatabile[9]), e il loro ammortamento richiede, tenendo anche conto del significativo recupero energetico, circa 20 anni; perciò costruire un impianto significa avere l'«obbligo» (sancito da veri e propri contratti) di incenerire una certa quantità minima di rifiuti per un tempo piuttosto lungo.

È emblematico a questo proposito il caso dell'inceneritore costruito recentemente dall'Amsa a Milano, Silla 2: inizialmente aveva avuto l'autorizzazione per bruciare 900 t/giorno di rifiuti, poi si è passati a 1250 e infine a 1450t/g. Se si guarda alla gestione dei rifiuti a Milano, ci si accorge che la raccolta differenziata raggiunge il 30% circa[10] (dato sostanzialmente invariato da anni), e gran parte del rimanente viene incenerito da Silla 2. Se si considera che la media di riciclo della provincia di Milano è, escludendo il capoluogo, del 51,26% in costante miglioramento, e in particolare del 59,24% per i comuni con meno di 5 000 abitanti e del 55% per quelli fra i 5 e i 30 000,[10] e che a Milano la raccolta dei rifiuti organici non è mai andata oltre la sperimentazione in piccole aree della città, nonostante il più che collaudato sistema di raccolta dei rifiuti porta a porta e la notevole sensibilizzazione della popolazione, che permetterebbero sicuramente di fare molto di più, è normale che sorga il sospetto che non si punti sulla raccolta differenziata proprio per alimentare Silla 2 e ripagare l'investimento.

È interessante confrontare i costi dello smaltimento dei rifiuti di una città come Milano che fa ampio ricorso all'incenerimento con quelli di città che puntano sulla differenziata: a Milano nel 2005 si sono spesi 135,42 €/abitante contro una media provinciale di 110,16 e contro gli 83,67 di Aicurzio, paese più virtuoso di Lombardia nel 2005 col 70,52% di raccolta differenziata.[10] Il sindaco di Novara inoltre nel 2007 ha dichiarato che portando in due anni la raccolta differenziata nella città dal 35 al 68% si sono risparmiati due milioni di euro, mentre ad esempio il sindaco di Torino per sostenere la necessità dell'inceneritore del Gerbido ha dichiarato che «in qualsiasi centro urbano superare il 50% è un miracolo, perché la gestione di questo tipo di raccolta ha dei costi non sostenibili per i cittadini»; eppure a San Francisco è oltre il 50% già dal 2001.[11]

 

Il problema della gestione dei rifiuti

 

L'evidente problema della gestione dei rifiuti è diventato sempre più di rilevanza nazionale. La smodata crescita dei consumi e dell'urbanizzazione hanno, da un lato, aumentato moltissimo la produzione dei rifiuti e, dall'altro, ridotto le zone disabitate in cui trattare o depositare i rifiuti. La società moderna oggi si trova quindi costretta gestire una grande quantità di rifiuti in spazi sempre più limitati. Una situazione in cui si alimenta anche il traffico e lo smaltimento illegale dei rifiuti.

L'uso dellediscariche, pur avendo in sé costi bassi, comporta uno spreco di materiale che sarebbe almeno in parte riciclabile nonché l'uso di vaste aree di territorio e non configura la soluzione ottimale; inoltre crea grandi concentrazioni di rifiuti con inevitabili conseguenze sull'ambiente. I termovalorizzatori (inceneritori), invece, basano il loro funzionamento sull'incenerimento dei rifiuti. Sfruttando la combustione così ottenuta producono energia elettrica e calore con rendimento energetico variabile. In alcuni casi possono provocare emissioni tossico-nocive (in particolare di polveri sottili e di diossine).

  I materiali riciclabili

 

Le materie prime che possono essere riciclate sono:

 

Il caso della plastica

Molti tipi di plastica possono essere facilmente riciclati (è il caso del PET principalmente avviato alla produzione di nuovo polimero, di poliesteri, e su cui è attiva l'organizzazione europea PetCore ), mentre per altri tipi (specie di bassa qualità e/o termoindurenti) la procedura è più complessa, in quanto il costo di rilavorazione è generalmente superiore al costo di produzione di plastica nuova. Pertanto le numerosissime materie plastiche presenti sul mercato non possono essere mescolate fra di loro: un circolo vizioso da cui è difficile uscire, ma non impossibile (basta averne la volontà politica): impianti a tecnologia avanzata permettono ad esempio di separare automaticamente le varie tipologie di plastiche in tempi rapidi e quindi economicamente vantaggiosi, e sono già stati adottati in diversi paesi.

Il codice Unicode contempla l'identificazione numerica delle plastiche riciclabili, il numerino nel triangolo del simbolo di riciclo. Si riporta la traduzione della tabella SPI - Society of the Plastics Industry.


Cod.riciclo

Abbreviazione

Nome del polimero

Usi

1

PETE o PET

Polietilene tereftalato o arnite

Riciclato per la produzione di fibre poliestere, fogli termoformati, cinghie, bottiglie per bevande. (vedi: Riciclaggio delle bottiglie in pet)

2

HDPE

Polietilene ad alta densità

Riciclato per la produzione di contenitori per liquidi, sacchetti, imballaggi, tubazioni agricole, basamenti a tazza, paracarri, elementi per campi sportivi e finto legno.

3

PVC o V

Cloruro di polivinile

Riciclato per tubazioni, recinzioni, e contenitori non alimentari.

4

LDPE

Polietilene a bassa densità

Riciclato per sacchetti, contenitori varii, dispensatori, bottiglie di lavaggio, tubi, e materiale plastico di laboratorio.

5

PP

Polipropilene o Moplen

Riciclato per parti nell'industria automobilistica e per la produzione di fibre.

6

PS

Polistirene o Polistirolo

Riciclato per molti usi, accessori da ufficio, vassoi per cucina, giocattoli, videocassette e relativi contenitori, pannelli isolanti in polistirolo espanso (es. Styrofoam).

7

ALTRI

Altre plastiche, tra le quali Polimetilmetacrilato, Policarbonato, Acido polilattico, Nylon e Fibra di vetro.


Un settore in cui l'Italia è all'avanguardia è la cosiddetta bioplastica, che risulta essere biodegradabile; è prodotta principalmente a partire da materie prime vegetali anziché petrolifere.

La grande discussione a favore o contro i termovalorizzatori o le discariche trova, pertanto, una sua soluzione volgendo uno sguardo più sistemico al problema e dando priorità alla riduzione degli imballaggi inutili.

 

Rifiuti, i costi dello smaltimento

Le tre grandi discariche collocate a Chieti e Pescara raccolgono la quasi totalità della spazzatura abruzzese, ma cominciano ad avere disponibilità sempre più limitate. E nonostante i Comuni incassino cospicue somme derivanti dalla Tarsu, poco o nulla si è fatto negli ultimi anni per individuare nuovi siti, migliorare gli impianti, o promuovere e incentivare la raccolta differenziata.

TERAMO - Gli abruzzesi producono 700 mila tonnellate di rifiuti l'anno, per un costo di smaltimento di oltre 700 milioni di euro. Il costo di smaltimento per una tonnellata di spazzatura va dai 90 ai 130 euro, ai quali vanno aggiunti gli oneri finanziari delle eco-tasse, che fanno lievitare il prezzo fino a 160 euro alla tonnellata. I "rifiuti speciali" prodotti dalle imprese artigiane e dalle industrie hanno un costo di smaltimento che oscilla dai 200-250 euro alla tonnellata, mentre i rifiuti "chimici e tossici" che devono essere trasferiti in impianti speciali, si aggirano sui 400 euro alla tonnellata.

Attualmente le discariche maggiori sono quelle di contrada Casoni a Chieti, di Colle Cese a Spoltore (in provincia di Pescara) e di Cerratina di Lanciano. Mentre la discarica di Casoni è ormai prossima alla saturazione, quella di Colle Cese ha una disponibilità residua di 400-500 mila metri cubi, mentre Cerratina ne ha 700 mila.

Una nuova discarica - della capacità di 300 mila metri cubi - dovrebbe entrare in funzione entro il 2008 a Sulmona, ma quello della spazzatura sembra essere un problema che in Abruzzo presto potrebbe trasformarsi in emergenza. Lo dimostra il fatto che nonostante le cospicue cifre incamerate grazie alla Tarsu dalle amministrazioni comunali, da anni non si affrontano strategie mirate a individuare nuovi siti di smaltimento o a incentivare il sistema di raccolta differenziata. L'Aquila, ad esempio, da 14 anni esporta la spazzatura fuori provincia, mentre Teramo si serve sia della discarica di Spoltore che di quella di Lanciano, dato che la maggior parte delle piccole discariche locali - ben 9 nel teramano - sono chiuse da tempo per la mancanza di requisiti tecnici o legali.

In base al nuovo Piano regionale dei Rifiuti approvato dalla regione, verranno cancellati i 14 consorzi intercomunali di gestione dei rifiuti urbani per far posto a 4 Ambiti Territoriali Ottimali, chiamati a gestire tutta la politica di smaltimento e riciclo dei rifiuti regionali. I nuovi Ato sono stati concepiti per superare la frammentazione delle gestioni locali: Teramo, con i suoi 47 comuni provinciali sarà l'Ato 1, Pescara-Chieti con 67 comuni dell'area metropolitana Ato 2, mentre Chieti con i rimanenti 83 comuni sarà Ato 3 e L'Aquila con i suoi 108 comuni Ato 4. In ogni Ato verranno garantiti gli obiettivi di raccolta differenziata, l'autosufficienza di smaltimento e la presenza di almeno un impianto di trattamento a tecnologia complessa con discarica di servizio.

Tra gli obiettivi indicati nel Piano Rifiuti da raggiungere entro il 2011 c'è la riduzione della produzione di spazzatura, in modo da invertire una tendenza che dal 2000 al 2005 ha portato invece ad un incremento di circa il 20%. Lo scopo è quello di arrivare al 2011 con una riduzione del 5% della spazzatura prodotta e di arrivare ad effettuare il 60% della raccolta.