| Notizie dalla Regione Abruzzo |
E i Termovalorizzatori? Emergenza rifiuti in Abruzzo |
No alla discarica
in Via Pescara!
ROSCIANO
- Una lettera anonima, inviata il 10/12 al quotidiano il Centro, ha avuto un
effetto boomerang, devastante. Alcuni mesi fa, l'Ing. Merlino (costruttore
di Megalò) si è fatto portavoce di una proposta, presentata in Comune dalla
ditta MB Dumping Ground Treatment il cui amministratore è Giuseppe Bellia. Nel dettaglio di questa
proposta, ci sarebbe un progetto per un impianto di compostaggio e
smistamento fanghi provenienti da inerti dell'edilizia e
di scarti di acque reflue urbane ed industriali e
dovrebbe essere realizzato nella zona dell'ex cava di
ghiaia ed argilla in località "Colle Popoli" in Via
Pescara. La zona è classificata come da adibire ad
attività artigianale, industriale e commerciale di
espansione. Al Comune sarebbero stati promessi introiti
pari a 3 milioni di euro l'anno per 10 anni, dopo i
quali il progetto prevede la costruzione di un parco
giochi ricreativo, sopra i rifiuti non pericolosi. Ma
alla luce di quello che è accaduto e sta accadendo in
Italia ed in Europa chi ci dice che non vi sia pericolo
che questi rifiuti siano tossici? Nessuno. E poi le
distanze non dovrebbero essere di almeno 2 Km dal centro
abitato? Il Sindaco afferma
che il progetto non verrà preso in considerazione. A noi della redazione di
Pungolo, ci sembra un atto dovuto per moralità, responsabilità verso i
cittadini. Si deve far capire a tutti i facoltosi imprenditori
che qui a Rosciano siamo disposti a lottare pur di difendere la nostra terra
. Vigileremo sui
"raggiri". A suon di soldi facili pensano di comprare le loro fortune a
discapito di una comunità che esige TRASPARENZA, AMA IL PROPRIO TERRITORIO E
LA PROPRIA SALUTE, ma qui da noi sbatteranno i denti!
A Rosciano il prossimo impianto di rifiuti della famiglia Bellia
ROSCIANO
- L'Abruzzo al centro di traffici illeciti di
rifiuti pericolosi. Un giro vorticoso di denaro che
da sempre vede come fulcro come se semplice via di
passaggio la nostra regione. Dopo gli arresti
eccellenti dei fratelli Walter e Angelo Fabrizio
Bellia, accusati di smaltimento illecito di rifiuti
tossici, a Rusciano, sulla collina di fronte Chieti,
si diffonde il malumore per una nuova attività della
famiglia leader nel campo dei rifiuti. L'operazione
della procura di Chieti denominata "Quattro mani" ha
disegnato per ora solo parzialmente una intricata
mappa dello smercio di rifiuti che attraverso la
manomissione delle carte diventavano rifiuti normali
da smaltire nelle discariche di mezza Italia.
Una notizia dirompente per tutta la regione che ha
fatto saltare sulla sedia, per ora, soltanto gli
ambientalisti ed un gruppetto sparuto di persone con
residenza a Rosciano. È nel piccolo comune, infatti,
che qualche mese fa è stato presentato un progetto
che prevede la realizzazione di un impianto
industriale di trattamento chimico-fisico di rifiuti
non pericolosi con il successivo deposito e
stoccaggio nel sottosuolo. Il progetto è stato
presentato da una società il cui amministratore
sarebbe Giuseppe Bellia: la Mb Dumping Group
Treatment. L'impianto di trattamento rifiuti
dovrebbe essere realizzato nella cava di ghiaia e
argilla ormai dismessa in località Colle Popoli.
Ing Merlino
NORMATIVA EUROPEA ED ITALIANA
Le modalità di smaltimento/riutilizzo più frequenti dei fanghi a livello europeo riguardano lo smaltimento in discarica, il riutilizzo in agricoltura tal quali o dopo aver subito un processo di compostaggio, l’incenerimento da soli o il co-incenerimento con i rifiuti, l’inserimento nella produzione di laterizi, asfalti, calcestruzzi. In Italia i fanghi sono considerati un rifiuto speciale e il loro prevalente destino è lo smaltimento in discarica o a seconda delle normative regionali specifiche lo spandimento su terreni agricoli. Il ricorso al compostaggio riguarda una parte minima, data anche la carenza di impianti. Poco sfruttato il trattamento di digestione anaerobica con produzione di biogas (che può poi essere bruciato per produrre calore ed energia elettrica) e materiale organico da avviare a trattamento di compostaggio per farne ammendante agricolo. Nemmeno il ricorso alla combustione previo essiccamento dei fanghi in impianti a biomasse è al momento una pratica diffusamente perseguita, nonostante la direttiva europea (77/2001) inserisca i fanghi di depurazione nel capitolo biomasse, come parte biodegradabile dei rifiuti (in questo caso industriali).
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Le disposizioni della Legge Merli (abrogata in
seguito dall'articolo 63 del Decreto legislativo
11 maggio 1999 numero 152 “recante disposizioni
sulla tutela delle acque dall'inquinamento e
recepimento della direttiva 91/271/CEE concernente
il trattamento delle acque reflue urbane e della
direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione
delle acque dall'inquinamento provocato dai
nitrati provenienti da fonti agricole”) hanno poi
anche rappresentato le basi nell'emissione della
Legge 18 maggio 1989 numero 183 relativa alle
“norme per il riassetto organizzativo e funzionale
della difesa del suolo”.
Con l'entrata in vigore della legge 5 gennaio
1994, numero 36, “Disposizioni in materia di
risorse idriche” si è avviato un complesso ed
articolato processo finalizzato ad ottenere una
riorganizzazione territoriale e funzionale del
“Servizio Idrico Integrato”, inteso come l'insieme
dei servizi pubblici di captazione, adduzione e di
distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura
e di depurazione delle acque reflue.
La ridefinizione degli aspetti economico-tariffari previsti dalla Legge Galli attraverso l'introduzione di nuovi termini come Autorità d'Ambito, Approvazione del Piano d'Ambito, ed Affidamento Gestione Sistema Idrico Integrato, stabilisce un importante principio, e cioè che l'onere della gestione deve ricadere sulla tariffa, elemento regolatore del sistema, in quanto il costo del servizio deve essere sopportato dagli utenti e non dalla intera collettività nazionale. |
"Prestigiatori" di rifiuti, arrestati i fratelli Bellia
da www.primadanoi.it

L’operazione “Quattro mani” – coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Chieti (sost. Proc. Giuseppe FALASCA) - condotta dal N.O.E. di Pescara del Comando Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente, ha disarticolato un’organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti, con base in Abruzzo e diramazioni in diverse altre regioni del territorio nazionale. L’indagine durata quasi due anni, ha svelato un imponente traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi, che venivano smaltiti illecitamente in compiacenti discariche nazionali, con la sistematica cooperazione di trasportatori, impianti di gestione di rifiuti, intermediari, laboratori analitici e produttori. Fulcro delle attività illecite, presso cui confluivano dall’intero territorio nazionale centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali pericolosi e non, era un impianto di trattamento rifiuti operante nella zona industriale di Chieti Scalo, regolarmente autorizzato dalla Regione Abruzzo. «Prestigiatori» di rifiuti, che simulavano il trattamento di imponenti quantità di materiali speciali e pericolosi declassificandole come monnezza ordinaria, da smaltire tal quale nelle discariche. Fulcro del traffico illecito, la società Seab di Chieti scalo, titolare di uno dei più grandi impianti di gestione dei rifiuti del centro Italia. Queste le accuse che i carabinieri del Noe di Pescara, alla fine di una inchiesta lunga e meticolosa, hanno presentato sul tavolo della procura di Chieti. Ipotesi di reato che si sono trasformate in provvedimenti cautelari e hanno coinvolto altre 36 persone. Il giudice per le indagini preliminari, Marco Flamini , ha emesso cinque ordinanze di custodia, di cui tre in carcere, su richiesta del sostituto procuratore Giuseppe Falasca . Primo nella lista delle contestazioni è Walter Bellia , 51 anni, teatino, responsabile legale dell’azienda Seab, nominato qualche settimana fa vicepresidente della Chieti calcio. Con lui il fratello, Angelo Fabrizio Bellia , di 49, responsabile delle manutenzioni e socio della stessa ditta. In carcere è finito anche Maurizio Minichilli , 43 anni, di Manoppello, avvocato del foro di Pescara e consulente legale della Seab. Agli arresti domiciliari sono Simone Batilde , 27 anni, pescarese residente a Spoltore, responsabile del laboratorio chimico interno alla ditta teatina, dipendente dell’Agenzia regionale per la tutela ambientale di Chieti (Arta) oltre a Massimo Colonna , 38, di Atessa, residente a Pescara, consulente esterno dalla società dei fratelli Bellia e impiegato in una ditta di gestione dei rifiuti a Pisa. Per tutti le accuse sono di falso, trasporto illegale di rifiuti e truffa aggravata ai danni dello Stato. Il gip Flamini non ha accolto la contestazione di associazione per delinquere e ha rigettato la richiesta di arresto per altre dieci persone. L’operazione denominata «4Mani» allude proprio all’abilità di trasformare rifiuti pericolosi in non pericolosi o addirittura in materiale inerte. A illustrarne i contenuti è intervenuto ieri, nel comando provinciale dei carabinieri di Chieti, il procuratore capo Ermanno Venanzi , accompagnato dal sostituto Falasca, magistrato titolare dell’inchiesta, con il tenente colonnello dei carabinieri Antonio Menga , del gruppo tutela ambientale di Roma, e il tenente Fiorindo Basilico , del Noe di Pescara. L’attività di indagine parte nel 2006, quando proprio il Noe di Pescara avvia il monitoraggio di un flusso di rifiuti speciali, apparentemente non pericolosi, convogliati da aziende di trasporto campane in diverse discariche nazionali. «Ci sono ancora molti aspetti da approfondire» ha sottolineato il procuratore Venanzi, che parla di «guadagni rilevanti» attorno a un traffico che avrebbe movimentato, in due anni, circa 150mila tonnellate di rifiuti con un giro d’affari stimato intorno ai tre milioni di euro. Da chiarire è certamente perché, e come sia stato possibile, che una società come la Seab, regolarmente autorizzata dalla Regione Abruzzo (decreto legislativo 152 del 2006) a gestire i rifiuti, abbia potuto eludere i controlli amministrativi. Traffico illecito con diramazioni in diverse regioni italiane. Attraverso la falsificazione dei documenti e il simulato trattamento chimico-fisico, la Seab avrebbe infatti semplicemente miscelato, e non inertizzato come avrebbe dovuto, le consistenti partite di rifiuti pericolosi provenienti da impianti di raffinazioni petrolifera siciliani inviandoli in discariche di Puglia (due in particolare, nel Barese e nel Brindisino) ma anche Toscana, Abruzzo, Lombardia e Calabria. «Di solito», ha chiarito il pm Falasca, «il trattamento di inertizzazione dei rifiuti avviene con grandi quantità di cemento, ma a disposizione della ditta ne abbiamo trovato soltanto pochi chili». Intermediari, trasportatori, titolari di centri di stoccaggio, recupero e smaltimento, laboratori di analisi. Una fitta rete di collusioni emerge dal quadro accusatorio formulato dagli inquirenti. I rifiuti rimanevano in sostanza pericolosi, ma modificati solo sulla carta grazie a documentazioni compiacenti, con le quali gli si attribuiva un codice di non pericolosità. Fulcro delle attività illecite, presso cui confluivano dall’intero territorio nazionale centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti speciali pericolosi e non, era un impianto di trattamento rifiuti operante nella zona industriale di Chieti Scalo, regolarmente autorizzato dalla Regione Abruzzo. I responsabili del traffico illecito, attraverso il simulato trattamento chimico-fisico dei rifiuti e la sistematica falsificazione dei documenti analitici e di trasporto, per anni, hanno illecitamente smaltito ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi caratterizzati dalla presenza di inquinanti nocivi per l’ambiente e la salute umana, tra cui sostanze irritanti, cancerogene, tossiche, nocive, mutagene, diossina, mercurio, cadmio, piombo etc.. Nell’ambito del contesto investigativo sono stati monitorati per un lungo periodo i seguenti impianti:
· 1 impianto di gestione rifiuti - trattamento - ubicato nella provincia di Chieti;
· 3 ditte di trasporto rifiuti, operanti in Campania , Toscana ed Abruzzo;
· 3 laboratori analitici ubicati in Abruzzo e Puglia;
· 6 impianti di smaltimento ubicati in Puglia , Toscana e Abruzzo;
· 5 inceneritori ubicati in Italia ed in Germania.
Il modus operandi posto in essere consisteva nel trasferimento dei rifiuti dal luogo di produzione (siti industriali di diversa natura operanti a livello nazionale, con particolare riferimento ad industrie petrolchimiche siciliane, bonifiche ect.) presso l’impianto teatino, dove, attraverso trattamenti chimico-fisici non corretti ed operazioni di miscelazione, avveniva la “miracolosa” declassificazione dei rifiuti pericolosi in rifiuti non pericolosi. Per giustificare tali operazioni di fondamentale importanza era il contributo fornito dai laboratori di analisi che rilasciavano false analisi chimiche che attestavano la non pericolosità dei rifiuti. Successivamente gli stessi, attraverso la falsificazione dei documenti di trasporto, venivano smaltiti presso diverse discariche nazionali (in particolare in Puglia ). Il traffico di rifiuti accertato, nel solo periodo di osservazione 2005-2008, è stato stimato in circa 150.000 tonnellate nei soli conferimenti verso le discariche italiane, con un lucro per l’organizzazione non inferiore a 3 milioni di euro, ottenuto grazie al mancato trattamento ed al minor costo sostenuto per lo smaltimento dei rifiuti, in quanti dichiarati non pericolosi. Contestualmente a tali operazioni illecite, veniva perpetrata un’ ingente truffa (500.000,00 euro circa) per l’omesso pagamento dell’ecotassa regionale, dovuta a fronte dello smaltimento dei rifiuti in discarica. Complessivamente le persone deferite all’A.G. sono state 36 per i reati di associazione a delinquere, attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti,truffa, falso in attestazioni analitiche e certificazioni ambientali e frode processuale. A seguito delle richieste del Pubblico Ministero, il G.I.P. Dott. Marco FLAMINI ha emesso i seguenti provvedimenti:
- 5 Ordinanze di custodia cautelare
· 3 custodia in carcere;
· 2 arresti domiciliari.
L’operazione, condotta dai Carabinieri del Comando Tutela Ambiente e dei Comandi Provinciali di Chieti e Pescara, ha portato al sequestro dell’impianto di trattamento rifiuti operante in Chieti Scalo e di copiosa documentazione, ritenuta utile alle successive indagini.
ECCO TUTTI I DETTAGLI DELL'OPERAZIONE
CHIETI -
L'operazione
"Quattro mani" ha sgominato una organizzazione dedita al
traffico illecito di rifiuti con base in Abruzzo e
diramazione in diverse regioni d'Italia.
L'indagine è stata coordinata dal sostituto procuratore,
Giuseppe Falasca, della Procura della Repubblica di
Chieti e condotta dal Noe di Pescara del Comando
Carabinieri per la Tutela dell'Ambiente.
Complessivamente le persone deferite all'autorità
giudiziaria sono state 36 per i reati di associazione a
delinquere, attività organizzata per il traffico
illecito di rifiuti, truffa, falso in attestazioni
analitiche e certificazioni ambientali e frode
processuale.
Inoltre, a seguito delle richieste del pm, il gip ha
emesso 5 ordinanze di custodia cautelare.
L'indagine durata quasi due anni, ha svelato un
imponente traffico illecito di rifiuti speciali
pericolosi, che venivano smaltiti illecitamente in
discariche nazionali compiacenti, con la sistematica
cooperazione di trasportatori, impianti di gestione di
rifiuti, intermediari, laboratori analitici e
produttori.
I responsabili del traffico illecito, attraverso il
simulato trattamento chimico-fisico dei rifiuti e la
sistematica falsificazione dei documenti analitici e di
trasporto, per anni, hanno illecitamente smaltito
ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi
caratterizzati dalla presenza di inquinanti nocivi per
l'ambiente e la salute umana, tra cui sostanze
irritanti, cancerogene, tossiche, nocive, mutagene,
diossina, mercurio, cadmio, piombo etc..
L'operazione ha portato anche al sequestro dell'impianto
di trattamento rifiuti di Chieti Scalo e di copiosa
documentazione, ritenuta utile alle successive indagini.
DENUNCE ANCHE A GENOVA
Nell’inchiesta sono finite anche quattro persone del
management dell’Ilva spa, un impianto siderurgico di
Genova. Nello stabilimento sono state sequestrate
100.000 tonnellate di rifiuti speciali costituiti
prevalentemente da polverino d'acciaio e circa 5.000
tonnellate di pasta di zolfo.
Ai quattro manager dell'Ilva (tutti denunciati) si
contesta di aver realizzato uno stoccaggio di rifiuti
speciali non pericolosi in mancanza delle previste
autorizzazioni.
«SMALTIMENTO ILLECITO DI RIFIUTI SPECIALI PERICOLOSI»
L’indagine, hanno raccontato i militari, durata quasi
due anni, ha svelato un imponente traffico illecito di
rifiuti speciali pericolosi, che venivano smaltiti
illecitamente in compiacenti discariche nazionali, con
la sistematica cooperazione di trasportatori, impianti
di gestione di rifiuti, intermediari, laboratori
analitici e produttori.
Fulcro delle attività illecite, presso cui confluivano
dall’intero territorio nazionale centinaia di migliaia
di tonnellate di rifiuti speciali pericolosi e non, era
un impianto di trattamento rifiuti operante nella zona
industriale di Chieti Scalo, regolarmente autorizzato
dalla Regione Abruzzo.
I responsabili del traffico illecito, attraverso il
simulato trattamento chimico-fisico dei rifiuti e la
sistematica falsificazione dei documenti analitici e di
trasporto, per anni, hanno smaltito irregolarmente
ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi
caratterizzati dalla presenza di inquinanti nocivi per
l’ambiente e la salute umana, tra cui sostanze
irritanti, cancerogene, tossiche, nocive, mutagene,
diossina, mercurio, cadmio, piombo etc..
Durante le indagini sono stati messi sotto controllo:
l’impianto di gestione rifiuti - trattamento – di Chieti;
3 ditte di trasporto rifiuti, operanti in Campania,
Toscana ed Abruzzo; 3 laboratori analitici ubicati in
Abruzzo e Puglia; 6 impianti di smaltimento in Puglia,
Toscana e Abruzzo; 5 inceneritori ubicati in Italia ed
in Germania.
I DUE BELLIA TRA GLI ARRESTATI
In carcere sono finiti:
Walter Bellia responsabile Seab srl;
Angelo Fabrizio Bellia, responsabile e socio Seab
Maurizio Minichilli, avvocato pescarese,
residente a Manoppello e consulente Seab
Due sono agli arresti domiciliari:
Simone Batilde, ex responsabile del laboratorio
analisi della Seab e attualmente dipendente dell'Arta di
Chieti
Massimo Colonna, consulente esterno Seab.
IL PM AVEVA CHIESTO 15 ARRESTI
«In realtà le richieste di custodia in carcere o ai
domiciliari erano 15, ma il Gip di Chieti, Marco
Flamini, ne ha accolto solo 5 e stiamo valutando se
ricorrere contro questa decisione».
E quello che ha detto Ermanno Venanzi, Procuratore capo
della Repubblica di Chieti, nella conferenza stampa che
ha chiarito alcuni punti dell'operazione “4 mani”.
Un'operazione che non è ancora conclusa perché altre
indagini sono ancora in corso in molte discariche
regionali ed extraregionali, soprattutto in Puglia, dove
venivano smaltiti i rifiuti pericolosi non trattati e
che invece erano classificati come rifiuti normali con
l'aiuto di certificati compiacenti.
I reati contestati sono il falso, la truffa aggravata
allo Stato per il mancato pagamento dell'ecotassa,
trasporto illegale di rifiuti pericolosi.
Non è stato, invece, accolto dal Gip il reato di
associazione per delinquere.
Il meccanismo truffaldino consisteva nell'acquisire
rifiuti pericolosi, in particolare dalla Sicilia e dal
Petrolchimico di Gela, oltre che dalla provincia di
Siracusa, nell'impianto Seab di Chieti scalo
regolarmente autorizzato.
Qui i rifiuti dovevano essere trattati per renderli
inerti e poi smaltirli regolarmente.
Il che non avveniva: i rifiuti rimanevano pericolosi e
viaggiavano verso le discariche pugliesi e abruzzesi con
certificati compiacenti che hanno portato agli arresti
domiciliari due chimici, uno interno alla Seab ed uno
esterno.
150MILA TONNELLATE PER 3 MILIONI DI EURO
I quantitativi smaltiti in due anni sono pari a 150 mila
tonnellate, per un guadagno illecito stimato di circa 3
milioni di euro.
L'indagine è nata dopo alcuni controlli casuali nelle
discariche ed è stata condotta dai Carabinieri del Noe,
Nucleo operativo ecologico di Roma e di Pescara, con
l'aiuto dell'Arma territoriale abruzzese e pugliese.
A lavorare sul materiale anche un consulente della
Procura di Chieti, di cui non è stato rivelato il nome.
«Si è trattata di un'indagine di due anni, molto
difficile e molto tecnica che ancora non è terminata –
ha spiegato il sostituto Giuseppe Falasca, che ha
seguito direttamente il caso – ci sono stati
pedinamenti, intercettazioni telefoniche, controlli di
vario tipo. Un grosso aiuto ci è stato dato anche dall'Arta
regionale di Pescara, così come ci hanno supportato
anche le altre agenzie dell'ambiente delle regioni
confinanti. Un grosso plauso ai Carabinieri ed al
consulente, essendo la materia delle indagini molto
tecnica e molto complessa».
E a sorpresa, al momento dell'arresto per i domiciliari,
Simone Batilde, consulente esterno della Seab, ha
dichiarato di essere un dipendente dell'Arta, l'agenzia
per l'ambiente, nell'ufficio di Chieti.
PERCHÉ OPERAZIONE 4 MANI
«L'abbiamo chiamata “Operazione 4 mani” proprio per
indicare l'abilità con cui in Abruzzo apparivano rifiuti
normali e dalla Campania sparivano rifiuti pericolosi e
nocivi».
La spiegazione viene dal Colonnello Antonio Menga,
comandante del Noe Carabinieri di Roma che ha diretto
l'indagine insieme al Tenente, Fiorindo Basilico, del
Noe di Pescara.
E' proprio controllando il flusso di camion che dalla
Campania si snodava verso le discariche e gli impianti
nazionali, Chieti compresa, che i Carabinieri hanno
disarticolato una complessa rete nazionale che
movimentava rifiuti pericolosi con la connivenza di una
«fitta rete di intermediari, trasportatori, titolari di
centri di stoccaggio, recupero e smaltimento, laboratori
di analisi tutti inseriti nello stesso contesto
criminale».
Il tutto ruotava attorno alla «simulazione del
trattamento dei rifiuti».
Come ha spiegato il sostituto procuratore, Giuseppe
Falasca, se per «inertizzare questi rifiuti, cioè
chiuderli in una sorta di tomba di cemento, servono ad
esempio 100 tonnellate di cemento speciale e la Seab ne
acquistava dieci chilogrammi, ciò significa che il
processo di trattamento non avveniva».
«A volte non avevamo nemmeno bisogno di analisi, che
comunque abbiamo effettuato, tanto decisa era la puzza
di solvente» ha aggiunto il colonnello Menga.
LA TIPOLOGIA DEI RIFIUTI PERICOLOSI
La tipologia dei rifiuti era comunque la più varia:
dalle vernici ai solventi, ai rifiuti fangosi della
raffinazione petrolifera, ai rifiuti solidi da fumi
industriali, alle terre, alle rocce e alle ceneri con
sostanze pericolose o i fanghi delle acque reflue
industriali.
Il tutto veniva miscelato e mandato in discarica o in
inceneritore, sia in Italia che all'estero, soprattutto
Germania.
«E' del tutto evidente che l'omessa inertizzazione
produce un enorme risparmio dei costi di gestione e
quindi un arricchimento illecito», hanno spiegato i due
procuratori della Repubblica, che non hanno voluto dire
altro perché l'indagine non è ancora conclusa.
Sono stati solo indicati genericamente i luoghi dove
venivano smaltiti questi rifiuti non trattati: oltre
Chieti, nelle province di Bari, Brindisi, Taranto,
Pistoia, Belluno e Crotone.
Lungo l'elenco delle sostanze tossiche, nocive,
irritanti e cancerogene e molto pericolose le
miscelazioni incontrollate che potevano generare gas
tossici potenzialmente tossici anche se solo inalati.
Le analisi effettuate nei laboratori che hanno
collaborato, quello dell'Arta abruzzese soprattutto,
hanno identificato: cadmio, piombo, rame, antimonio,
zinco, cloruri, cianuri, fenoli, idrocarburi, trielina,
solventi alogenati, isocianati, Pcb e sostanze
fitofarmaceutiche.

Discarica a
cielo aperto a Cepagatti: Chiaiano è anche qui!
CEPAGATTI -
La redazione del giornale villese
Pungolo, pubblica in anteprima delle foto inerenti la
scandalosa "discarica" a cielo aperto rinvenuta tra
Contrada San Michele, zona di Villa Oliveti nel Comune
di Rosciano e Cepagatti. Qui di seguito le foto scattate
da un paio di nostri inviati. Da segnalare che in alcuni
sacchi sono state rinvenute lettere intestate a
cittadini di Cepagatti. I vigili, i Carabinieri e la
Guardia Forestale, informati dei fatti, stanno indagando
sulla questione.
ROSCIANO. Una discarica abusiva a cielo aperto è
stata scoperta anche nella contrada San Michele, un
territorio situato a cavallo tra la frazione Villa
Oliveti e la zona confinante di Cepagatti. Un mucchio
di rifiuti di ogni genere: carta, legno, metalli,
materiali per l’edilizia, ceramiche, materassi, vecchi
mobili da cucina, penumatici, plastica. Le immagini di
questo scempio sono state riprese e pubblicate anche dal
periodico locale, Il Pungolo. Sono state insomma
informate le autorità cittadine di Rosciano e Cepagatti,
la polizia municipale, i carabinieri e gli agenti della
Forestale, che hanno avviato strette indagini per
risalire ai responsabili. Nel mucchio di immondizie
sono stati ritrovati anche sacchi chiusi con dentro
lettere indirizzate a cittadini di Cepagatti, che sono
state «assunte come validi indizi» per risalire ai
responsabili dagli inquirenti. Un appello è stato
lanciato dagli esponenti delle associazioni
ambientaliste locali che hanno richiamto con forza «l’attenzione
al rispetto del territorio come bene comune e al senso
civico come strumento fondamentale di buona convivenza».
«Anche in questo caso», commenta il comandante
provinciale del corpo forestale, Guido Conti , «stiamo
eseguendo battute a tappeto del territorio interessato
con la speranza di individuare chi si è reso
responsabile di queste azioni che io definisco criminali».
Da più parti è stato chiesto al sindaco e all’intera
amministrazione comunale di intervenire anche con
campagne di sensibilizzazione al rispetto del territorio
e dell’ambiente.
L’inquinamento della falda acquifera in
Via Penne
CHIETI
SCALO - L’argomento inquinamento non è mai stato
attuale così come negli ultimi tempi. E’ storia recente
la scoperta di siti contaminati da sostanze altamente
tossiche nei pressi di Bussi, ai quali i quotidiani
hanno dedicato ampi spazi, scoperte che hanno destato
tanta preoccupazione perché i siti inquinati sono
situati nei pressi dei punti di prelievo delle acque
potabili. Ma c’è da dire che per rinvenire siti
inquinati non bisogna andare molto lontano, ne abbiamo
anche a Chieti nella zona industriale, dove di recente
ne è stato scoperto uno in via Penne, all’interno
dell’insediamento produttivo ex conceria CAP,
rilevato dopo accurate ricerche in seguito
all’effettuazione di analisi delle acque di un pozzo
(attualmente inutilizzato) di proprietà di uno dei
residenti, abitante ad un centinaio di metri dal sito.
Le analisi hanno rilevato la presenza di composti
chimici pericolosi per la salute umana, il
Dicloroetilene ed il Tricloroetilene, in quantità
nettamente superiori ai valori limite di concentrazione.
Si è resa necessaria un’ordinanza del Sindaco, la n 281
del 22.02.2007, per fare “divieto di uso delle acque
sotterranee della zona di influenza (per un raggio di
circa 1000 m) degli inquinanti rilevati dall’ARTA di
Chieti in prossimità del sito industriale ex conceria
CAP e altri siti contigui, ubicati in via Penne (trav.
Via E.Piaggio) del Comune di Chieti”. La zona
interessata sembra essere piuttosto vasta, si estende
per un raggio di
1000 metri dall’ex conceria, e interessa l’intero tratto
compreso tra viale Benedetto Croce ed il fiume Pescara,
ed il tratto da via Mammarella e le Vie Fratelli Pomilio
e Via Travaglini, comprendendo le aree intorno alla via
Penne, via A.Grandi, via Marvin Gelber e via Erasmo
Piaggio.
L’ordinanza impone quindi, a tutti i proprietari e/o
conduttori dei terreni insistenti nella zona a rischio,
la temporanea chiusura di eventuali pozzi e bacini ivi
esistenti col divieto assoluto di uso dell’acqua
sotterranea, captata o raccolta ad uso potabile o
irriguo. Questo fino alla data di avvenuta bonifica del
sito o fino a data di revoca del provvedimento.
L’ordinanza stabilisce anche che il responsabile del
procedimento, individuato ai sensi della L. 241/1990, è
il sig.Mario Salsano, funzionario responsabile del
Servizio Procedure Siti Inquinati del Settore
Ecologia-Ambiente, sito in via delle Robinie 5, e per
informazioni è possibile chiamare il numero tel.
0871-341456. Conclude quindi con l’avviso che
“l’ordinanza sarà affissa in città negli spazi
consentiti per le pubbliche affissioni e all’Albo
Pretorio del Comune per 30 giorni consecutivi. La stessa
sarà pubblicata sul sito internet del Comune di Chieti:
www.comunechieti.com” .
L’ordinanza è stata emessa dopo 16 giorni dalla
riconsegna del risultato delle analisi delle acque dall’
ARTA, ma in quanto alla necessaria azione di
informazione ai residenti delle zone interessate, essa
non è fatta a sufficienza. Nessun cartello in zona,
nessuna auto con altoparlante è mai passata ad avvisare
i cittadini residenti nelle vie interessate, tanto che
alcune famiglie intervistate hanno detto di non saperne
assolutamente nulla. Tutto è stato lasciato alla
consultazione di un sito internet, come se tutti
avessero internet e frequentassero abitualmente tutti i
giorni il sito del Comune di Chieti, ed alla
consultazione di manifesti affissi negli spazi
predisposti, con altri 100 intorno certamente non tutti
facilmente leggibili. Le informazioni vanno date in modo
più approfondito per poter mettere in condizione gli
abitanti di sapere ed evitare, come potenzialmente
possibile in questo caso, di rischiare l’avvelenamento.
Per fortuna molti pozzi nel corso degli anni sono stati
messi in disuso poiché tutta la zona è servita
dall’acqua del Consorzio di Bonifica, ma per quelli
ancora in uso che sarebbe necessario chiudere (almeno
temporaneamente) è necessario procedere ad informare i
cittadini in modo più preciso proprio perchè nella zona
ci sono orti, campi di grano e di altre colture e chi
dovesse utilizzare inconsapevolmente l’acqua contaminata
anche solo per l’irrigazione, correrebbe un gravi
rischi.
Il comunicato del WWF sulla discarica di Bussi
PESCARA - Dopo poco più di un anno dalla
scoperta della discarica di Bussi e poco meno di 12 mesi
dallo scoppio dello scandalo dell'acqua inquinata
arriva il primo atto importante e pubblico della procura
di Pescara che ha inviato nei giorni scorsi 33
avvisi di garanzia. I reati contestati sono
avvelenamento delle acque, disastro doloso, commercio di
sostanze contraffatte ed adulterate, delitti
colposi contro la salute pubblica, turbata libertà
degli incanti e truffa. Gli avvisi di garanzia -che
consistono nella comunicazione agli indagati di essere
sotto accertamento della magistratura- metteranno in
condizione i presunti responsabili di compiere i primi
atti difensivi e, dunque, di conoscere nel dettaglio le
prove raccolte in molti mesi di indagine. L'operazione
della Procura, coordinata dal pm Aldo Aceto, ruota
attorno alle responsabilità che hanno portato alla
creazione di quella che è stata definita la «discarica
tossica più grande d'Europa» (nel silenzio pressocchè
totale di istituzioni e cittadini) e sulla scoperta nel
2004 (ma resa pubblica solo nel 2007) di veleni
contenuti nell'acqua degli acquedotti gestiti dall'Aca.Il
sito, scoperto lo scorso anno dal Corpo delle Guardie
Forestali di Pescara, è stato accertato essere il
deposito dove venivano smaltiti illegalmente materiali
tossici dall'industria chimica pesante dagli anni '60
agli anni '90.Si tratta di tonnellate di sostanze
pericolose per la salute che hanno inquinato i pozzi che
servono l'area metropolitana Chieti-Pescara.Tra i reati
contestati a dirigenti Aca, Ato, industria chimica e
enti pubblici, passati e presenti, c'è l'avvelenamento
dell'acqua, il disastro doloso, la turbativa e la
truffa. Le analisi scoprirono la presenza di sostanze
tossiche e cancerogene come tetracloruro di carbonio,
esacloroetano, meta-crilonitrile sostanze che -secondo
la medicina- possono provocare seri danni agli organi
interni come fegato, reni, colon. Fra i 33 destinatari
di avvisi di garanzia vi sono Giorgio D'Ambrosio
(Pd), in qualità di presidente dell'Ato, Donato Di
Matteo (Pd), presidente del Cda dell'Aca, Bruno Catena (Pd)
presidente dell'Aca, Bartolomeo Di Giovanni direttore
generale dell'Aca, Lorenzo Livello, direttore
tecnicodell'Aca, Roberto Rongione responsabile Sian
della Asl di Pescara e Roberto Angelucci (Pdl) ex
sindaco di Francavilla. I 33 indagati devono rispondere
a vario titolo di reati quali avvelenamento delle acque,
disastro doloso, commercio di sostanze contraffatte ed
adulterate, delitti colposi contro la salute pubblica,
turbata libertà degli incanti e truffa.Reati che
appaiono gravi in considerazione di come è stata gestita
la vicenda ed i rischi che sarebbero stati corsi da una
popolazione stimata in 500mila persone raggiunta
dall'acquedotto gestito dall'Aca. Mai in oltre 12 mesi è
arrivata una sola debole ammissione da parte degli enti
preposti ai controlli e alla distribuzione dell'acqua.
Si è sempre preferito rigettare al mittente le
preoccupazioni certificate e documentate della presenza
di sostanze cancerogene che non dovevano finire nei
nostri bicchieri. Da parte dell'Aca, per esempio, e del
suo presidente sono arrivate sempre smentite quotidiane
circa la pericolosità della situazione in atto. Sarà ora
la magistratura a valutare eventuali responsabilità
ulteriori. Quello della discarica e dell'acqua
avvelenata è stato e rimane uno degli scandali più
grossi dell'Abruzzo venuto alla luce grazie alla tenacia
del Wwf regionale che si è battuto in prima linea per
fare chiarezza e divulgare notizie di importanza vitale.
Tutte notizie che invece erano state tenute segrete
sebbene conosciute da moltissimi amministratori locali
che avevano partecipato a riunioni ufficiali e tavoli
tecnici ma che in oltre tre anni non hanno sentito il
dovere di informare la popolazione dell'inquinamento
delle falde acquifere che finivano poi nell'acquedotto.
Proprio ieri sera lo scandalo della discarica di Bussi è
stato ripreso dalla trasmissione di Michele
Santoro, Annozero su RaiDue dove sono stati
ripercorse tutte le tappe ed i misteri di questi lunghi
mesi. Meno di due settimane fa poi questa brutta piaga
era finita su un ampio servizio del
quotidiano di Torino La Stampa che aveva destato dal
torpore abruzzese quanti avevano già dimenticato.
Guardate invece su questo sito se l'emergenza rifiuti è FINITA come dicono in giro...
NAPOLI -
http://www.laterradeifuochi.it
. In questo video, durante una manifestazione, gli "Amici di Beppe Grillo
Napoli" assieme ad un corteo di donne provano a passare per esporre alcuni
striscioni ma la polizia li blocca ed un ragazzo viene ripetutamente
minacciato e maltrattato. Vorrei ricordare tra l'altro che la VERA
emergenza rifiuti in campania non è quella dei rifiuti solidi urbani,
creata a tavolino (vedere questi due video :
http://www.youtube.com/watch?v=syJzVR...
http://www.youtube.com/watch?v=kPaB1v... ed ottimo specchietto
di propaganda mediatica per Berlusconi, ma è quella dei RIFIUTI TOSSICI
SVERSATI ED INCENDIATI OGNI NOTTE NELL'HINTERLAND NAPOLETANO, oltretutto
ripetutamente IGNORATI DALLE FORZE DELL'ORDINE. QUESTA è la vera emergenza
che sta ammazzndo lentamente quella che era una delle terre più belle e
fertili d'italia. Se poi costruiranno QUATTRO inceneritori (la cui
portata è ben superiore a quella richiesta), la campania diverrà proprio
la terra dei tumori, più di quanto già non sia. Esistono un sacco di
metodi alternativi e puliti per lo smaltimento rifiuti, ma qui si vuole
trasformare la campania nell'INCENERITORE D'ITALIA. Questo NON E' IL
POPOLO DEI NO. E' anche accettato al limite al limite un inceneritore,
purchè sia UNO, e bruci POCHE TONNELLATE L'ANNO, quel POCO che c'è di
indifferenziabile che rimane dopo UN ACCURATA SELEZIONE DI CIO' CHE E'
RIUTILIZZABILE E DIFFERENZIABILE. E non è che non si vogliono le
discariche, ma ci vogliono in LUOGHI APPROPRIATI, NON IN ZONE VERDI E
DENSAMENTE POPOLATE COME CHIAIANO. E sopratutto, vorremmo che si
risolvesse una buona volta la ben più importante EMERGENZA DEI RIFIUTI
TOSSICI ED INDUSTRIALI che si trovano ovunque nell'Hinterland, e quella
non si risolve con discariche ed inceneritori, ed un paio di Tg4 che
dicono che è tutto a posto mentre la gente ogni giorno si ammala di
tumore...
- Ma con bonifiche in massa di terreni
- Con politiche di stretta sorveglianza del territorio
- Con serie indagini e severe punizioni per i reati ambientali
Ma purtroppo tutto ciò è contro molti interessi economici e non viene
fatto...
Purtroppo dietro questa emergenza c'è molto di più di quanto vogliano fare
vedere e credere...e c'è molta meno voglia di risolvere qualcosa di quanto
facciano vedere in giro...
http://www.youtube.com/v/CDeLWeW-67A&hl=it&fs=1
UN VIDEO CHE PARLA DELLE VERE RESPONSABILITà DELL'EMERGENZA RIFIUTI,
OVVERO MALAPOLITICA, CAMORRA E UNO SMALTIMENTO DI RIFIUTI TOSSICI DA PARTE
DEL NORD ITALIA E ALCUNE INDUSTRIE EUROPEE NELLE DISCARICHE ABUSIVE E NON
DELLA CAMPANIA GESTITE DAI CAMORRISTI. DA VEDERE ASSOLUTAMENTE, MEMORABILI
GLI INTERVENTI DI SAVIANO IN PROPOSITO. BUONA VISIONE .![]()
Le Monde di oggi dedica un servizio al business dei rifiuti in Campania, uno dei pilastri economici dell'impero della Camorra.
"La miniera dei rifiuti della Camorra" è il titolo dell'articolo che prende lo spunto dalle recenti proteste per l'apertura della discarica di Lo Uttaro, località a sud di Caserta, sito chiuso nel 2001 e ora riaperto per combattere l'emergenza rifiuti. "Senza voler parlare delle strade di Napoli, regolarmente invase dai rifiuti, tutto l'entroterra napoletano, da Salerno a Caserta, è una gigantesca discarica. L'ingresso di molte località avviene tra due ali di detriti. La campagna è punteggiata da discariche selvagge dove si levano sospetti fili di fumo. In mezzo ai frutteti in fiore, ai margini delle zone abitate, persino intorno agli edifici storici, si assiste allo stesso spettacolo di sacchi dei rifiuti rotti, di frigoriferi fuori uso o di vecchi pneumatici". Le Monde ricorda come siano "quattordici anni che la raccolta dei rifiuti è sotto amministrazione straordinaria nella regione di Napoli. Senza nessun risultato tangibile, fino a quando si scontra con la potente influenza della Camorra, che gestisce i rifiuti da decenni". Sono trent'anni, secondo il quotidiano francese, che "i rifiuti sono il business della Camorra. La mafia napoletana gestisce centinaia di discariche clandestine. Mai rifiuti urbani non sono che la punta dell'iceberg di un mercato enorme. I dintorni di Caserta traboccano di rifiuti industriali, spesso tossici, che arrivano da tutta la Penisola e dall'estero. Le colline sventrate da centinaia di cave clandestine sfruttate dai clan servono a nascondere i rifiuti di origine dubbia". Le tariffe imbattibili offerte dalla Camorra attirano numerosi industriali di tutta Europa mentre l'organizzazione si basa su "una catena di complicità nella regione che coinvolge avvocati, carabinieri, eletti nei consigli comunali". L'articolo evidenzia come l'urgenza non sia solo di ordine pubblico ma abbia pesanti riflessi sulla salute: già nel 2004, la rivista inglese The Lancet aveva definito la zona tra Nola, Acerra e Marigliano, "il triangolo della morte" per gli effetti devastanti dello smaltimento illegale di rifiuti tossici come l'aumento del cancro alla laringe, alla vescica, al fegato e al colon. Il terreno presenta tassi di diossina superiori a quelli registrati a Seveso e un recente studio ha evidenziato come siano state "recensite più di mille discariche clandestine" e come "abitare in un raggio di un chilometro aumenti il fattore di rischio per tumori e malattie genetiche".Napoli, ripulita dai rifiuti?

NAPOLI
- 09 agosto 2008 sul
sito
http://www.laterradeifuochi.it troviamo alcuni video
interessanti che dimostrano quanto l'informazione televisiva ci
inculchi solo quello che il REGIME BERLUSCONIANO impone. Aiutaci
a diffondere quanto accade, indisturbato proprio sotto i nostri
occhi. Da anni. Troppi anni. Di esempi simili ce ne sono a
centinaia, in tutta la provincia tra Napoli e Caserta.
Qualcuno dice che i roghi non esistono! Invece, gli incendi sono
centinaia al giorno. A chi fanno comodo ?? Ai margini delle
strade ci sono campi coltivati a frutta e non solo. Ciò
nonostante, si appiccano roghi di Rifiuti Speciali. Tutti
i santi giorni. Nel silenzio di tutti !!! Possiamo non bere
l'acqua della terra in cui abitiamo. Possiamo pure non mangiare
i prodotti della terra in cui cresciamo. L'unica cosa di cui non
possiamo fare a meno, è respirare la sua aria! La stiamo
"appestando", pur non avendo industrie. Quand'è che ci
risvegliamo ?? I continui roghi sono ben visibili anche dalle
immagini del satellite di Google. Non ci vuole molto a
dimostrare quanto stiamo denunciando. Google ne è l'esempio.
Basta semplicemente navigare con Google Maps. Sui siti che
corrispondono alle riprese effettuate, talvolta, si può notare
che ci sono roghi e possono intravedere anche cataste di gomme.
INCREDIBILE !!! Ecco perché c'è il latte di bufala è
contaminato. Di recente è stato al centro delle inchieste
internazionali. E in quello umano cose c'è ?? E' inutile
nascondersi dietro un dito.
E' tutto TREMENDAMENTE VERO !!! A voi, i dovuti
collegamenti. CHI NEGA l' evidenza VUOLE il MALE della sua
TERRA, dei suoi FIGLI e di QUANTI la abitano. Omertà è
complicità. Silenzio è assenso. Per ulteriori Video e
Informazioni, vai al SitoWeb ufficiale delle Video-Denunce:
http://www.laterradeifuochi.it . Lettura consigliata:
GOMORRA, R. Saviano Capitolo XI - La Terra dei Fuochi, pag. 310.
Guardate anche il video
http://it.youtube.com/watch?v=CpgQKWcn8yk
Lucrare sui rifiuti: i nuovi guadagni della Camorra
Saline, contaminati 1,5 milioni di metri cubi

Il Wwf: «Anni di ritardi, Comuni inadempienti».
La bonifica sarà difficile e costosa In Italia non ci sono siti per
smaltire il terreno inquinato dalla diossina
Un'Ordinanza comunale ad hoc, contro i trasgressori
Rosciano si rifiuta?



PLASTICA PREZIOSA, DISCARICHE ORA 'MINIERE'
LONDRA
- La plastica riciclabile è ormai un bene così
prezioso che presto in Gran Bretagna le discariche si
potrebbero trasformare in miniere, con scavi realizzati
apposta per estrarla.
Secondo gli esperti infatti, sarebbero oltre 200 milioni
le tonnellate di plastica sepolte nelle discariche del
Regno dagli anni '80, quando il riciclaggio dei rifiuti
non era ancora in voga. E con il prezzo della plastica
che ha raggiunto le 200 sterline alla tonnellata, si fa
presto a capire perche' le discariche potrebbero
diventare le nuove miniere.
Secondo quanto riporta il Times, oltre a nascondere un
bottino di plastica da circa 50 milioni di euro, le
discariche custodiscono una serie di altri materiali,
come rame e alluminio, il cui prezzo oggi sta salendo
vertiginosamente. "Negli Usa sono già tornati nelle
discariche per estrarre plastica e metallo. Per quanto
riguarda il Regno unito è un nostro obiettivo. Entro il
prossimo decennio, le discariche-miniera saranno
economicamente vantaggiose", ha detto al giornale Peter
Mills di New Earth Solutions, ditta specializzata nel
trattamento e nel recupero dei rifiuti.
Le prime operazioni di recupero dei materiali verranno
effettuate, a livello sperimentale, durante gli
interventi di mantenimento delle strutture. Dati i
prezzi sempre più alti delle materie prime, soprattutto
del petrolio, i materiali riciclabili sono sempre più
preziosi: la plastica di seconda mano può essere infatti
trasformata in maniera più economica e con meno
emissioni di anidride carbonica di quanto si possa fare
con quella nuova. Certi materiali hanno anche un alto
valore calorifico, rendendoli quindi un buon
combustibile. L'estrazione della plastica, fa notare il
quotidiano, servirebbe inoltre a creare nuovo spazio
nelle discariche, in aree dove le località adatte allo
smaltimento dei rifiuti sono sempre più rare.
Secondo Peter Jones, un consulente per i rifiuti, si
dovrà probabilmente attendere fino al 2020 prima di
poter cominciare gli scavi la maggior parte delle 1.500
discariche utilizzate negli ultimi 30 anni una volta
chiuse devono restare indisturbate per 20 o 30 anni per
dar tempo al materiale organico di decomporsi e ai gas
di fuoriuscire. Le discariche costruite dagli anni '80
in poi saranno le prime ad essere prese in
considerazione per l'estrazione perché il loro contenuto
è stato documentato con cura, così come la presenza ed
il posizionamento al loro interno di materiali
pericolosi. "Se scaviamo in tutte le discariche
britanniche fondate dagli anni '80 in poi potremmo
mettere le mani su 200 tonnellate di plastica'', ha
affermato Jones.
Deposito Ecoabruzzo, incendio doloso?
Basti: vigilare su infiltrazioni mafiose. Il sindaco: ci costituiremo
parte civile
Luglio 2008
CHIETI.
Un cumulo di spazzatura sistemato proprio davanti
all'ingresso del deposito, con diversi punti di innesco
delle fiamme. Le evidenze di un attentato doloso
nell'impianto della Ecoabruzzo allo scalo sono chiare, a
detta dei tecnici dell'Arta che in questi giorni sono
travolti da diverse chiamate sulle emergenze ambientali
in Abruzzo, dal conzorzio Civeta al duplice rogo dei
rifiuti che si è manifestato nel Chietino-Ortonese. In
realtà, quelle degli esperti ambientalisti sembrano le
uniche indicazioni di situazioni quanto meno strane sul
fronte dei rifiuti. Preoccupazioni e inquietudini, fino
alla dichiarazione esplicita di allarme.
Che arriva dal direttore regionale dell'agenzia di
tutela ambientale,
Gaetano Basti.
«Ho personalmente espresso i miei timori al capitano dei
carabinieri di Ortona
Nicolino Petrocco,
che sta indagando sul caso della Ecotec di contrada
Tamarete. Da lui», racconta il direttore dell'Arta, «ho
avuto rassicurazioni che, al momento, non risultano
segnali inequivocabili di un attentato doloso a Ortona.
Io posso soltanto confermare il mio dubbio che due
eventi analoghi, accaduti nel breve volgere di 48 ore
l'uno dall'altro, difficilmente possono spiegarsi come
una mera coincidenza». Basti, in sostanza, ribadisce la
necessità di osservare stretta vigilanza sul pericolo
delle infiltrazioni mafiose che il traffico e la
gestione dei rifiuti possono portare in dote a un
territorio cerniera come l'Abruzzo. Ma oltre questo non
si va. E parlare senza esitazioni di ecomafia non è
possibile in base ai riscontri raccolti fino a oggi
dagli investigatori. Indagini che continuano con il
passo e i ritmi di lavoro che competono a una scrupolosa
opera investigativa. Andamento lento, che contrassegna
la stessa azione di tutela ambientale. E' il caso del
grande incendio che domenica ha risvegliato i teatini
sotto un cielo di lattice e un'aria divenuta via via più
irrespirabile in tutte le zone della città, a valle e
sul colle, come dimostrano le immagini che ritraggono
una densa nuvola di fumo nero spinta da improvvise
raffiche di vento. Così, dopo la giornata di autentica
emergenza che ha colpito il capoluogo, ieri il sindaco
Francesco Ricci
ha annunciato l'impegno della sua amministrazione a
costituirsi parte civile in un eventuale procedimento
giudiziario. «Perché tutte le responsabilità vengano
accertate», dice Ricci, «e tutti i danni risarciti». L'Arta,
a sua volta, procede nel campionamento dei fumi per
verificarne la pericolosità, ma anche nello studio delle
ricadute al suolo di sostanze inquinanti. Un iter che
segue lo stesso protocollo sia per le conseguenze
dell'incendio nel capannone della Ecotec sia nel sito di
via Tirino.
L'attività
è proseguita ieri con la consulenza di esperti delle
università dell'Aquila e Chieti-Pescara. «C'è un modello
matematico che consente di calcolare con precisione i
coni di ricaduta delle sostanze, il che ci permette di
agire in modo mirato senza fare centinaia di prelievi su
un territorio molto vasto», spiega Basti. Una volta
acquisite le mappe delle zone potenzialmente più esposte
alla contaminazione, la stessa agenzia procederà ai
controlli su campioni di terreno. Insomma, tempi lunghi
per conoscere il tasso di veleni disperso al suolo. Tra
questi, a preoccupare è la diossina prodotta dalla
combustione di plastiche a basse temperature. «Se la
diossina si è depositata sul terreno», chiarisce Basti,
«rimane lì fino a quando non si procede con una rigorosa
opera di bonifica».
1) Che cosa è un "rifiuto solido urbano"?
All'interno della categoria dei rifiuti solidi urbani vengono raggruppati diversi tipi di scarti: quelli domestici, quelli provenienti dalla pulizia delle strade, dalle attività di commercio, dai servizi di pulizia del territorio e dei giardini (taglio dell'erba e potature). Sono considerati R.S.U. anche i cosiddetti rifiuti ingombranti (elettrodomestici vecchi, mobili ecc.) e, più in generale, tutto ciò che viene buttato via in un contesto urbano, ad eccezione dei residui provenienti dalle attività industriali.
2) Quanti rifiuti produciamo?
Alcuni dati forniti dal WWF indicano una produzione di rifiuti solidi urbani annua, nella sola Italia, di circa 26 milioni di tonnellate, oltre 70 mila tonnellate giornaliere, più di un chilogrammo al giorno per abitante e le previsioni annunciano il raggiungimento di una quota di 32 milioni di tonnellate nel 2005. Per i rifiuti industriali la stessa fonte stima invece una produzione annua di 40 milioni di tonnellate. Per quanto riguarda la provincia di Torino si è calcolato che i rifiuti raccolti nel 1999 sono stati 435 chilogrammi all'anno per abitante, poco sotto la media europea di cinquecento chili pro capite. Nel 1999 la produzione di rifiuti nel Comune di Orbassano è stata di 8.689.798 chilogrammi. Tradotto in altri termini questo dato significa che ogni cittadino di Orbassano produce, in media, 1,095 chilogrammi al giorno di immondizia.
3) Quali sono i nostri rifiuti?
In base alle indicazioni fornite in passato dal "Programma provinciale di gestione dei rifiuti" nei sacchi di immondizia delle famiglie della provincia di Torino l'elemento più presente è sicuramente lo scarto "organico". Oltre il 30% del peso dei rifiuti prodotti è infatti composto dai residui della nostra alimentazione (avanzi dei pasti, bucce, gusci ecc.) a cui possono essere associati, come tipologia, i rifiuti vegetali derivanti da giardini e orti, i cosiddetti "sfalci". Un altro 30% dei nostri scarti è costituito dalla carta. Segue la plastica con l'11% circa. Il vetro con oltre il 10%. Il legno e i tessuti con il 5%. Mentre il restante 10% è costituito da materiale che non è possibile recuperare.
4) Come si può diminuire la quantità di rifiuti prodotta?
Per cercare di diminuire la quantità di rifiuti che
produciamo quotidianamente possiamo ricorrere a dei
piccoli accorgimenti, magari modificando alcune nostre
abitudini nella spesa di tutti i giorni.
Per esempio, ridurre l'acquisto di carta plastificata,
come i cartoncini per il latte, preferendo i contenitori
in vetro. Discorso analogo andrebbe fatto per i prodotti
in plastica, privilegiando vetro e carta riciclata.
Ricordiamoci anche di acquistare soltanto il cibo
necessario al nostro fabbisogno, per evitare inutili
sprechi, e indirizziamo la scelta verso prodotti messi
in vendita con un imballaggio poco voluminoso.
Per diminuire drasticamente la quantità di rifiuti che
vengono conferiti in discarica è indispensabile
incrementare la percentuale di raccolta differenziata,
allungando il ciclo di vita di tutti quei materiali che
possono essere riutilizzati o riciclati.
Inoltre è necessario sostenere la diffusione di
politiche di carattere nazionale e internazionale che
possano modificare il sistema produttivo dei beni di
consumo, in modo da ridurre fin dall'origine la
produzione di rifiuti.
5) Che cosa significa precisamente "riciclare"?
L'Agenzia di Protezione Ambientale definisce il
riciclaggio come l'attività di "raccogliere,
rielaborare, commercializzare e usare materiale
precedentemente considerato rifiuto".
Utilizzando un linguaggio più comune possiamo spiegare
il riciclaggio come l'attività che permette di
utilizzare lo stesso materiale più volte per ottenere un
determinato prodotto, con la finalità ultima di
diminuire sensibilmente la quantità di materia prima
necessaria per la produzione.
6) Come si ricicla?
Presupposto indispensabile per svolgere un'attività di riciclaggio consistente è praticare la raccolta differenziata inserendola nelle proprie abitudini domestiche. In altre parole soltanto raccogliendo in modo differenziato i materiali che è possibile riciclare si puó procedere correttamente verso il loro riutilizzo. Una raccolta indiscriminata, che fa confluire in un unico sacchetto i diversi materiali che compongono i nostri scarti pregiudica la possibilità di riutilizzarli per immetterli in un nuovo ciclo produttivo.
7) Quali rifiuti si raccolgono in modo differenziato?
Sono diversi i materiali che è possibile raccogliere in
modo differenziato. Da un punto di vista tecnico la
raccolta differenziata è suddivisa in "residui
suscettibili di riutilizzo", quali la carta, il vetro,
le lattine, i contenitori in plastica per i liquidi, e
in rifiuti urbani pericolosi e inquinanti, come le pile,
i farmaci scaduti e le siringhe.
E' possibile riciclare una grande quantità di rifiuti
urbani, aiutando a diminuire drasticamente il
conferimento degli stessi in discarica.
Infatti soltanto il 10 per cento dei rifiuti prodotti
non può essere recuperato, mentre il rimanente 90 per
cento è costituito da materiali che possono "vivere"
ancora: dal vetro alla plastica, dalla carta al verde,
dal legno ai metalli, per arrivare a tutti i rifiuti
provenienti dai residui della nostra alimentazione.
Esistono inoltre dei prodotti che, pur non potendo
essere riciclati, vanno raccolti in modo differenziato
per la loro pericolosità. Si tratta, in particolare,
delle pile, dei farmaci scaduti e di tutti i rifiuti
etichettati con "T" (Tossici) o "F" (Infiammabili) , tra
i più inquinanti che vengono prodotti. Le pile
contengono infatti sostanze altamente inquinanti come il
mercurio, il nichel, il piombo e il cadmio: un solo
grammo e mezzo di mercurio è sufficiente a contaminare
circa 100.000 litri d'acqua.
8) In che cosa si trasformano i materiali raccolti in modo differenziato?
Per capire meglio che cosa diventeranno i materiali
raccolti in modo differenziato è utile fare qualche
esempio.
Il vetro, con una serie di lavorazioni, può essere
trasformato in contenitori e nuove bottiglie;
la carta e il cartone vengono riciclati in imballaggi e
nuova carta;
le lattine "rinascono" sotto forma di scatolame e
contenitori vari;
dal verde e da altro materiale organico, con un
procedimento simile a quello da sempre attuato nelle
nostre campagne, si ottiene invece il cosiddetto compost,
un fertilizzante usato per la produzione di terricci e
concimi organici;
anche i contenitori per liquidi in plastica possono a
vere una nuova vita, attraverso la loro trasformazione
in materiale per arredo urbano, in altri contenitori o
in tubature per l'edilizia. Benché siano svariati gli
oggetti ottenibili dalla plastica - materiale
indistruttibile e altamente inquinante - non tutti i
tipi di questo materiale sono riciclabili.
E' fondamentale effettuare la raccolta differenziata
delle plastiche, in primo luogo del "polietilene"
(indicato con la sigla PE) con cui si producono
bottiglie, sacchi della spazzatura, sacchetti della
spesa, film plastico da cucina, imballi per merci. Non
bisogna mescolare il polietilene con nessun altro tipo
di plastica: anche solo una piccola quantità di
materiale inquinante compromette la raccolta
differenziata di tutta la plastica.
Alternativa al riciclaggio di questo prodotto, anche se
poco sviluppata, è il recupero energetico tramite
combustione, essendo la plastica un derivato del
petrolio e come tale dotata di una notevole capacità di
produrre calore. E' però necessario far rilevare che
questa tecnica porta alla distruzione di un bene
prezioso, quale è la stessa plastica, non consentendone
più il suo riutilizzo.
Riflettiamo sugli inceneritori...

Gli inceneritori producono nanoparticelle. Le nanoparticelle entrano nell'organismo e producono tumori. La raccolta differenziata produce invece ricchezza e non avvelena l'ambiente. I bambini sono i più esposti alle malattie. Perchè in Italia si continuano a progettare, costruire, spacciare inceneritori invece di promuovere la raccolta differenziata? Chi ci guadagna? Chi sono gli spacciatori di morte? Chi sono i nuovi Erode?
Riflettiamo su questa frase: “la deliberata spietatezza con la quale la popolazione operaia è stata usata per aumentare la produzione di beni di consumo e dei profitti che ne derivano si è ora estesa su tutta la popolazione del pianeta, coinvolgendone la componente più fragile che sono i bambini, sia con l’esposizione diretta alla pletora di cancerogeni, mutageni e sostanze tossiche presenti nell'acqua, aria, suolo, cibo, sia con le conseguenze della sistematica e accanita distruzione del nostro habitat”. Queste parole, che concludono un articolo sui rischi attribuibili ad agenti chimici scritto dal professor Lorenzo Tomatis nel 1987, ci sono tornate alla mente come una lucida profezia davanti agli ultimi, recentissimi dati sull’incidenza di cancro nell’infanzia in Italia pubblicati dall’Associazione Italiana dei Registri Tumori (AIRTUM: I tumori infantili Rapporto 2008). Se già i dati pubblicati da Lancet nel 2004, che mostravano un incremento dell’ 1.1% dei tumori infantili negli ultimi 30 anni in Europa, apparivano preoccupanti, quelli che riguardano il nostro paese, riferiti agli anni 1998-2002 ci lasciano sgomenti. I tassi di incidenza per tutti i tumori nel loro complesso sono mediamente aumentati del 2% all’anno, passando da 146.9 nuovi casi all’anno (ogni milione di bambini) nel periodo 1988-92 a ben 176 nuovi malati nel periodo 1998-2002. Ciò significa che in media, nell’ultimo quinquennio, in ogni milione di bambini in Italia ci sono stati 30 nuovi casi in più. La crescita è statisticamente significativa per tutti i gruppi di età e per entrambi i sessi. In particolare tra i bambini sotto l’anno di età l’incremento è addirittura del 3.2% annuo. Tali tassi di incidenza in Italia sono nettamente più elevati di quelli riscontrati in Germania (141 casi 1987-2004), Francia (138 casi 1990-98), Svizzera (141 casi 1995-2004). Il cambiamento percentuale annuo risulta più alto nel nostro paese che in Europa sia per tutti i tumori (+2% vs 1.1%), che per la maggior parte delle principali tipologie di tumore; addirittura per i linfomi l’incremento è del 4.6% annuo vs un incremento in Europa dello 0.9%, per le leucemie dell’ 1.6% vs un + 0.6% e così via. Tutto questo mentre si vanno accumulando ricerche che mostrano con sempre maggiore evidenza come sia cruciale il momento dello sviluppo fetale non solo per il rischio di cancro, ma per condizionare quello che sarà lo stato di salute complessivo nella vita adulta. Come interpretare questi dati e che insegnamento trarne? Personalmente non ne siamo affatto stupiti e ci saremmo meravigliati del contrario: i tumori nell’ infanzia e gli incidenti sul lavoro, di cui ogni giorno le cronache ci parlano, unitamente alle malattie professionali, ampiamente sottostimate in Italia, sono due facce di una stessa medaglia, ovvero le logiche, inevitabili conseguenze di uno “sviluppo” industriale per gran parte dissennato, radicatosi in un sistema di corruzione e malaffare generalizzato che affligge ormai cronicamente il nostro paese. Potremmo, sintetizzando, affermare che lo stato di salute di una popolazione è inversamente proporzionale al livello di corruzione e quanto più questo è elevato tanto più le conseguenze si riversano sulle sue componenti più fragili, in primis l’infanzia, come Tomatis già oltre 20 anni fa anticipava. Le sostanze tossiche e nocive non sono meno pericolose una volta uscite dalle fabbriche o dai luoghi di produzione e la ricerca esasperata del profitto e dello sviluppo industriale – a scapito della qualità di vita -, non può che avere queste tragiche conseguenze."
Dott. Michelangiolo Bolognini Igenista - Pistoia
Dott,ssa Maria Concetta Di Giacomo Medico di Medicina Generale - Padova
Dott. Gianluca Garetti Medico di Medicina Generale - Firenze
Dott. Valerio Gennaro Oncologo-Epidemiologo - Genova
Dott.ssa Patrizia Gentilini Oncologo – Ematologo - Forlì
Dott. Giovanni Ghirga Pediatra - Civitavecchia
Dott. Stefano Gotti Chirurgo - Forlì
Dott. Manrico Guerra Medico di Medicina Generale - Parma
Dott. Ferdinando Laghi Ematologo - Castrovillari
Dott. Antonio Martella Oncologo - Tossicologo Napoli
Dott. Vincenzo Migaleddu Radiologo - Sassari
Dott. Giuseppe Miserotti Medico Medicina Generale - Piacenza
Dott. Ruggero Ridolfi Oncologo-Endocrinologo - Forlì
Dott. Giuseppe Timoncini Pediatra - Forlì
Dott. Roberto Topino Medico del Lavoro - Torino
Dott. Giovanni Vantaggi Medico di Medicina Generale -Gubbio
UN'IPOTESI POSSIBILE
Dispersa
nelle campagne di Nettuno, cittadina turistica della costa laziale, la
proprietà di Libero Borra ospita quello che riteniamo l'impianto
sperimentale di rinnovabile avanzato più importante. Prodotto da un
privato, per giunta. Dietro tale tecnologia, altro non c'è che un utilizzo
semplice e geniale della termodinamica, ossia quella parte della chimica
che studia i rapporti tra volume, pressione, temperatura e composizione
chimica.
Questo
signore di 92 anni, ma ancora capace di dare tantissimo con le sue
realizzazioni, infatti ha ripreso l'idea degli specchi ustori, antica
quanto il matematico greco Diocle, e ne ha fatto un'applicazione
modernissima. Infatti uno specchio ustore, se ben realizzato, può
concentrare i suoi raggi in un solo punto, e in questo punto la
temperatura può raggiungere i centinaia di gradi. Ed è in tale punto,
detto punto di fuoco, che il nostro pone delle tubature a serpentina in
cui viene pompata l'acqua a cui viene trasmesso il calore. L'utilizzo
dell'acqua è la differenza principale rispetto al progetto di Rubbia.
Infatti il più noto premio Nobel aveva scelto come fluido termovettore una
miscela di nitrato di sodio e nitrato di Potassio. Peccato che l'acqua,
benché meno efficiente di tali costosi composti, sia più versatile, come
spiegheremo dopo. Lo stato dell'acqua cui Borra è interessato raggiungere
per la produzione di energia, come per gli altri usi, è quella nota ai
chimici come ipercritico: qui l'acqua non è nemmeno più vapore, ma gas.
Produzione di Energia
L'ipercritico in questo stato si può utilizzare per più finalità. Quindi
l'obiettivo di produrre energia elettrica è un obiettivo, ma non l'unico.
In effetti non c'è molto da dire: una volta collegata l'uscita con la
classica turbina che produce corrente, il vapore che esce può rientrare
nel ciclo, oppure eventualmente riutilizzarlo per secondi fini.
Acqua
Potabile dal Mare
Fortuna vuole che Nettuno sia un paese sul mare, cosicché provare una
tecnologia di desalinizzazione non solo è facile, ma è quasi doveroso. Il
processo non è molto diverso rispetto a quello utilizzato per l'acqua
dolce, che viene normalmente utilizzata per produrre energia: cambia la
fonte, ma la vera differenza è quando esce l'ipercritico. Se infatti
all'uscita l'acqua, con la normale pressione atmosferica, riprende la
forma di vapore, il sale esce in forma di polvere e cade giù. Quindi la
separazione non è nulla di più facile. Nella fase successiva, il vapore
uscente condensato non è ancora acqua potabile e deve passare in un
trattamento di opportuno.
Smaltimento di Scarichi e Rifiuti
Libero comunque concepisce la sua creazione come un coltellino svizzero,
adatto per una vastità di applicazioni. Per questo propone la sua
tecnologia anche per lo smaltimento degli scarichi e dei rifiuti oggi
quanto mai attuale. I rifiuti e gli scarichi, con un procedimento stavolta
un po' più complesso, possono essere convertiti in combustibile o in altre
forme. Borra, nella visita a noi concessa, ha illustrato la
sperimentazione a cui si sta dedicando adesso, cioè a ciò che per gli
altri, ma non per lui, costituisce un dramma: gli scarichi e i rifiuti. In
questa fase sta lavorando all'interconnessione tra il tubo di uno scarico
al quale sono connesse due valvole di sicurezza (segno di saggezza) e
appunto l'entrata dell'ipercritico.
Le
possibilità sono varie, tra queste per esempio compattare la CO2 che viene
scaricata fino a renderla liquida, che tra l'altro ha pure un suo mercato,
come altri processi industriali(zzabili). Come avrete certamente già
capito, la tecnologia che ruota intorno al solare termodinamico,
utilizza... la termodinamica in questo particolare stato dell'acqua.
Niente di troppo difficile per un chimico, nulla di nuovo, ma niente che
sia banale. Borra, come molte realtà sperimentali del nostro tempo, non
conduce questa iniziativa con finanziamenti pubblici, e neanche con
finanziamenti privati, fatta eccezione dei finanziamenti di tasca propria.
Sono anni che l'ENEL fa orecchi da mercante al suo metodo, regolarmente
brevettato, e preferisce il medioevo dell'inquinamento e dei
cancrovalorizzatori. Il sito web di Libero Borra è http://www.borra.info,
la sua email è liberoborra@tiscali.it. Se ci sono amministratori e
imprenditori che hanno letto questo articolo, e non lo contatteranno, non
saranno apprezzati!

SOMMARIO
L’impianto solare Borra, con l’uso di specchi parabolici riflettenti,
trasforma l’energia solare in energia elettrica o meccanica, per mezzo di
acqua che, ad alta pressione e ad alta temperatura, è allo stato gassoso.
DESCRIZIONE DI UN MODULO DELL’IMPIANTO
Il modulo è costituito da uno specchio parabolico (concentratore), avente
una superficie di 15 m2, che, seguendo automaticamente il percorso del
sole, concentra i raggi solari sul proprio fuoco geometrico dove è
posizionato, in modo fisso, un fornello (assorbitore), all’interno del
quale è posta una spirale in cui circola acqua ad una pressione costante
di 230 kg/cm2.
L’acqua nella spirale è riscaldata dalla radiazione solare, concentrata
dallo specchio parabolico, e, in circa 10 minuti, raggiunge e supera la
temperatura di 374 °C trasformando il proprio stato fisico da liquido a
gas (senza passare attraverso la formazione della fase vapore).
Il gas così ottenuto, poiché è ad alta pressione, può essere utilizzato
per produrre energia elettrica, tramite delle turbine, oppure energia
meccanica tramite l’espansione e la compressione di pistoni.
ENERGIA PRODOTTA
Uno specchio solare di 15 m2 può produrre circa 2 kWh di energia
elettrica.
VANTAGGI
DELL’IMPIANTO
I vantaggi dell’impianto sono molteplici, fra cui:
- non richiede sistemi di controllo della pressione e della temperatura,
- rispetto alle usuali caldaie, che producono vapore surriscaldato,
presenta il vantaggio di utilizzare completamente l’energia impiegata,
- può utilizzare anche acqua marina perché i sali in essa disciolti non si
depositano in agglomerati, ma rimangono allo stato di polvere fine, e
possono essere facilmente allontanati o recuperati,
- particolarmente vantaggioso è il pompaggio dell’acqua a mezzo di
iniettori capaci di sollevare grandi quantitativi di acqua alle quote
desiderate,
- le centrali idroelettriche possono amministrare la produzione senza
modifiche dei loro impianti.
Legambiente presenta il rapporto annuale su EcomafieLa Puglia ancora una
volta sul podio. Al terzo posto per ciclo illegale dei rifiuti e del
cemento. Operazione Black River, ovvero"cinquecentomila metri cubi
di spazzatura, numeri che danno il capogiro e a farne le spese anche il
Fiume Cervaro" Il fatto di cronaca, commentato nelle parole di Francesco
Tarantini, Presidente di Legambiente Puglia "il maxi sequestro della
discarica abusiva in provincia di Foggia conferma il triste primato
pugliese che emerge da Ecomafia 2008, l´annuale rapporto sulla criminalità
ambientale firmato Legambiente. La necessità di aumentare i controlli sul
territorio, di tutelare il neonato parco dell´Ofanto è quanto mai
imprescindibile, in una Puglia in cui aumentano i reati, le persone
denunciate ed i sequestri effettuati". Nel 2007 tutti i numeri
dell´illegalità ambientale in Italia crescono in maniera preoccupante.
Crescono in particolare gli incendi boschivi dolosi e gli illeciti
accertati nei cicli del cemento e dei rifiuti. Sparisce nel nulla una
montagna di rifiuti speciali alta poco meno di 2.000 metri con base di 3
ettari. I clan dell´ecomafia salgono a 239 (36 in più rispetto allo scorso
anno) e il loro giro d´affari stimato per il 2007 si attesta sui 18
miliardi e 400 milioni di euro (quasi un quinto del business totale annuo
delle mafie) pur contraendosi rispetto all´anno precedente di circa 4,4
miliardi di euro. Storie e numeri aggiornati sul malaffare ambientale sono
riportati in Ecomafia 2008, l´annuale rapporto di Legambiente sulla
criminalità ambientale presentato il 9/6 a Roma. Il bilancio
dell´anno appena trascorso descritto nel Rapporto Ecomafia di Legambiente
è di 83 reati contro l´ambiente al giorno: oltre 3 reati all´ora. Gli
illeciti accertati dalle forze dell´ordine nel corso del 2007 sono 30.124,
il 27,3% in più rispetto al 2006; le persone denunciate 22.069, con un
incremento del 9,7%; le persone arrestate 195; i sequestri effettuati
9.074 (più 19% rispetto al 2006). La Campania occupa stabilmente il primo
posto nella classifica dell´illegalità ambientale, seguita dalla Calabria.
Al terzo posto si trova la Puglia. La prima regione del Nord come numero
di infrazioni è la Liguria. Alla dimensione globale dell´ecomafia è
dedicata un´ampia sezione del Rapporto: dall´Italia escono rifiuti verso
Hong Kong, la Tunisia, il Pakistan, il Senegal, la Cina, ed entrano
rifiuti dalla Croazia, dalla Serbia, dall´Albania. I reati accertati dalle
forze dell´ordine nel 2007 per violazione alla normativa sui rifiuti sono
4.833, con 5.204 persone denunciate, 136 arrestate e 2.193 sequestri
effettuati. Per illegalità nel ciclo dei rifiuti è sempre in testa la
Campania, dove lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, spesso di
provenienza extraregionale, si è sommato alla catastrofica gestione
commissariale di quelli urbani. Sul fronte del ciclo illegale del cemento,
cresce il numero d´infrazioni accertate dalle forze dell´ordine (7.978, il
13% in più rispetto al 2006), quello delle persone denunciate (10.074) e
dei sequestri (2.240). Il ciclo rimane segnato da profondi fenomeni
d´illegalità, in particolare per quanto riguarda le attività estrattive,
spalmate su tutto il territorio nazionale. Per l´abusivismo edilizio, le
stime del Cresme parlano per il 2007 di 28.000 case costruite illegalmente
contro le 30.000 del 2006 e le 32.000 del 2005. L´impegno a non promulgare
mai più condoni edilizi, insieme a qualche demolizione in più, ha ridotto
la pressione del mattone selvaggio. Tra le diverse tipologie di reato,
aumentano in particolare gli incendi boschivi. 225mila ettari di boschi e
foreste andati in fumo, 18 persone uccise dalle fiamme, 7 milioni e mezzo
di tonnellate di Co2 rilasciate nell´aria sono il bilancio degli oltre
10mila incendi dell´estate scorsa nel nostro Paese, quasi sempre di natura
dolosa. Anche l´agricoltura, in tutte le sue filiere, è diventata da tempo
una delle frontiere per lo sviluppo dei traffici illeciti. Sono numerosi i
casi di estorsione e si torna a parlare di abigeato, il furto di bestiame,
che alimenta oggi una filiera illegale, di macellazione e commercio di
carni prive di controlli sanitari. Sul fronte dell´archeomafia, invece,
calano leggermente i furti: dai 1.212 casi del 2006 si passa ai 1.085 del
2007, con la regione Lazio in pole position per numero di furti al
patrimonio culturale. Rimane stabile il mercato del racket degli animali
(corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna
esotica e protetta, macellazione clandestina). Nella classifica
dell´illegalità ambientale la Puglia sale di un gradino, passando dal
quarto al terzo posto per numero di infrazioni: ben 2.596 con 1.304
sequestri effettuati. Invece, si colloca al primo posto assoluto per
numero di persone arrestate: ben 47. "Sul fronte del ciclo illegale dei
rifiuti, la nostra regione - continua Tarantini- mantiene saldamente il
terzo posto dello scorso anno con 391 infrazioni accertate, 43 arresti,
437 denunce e 265 sequestri e il foggiano si conferma una terra in cui
prolifera il business delle ecomafie. Qui i traffici illeciti portano
rifiuti prodotti dal centro nord a essere scaricati direttamente nei
terreni agricoli, scorie sempre più spesso spacciate per compost. Con le
operazioni Rabbit e Veleno venne svelata l´ecomafia a Foggia". In
particolare l´operazione denominata Veleno ha posto fine alle attività che
il clan Gaeta svolgeva nei territori della Capitanata fin dal 1995, e che
negli ultimi anni si erano concentrate sui rifiuti, che invece di essere
portati alle aziende di compostaggio venivano cosparsi su terreni
agricoli, oppure interrati nelle cave fruttando. Un´attività illecita che
fruttava ai Gaeta circa 5 milioni di euro. Numerose continuano ad essere
le discariche abusive che spuntano in Puglia, e a essere ridotte a
pattumiera ci sono anche aree di pregio naturalistico. Inoltre, e non è
certo una novità, la Puglia rimane la porta d´ingresso o uscita per i
traffici internazionali di rifiuti, come dimostrano i sequestri effettuati
al porto di Bari di tir contenenti rifiuti pericolosi. Dopo l´abbattimento
dell´ecomostro di Punta Perotti, i reati nel ciclo del cemento erano
diminuiti, invece quest´anno la Puglia si piazza al terzo posto con 721
infrazioni, 941 persone denunciate e 292 sequestri. Diverse le operazioni
messe a segno dalle forze dell´ordine in quasi tutte le province pugliesi.
"La realtà è che il mattone selvaggio imperversa ancora in Puglia
-dichiara ancora Tarantini- e le costruzioni spuntano ovunque: nelle aree
sottoposte a vincolo paesaggistico o idrogeologico e soprattutto sui
litorali. Gli 800 chilometri di costa pugliese fanno gola a grandi
speculatori e privati cittadini che vogliono il loro posto al sole con
vista sul mare". Non mancano casi anche nelle aree protette. L´operazione
Lithos del Corpo Forestale dello Stato ha scoperto e sequestrato 20 ettari
di cave abusive nel territorio di Minervino Murge all´interno del Parco
Nazionale dell´Alta Murgia. Sul fronte dell´archeomafia, l´aggressione
criminale al patrimonio artistico e archeologico, la Puglia è al
sedicesimo posto con 16 furti nel 2007 mentre non c´è nessuna novità
rilevante sul fronte traffico e lo sfruttamento di animali. "In una
regione minacciata via terra e via mare è fondamentale che continui
l´opera di controllo del territorio e di contrasto che stanno portando
avanti la magistratura e le forze dell´ordine. Inoltre, è importante
-conclude Tarantini- lavorare molto sulla prevenzione e a tal proposito
chiediamo al Governatore Vendola di istituire un Osservatorio Regionale
Ambiente e Legalità che abbia lo specifico ruolo di monitorare il
territorio su tutte le questioni legate all´illegalità ambientale e che
veda coinvolti tutti gli attori locali, Regione, Province, Forze
dell´Ordine e associazioni".
Progetti utopistici? (GUARDATE I VIDEO)
dal blog di Beppe Grillo
In
Campania l'emergenza è stata voluta. Un segnale l’ho
avuto il 23 febbraio 2008. 30.000 ragazzi e ragazze dei
MeetUp sono scesi in piazza Dante a Napoli per far festa
e insieme insegnare come ridurre e differenziare i
rifiuti, fare la raccolta porta a porta, il compostaggio,
il trattamento meccanico biologico. E pretendere centri
di riciclo come quello di Vedelago che trasformano,
senza bruciare, gli scarti in sabbie sintetiche per
l'edilizia. Uno Stato serio avrebbe portato quei giovani
su un palmo di mano come esempio per Napoli e la
Campania. Uno Stato colluso li ha censurati. L'evento,
raccontato dalle telecamere di BBC, CNN ed altri media
stranieri, è stato oscurato da tg e giornali nazionali,
tanto che David Willey, corrispondente dall'Italia della
BBC commentò: "Aprire i giornali il giorno seguente e
non trovare notizie è imbarazzante, ma è chiaro che in
Italia manca una stampa libera e indipendente”.
L’emergenza è un film già scritto. Invece di fare la
raccolta porta a porta a Napoli con un piano
dettagliato, realizzato e pagato nel 2003, si va avanti
con inceneritori e discariche. Nonostante 53 tra arresti
e rinvii a giudizio, tra cui Bassolino e amministratori
delegati di Fibe e dell’Impregilo.
260 Comuni sono partiti con la raccolta differenziata in
Campania, tre mesi fa erano 146. Altri 98 si uniranno a
breve. In televisione si parla solo di inceneritori e
discariche invece di spiegare come ridurre i rifiuti e
differenziarli. L'Unione Europea ha bocciato il piano
Berlusconi ed i media ed i politici parlano solo di
"dubbi" .
Nessuno parla delle priorità d'intervento secondo
l'Europa. Solo discariche, inceneritori, discariche (CHI
CI GUADAGNA?), per scoprire, come ha fatto Walter
Ganapini, membro onorario del Comitato Scientifico dell'
Agenzia Europea per l'Ambiente, che, dal 2003, esiste
una discarica che avrebbe evitato l'emergenza rifiuti.
Ascoltate la sua intervista.
Chiedo l'intervento della Corte dei Conti e dell'Unione
Europea sui piani per la differenziata porta a porta mai
attuati. Sui miliardi di euro di finanziamento europeo
scomparsi nel nulla. Cari europei, come vi ho già
chiesto a novembre a Strasburgo, fermate ogni
finanziamento pubblico a Bokassa Bassolino e ai suoi
cannibali. L’Italia ve ne sarà grata.
La
Procura di Napoli ha ordinato l’arresto di 25 persone,
funzionari pubblici e impiegati di aziende con relazioni
con il Commissariato per l’emergenza dei rifiuti (Cdr).
Il primo giorno la notizia era il titolo di copertina,
poche ore dopo è diventata cronaca nelle pagine interne
(Corriere) o motivo di fastidio, titolo di Repubblica:
“Rifiuti, la magistratura ha creato problemi”. I
giornali di Veltrusconi sono allineati nella difesa di
Monnezzopoli. Sono stati arrestati i capi impianti Cdr
di Napoli, Benevento, Caserta, Avellino, Salerno. Il
tecnico del Cdr e responsabile unico per il procedimento
dell’inceneritore di Acerra. Gli amministratori delegati
delle società Fibe del gruppo Impregilo, e Ecolog delle
Ferrovie dello Stato. Marta Di Gennaro, braccio destro
di Bertolaso.
La presenza assidua dello psiconano a Napoli desta
qualche sospetto. Il suo decreto con la creazione della
Superprocura è un’ingiustizia a orologeria, sua antica
specializzazione. 75 sostituti e procuratori aggiunti
hanno denunciato la incostituzionalità del decreto. La
prevista competenza di Napoli su tutta la Campania
significa la paralisi delle indagini, in quanto tutti
gli uffici giudiziari della Campania “dovranno
interloquire con un unico ufficio di Procura, con il
rischio che minore efficacia e tempestività abbia
l’azione di coordinamento del lavoro della polizia
giudiziaria da parte del pm”. I procedimenti in corso
saranno affidati alla Procura di Napoli con effetto
retroattivo. Scippo delle inchieste in corso a chi le ha
avviate e caos per i passaggi di consegna dei documenti
processuali.
Bertolaso è amareggiato, parla della spazzatura come di
un perduto amore: “L’intervento a Chiaiano era stato
bello”, “L’intervento della magistratura ha creato
problemi non solo personali, ma anche con le comunità
locali”.
L’inchiesta che ha portato all’arresto dei 25 è partita
a gennaio 2008, sempre tardi, ma senza nessuna relazione
con il decreto dello psiconano.
Ai 25 vanno aggiunti i 28 rinviati a giudizio per reati
come truffa e frode in pubbliche forniture legati al
ciclo dei rifiuti. Tra questi l’ex amministratore
delegato dell’Impregilo, l’ex amministratore delegato
della Fibe e la statua di sale Bassolino. Il processo
inizia a luglio. Il blog lo seguirà con interesse.
25+28 fa 53, il “vecchio” della Smorfia napoletana. La
cosa mi preoccupa, sono un po’ superstizioso, anche
perché il numero 71, gli anni di un vecchio a caso,
corrispondono nella Smorfia a “uomo di merda”.
Monnezzopoli sta arrivando.
Repubblica titola: "Rifiuti. Ultimatum ai ribelli". Propone un indovinato accostamento con un mitragliere in Afghanistan, di certo casuale. Repubblica dovrebbe invece titolare: "Rifiuti. Ultimatum agli inceneritori", con una foto non casuale dell'Impregilo. Sarebbe un atto di coerenza. Jacopo Fo cita un articolo dell'ultimo Venerdì di Repubblica: ben 435 ricerche scientifiche provano un forte aumento di tumori e nascite malformi in prossimità degli inceneritori.
"Mi
diverto.
E’ ormai chiaro che dentro i giornali italiani si
combatte una battaglia durissima tra i direttori e un
pugno di giornalisti che si rifiutano di tacere
sempre e comunque.
Così abbiamo delle piccole soddisfazioni: alcune notizie
bomba finalmente vengono pubblicate. Non le vedete in
prima pagina, non hanno titoli a 9 colonne, non sono
correlate da interviste e commenti. Però le notizie
escono.
Ad esempio vengono pubblicate sul numero 1052
del Venerdì di Repubblica (16 maggio) a pagina
90 (coincidenza o magia alchemica il fatto che la paura
nella Smorfia napoletana corrisponde al numero
novanta?).
Ecco l’articoletto, secco secco. Un grande pezzo di
sintesi giornalistica, probabilmente contrattato parola
per parola in riunioni infuocate dei caporedattori,
oppure sfuggito per errore alla penna
rossa dei censori… Questo articolo credo che alla fine
sia uscito perchè protetto dalla Divina Provvidenza in
persona, è comunque stato stampato, nero su bianco, e ci
dice che 435 (QUATTROCENTO TRENTACINQUE) ricerche
scientifiche internazionali provano un aumento
di tumori e nascite malformi
spaventoso in prossimità dei termovalorizzatori.
Senza commento. Senza due righe di scuse verso il povero
Beppe Grillo accusato con ogni tipo di cattiveria dalle
colonne dello stesso giornale per essersi permesso di
dire esattamente la stessa cosa: gli inceneritori puoi
anche chiamarli termovalorizzatori ma ti ammazzano
comunque.
Una nota stilistica che permette di capire appieno il
meccanismo perverso utilizzato dai media per rendere di
scarso interesse notizie di importanza capitale.
Il titolo può essere un modo per indurre le persone a
leggere un articolo oppure a non leggerlo.
Se questo articolo fosse stato: “Aveva ragione Grillo
gli inceneritori uccidono!” avrebbe destato grande
curiosità. Allora lo hanno intitolato in modo tale da
tagliargli le gambe: “Emissioni: Una ricerca francese
sottolinea il rapporto diossina-cancro
QUANDO LA SALUTE SE NE VA IN FUMO (TOSSICO).
Capisci l’astuzia: non ti dice che le ricerche
sono 435, come viene specificato poi
nell’articolo. Non si pronuncia la parola proibita
INCENERITORE. Si parla di EMISSIONI… Termine
vago come la melma.
Questa tattica in effetti funziona. I lettori accorti
dicono: “Però alla fine Repubblica le notizie le dà!” E
continuano a comprarla. Mentre il 95 per cento dei
lettori, un po’ meno attenti, non si accorge di quella
notizia così imbarazzante.
Prova ne è che sono passati 5 giorni dall’uscita del
Venerdì e se cerchi sul web: “diossina istituto statale
di sorveglianza sanitaria francese”, non trovi niente a
proposito di questa colossale notizia!
E non trovi niente neanche se digiti “diossina 435
ricerche PubMed”
Comunque giudica tu: ecco il testo integrale:
“Nelle popolazioni che vivono in prossimità di impianti
di incenerimento dei rifiuti è stato riscontrato un
aumento dei casi di cancro dal 6 al 20 per cento.
Lo dice una ricerca, resa pubblica dall’istituto statale
di sorveglianza sanitaria francese, l’ultima delle 435
ricerche consultabili presso la biblioteca scientifica
internazionale
PubMed che rilevano danni alla salute causati dai
termovalorizzatori per le loro emissioni di diossina,
prodotta dalla combustione della plastica insieme ad
altri materiali. Questa molecola deve la sua micidiale
azione ala capacità di concentrarsi negli organismi
viventi e di penetrare nelle cellule. Qui va a
“inceppare” uno dei principali meccanismi di controllo
del Dna, scatenando le alterazioni dei geni che poi
portano il cancro e le malformazioni neonatali.”
(Il pezzo non è firmato ma sta all’interno di una specie
di box dentro un articolo di Arnaldo D’Amico.)
Spero ci si renda conto dell’importanza dell’ufficializzazione
di una simile notizia: e ti invito quindi a
farla girare e ripubblicarla sul tuo sito. Se riusciamo
a far sapere a molti italiani come funziona questo
giochetto dell’informazione ridimensionata (non
censurata, non libera, omogenizzata) potremmo creare
qualche altro problema ai signori dei giornali. Loro
ormai lo sanno che chi legge i quotidiani poi va su
internet…
FACCIAMOLI PIANGERE!
CITIAMOLI A MARTELLO OGNI VOLTA CHE PER SBAGLIO DICONO
LA VERITA’.
Usare la forza dell’avversario per farlo cadere".
Jacopo Fo
I treni della
monnezza vanno a nord. Come uccelli migratori
in primavera. Verso l’accogliente Germania
che separa i nostri rifiuti e li trasforma in
materie prime secondarie e in composti organici
per l’industria. I treni dei rifiuti differenziati
tornano quindi a sud. Verso l’Italia ridicola e
cialtrona. Messa alla berlina in tutta Europa da partiti
incapaci e corrotti.
Paghiamo la Germania per i rifiuti due volte:
una all’andata e l’altra al ritorno. Per smaltirli come
spazzatura e per comprarli come materia prima
secondaria. La portavoce del ministero dell’Ambiente
della Sassonia ha dichiarato: “I
rifiuti non sono stati bruciati negli inceneritori, sono
stati separati i rifiuti organici da quelli solidi, che
diventeranno materie prime secondarie, una parte minore
è stata trattata in un impianto meccanico-biologico e
verrà venduto alle industrie”.
L’Italia è un ottimo cliente della propria spazzatura, è
il terzo importatore di materie prime secondarie dalla
Germania con due milioni di tonnellate
all’anno. Importiamo plastica, metallo, carta dai
tedeschi. La nostra plastica, il nostro metallo, la
nostra carta. I tedeschi fanno i lavori che gli italiani
non sanno più fare. Differenziare la spazzatura è un
mestiere troppo complesso per il genio italico. Ma,
soprattutto, rende poco. Gli inceneritori
sono invece dei pozzi di petrolio per
chi li fabbrica e per chi li gestisce.
Se dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono le
società pubbliche di gestione dei rifiuti. E’ il
richiamo della monnezza, è più forte di loro.
L’emergenza rifiuti è un business,
scoprite chi ci guadagna e avrete trovato la soluzione
del problema. Per esempio, ma solo per esempio, chi è
l’azionista principale dell’Impregilo? A chi appartiene
la discarica di Chiaiano?
LA PESTE DEL SECOLO: LA DIOSSINA
ENERGIA SOSTENIBILE PER L’ABRUZZO
La politica energetica della Regione Abruzzo, invece di subire ed assecondare l’andamento spontaneo del mercato energetico, dovrebbe seguire le indicazioni dell’Unione Europea, se vuole avere possibilità di attuazione e soprattutto essa deve essere funzionale al raggiungimento ed al superamento degli obiettivi di Kyoto: riduzione delle emissioni di gas clima-alteranti e gas serra (CO del 6,5% rispetto ai livelli del 1990). Per realizzare questi obiettivi saranno certamente necessari cambiamenti profondi di abitudini consolidate, ma non sarà necessario rinunciare al benessere e al comfort (oppure ritornare all’età della pietra), ma solo agli sprechi, governando i consumi, razionalizzando i trasporti, e modificando il nostro modo di produrre e consumare elettricità e calore. Il nostro obiettivo è quello di raggiungere, entro l’anno 2020, un risparmio del 50% nel fabbisogno di fonte primaria (le “materie prime” energetiche: carbone, petrolio, gas etc.), e per raggiungere tale obiettivo dobbiamo iniziare immediatamente, puntando subito su due date intermedie ovvero:
Anno: 2006 2010 2020
Risparmio: -10% -25% -50%
Consideriamo l’andamento dei consumi di fonte primaria in Itala dal 1980 ad oggi e due proiezioni per i prossimi 20 anni. Senza interventi correttivi i nostri consumi continueranno a crescere per superare nel 2020 oltre 200 Mtep (Megatep = milioni di tonnellate equivalenti di petrolio). Invece Legambiente propone di intervenire sull’economia nazionale per innescare uno scenario di graduale discesa nel fabbisogno di fonte energetica primaria del paese, fino ad arrivare, nel 2020, a dimezzarlo.
Come si raggiungono tali obiettivi?
In proporzione ai suoi 1.276.000 abitanti, il consumo di fonte primaria della regione Abruzzo è leggermente inferiore ai 4.000.000 tep/anno, e le relative emissioni di gas serra ammontano a circa 10-11 milioni di tonnellate di CO l’anno. Attualmente il fabbisogno di energia elettrica della regione, pari a circa 6.323 GWh/anno (anno 2000, dati GRTN), viene coperta per il 43% da centrali termoelettriche, per il 27% da impianti idroelettrici, mentre il restante 3 viene importato da altre regioni italiane. Sviluppi recentissimi hanno portato il contributo dell’energia eolica ad una valore vicino al 3% del fabbisogno elettrico della regione (non lontano dalla media della Germania, paese leader mondiale nel settore eolico). Su questa base le soluzioni tecniche per il problema energetico della regione Abruzzo sono sintetizzabili in tre grandi categorie ovvero:
1. L’uso razionale dell’energia e l’efficienza energetica: la moltitudine di soluzioni appartenenti a questa categoria darà il contributo più consistente al raggiungimento degli obiettivi. Si tratta di interventi di efficienza, di non-spreco e risparmio energetico nel:
• Sistema elettrico convenzionale: sostituzione delle vecchie centrali termoelettriche attuali attraverso la micro-cogenerazione e trigenerazione diffusa assecondata da alcune piccole centrali cogenerative a ciclo combinato (< 100 MW) distribuite suI territorio, in modo da favorire le opportunità di allacciamento a reti di teleriscaldamento, e sostituire le caldaie attualmente in uso, eliminando in questo modo le relative emissioni inquinanti e di gas serra e clima-alteranti;
• Industria: razionalizzazioni, integrazioni e recuperi energetici nei processi produttivi, cogenerazione e trigenerazione anche su scala micro (< 1 MW);
• Usi domestici e nei servizi: rottamazione di elettrodomestici, macchine d’ufficio, e lampade inefficienti, servizi post-contatore, servizi energetici integrati (micro-cogenerazione e trigenerazione) offerti da imprese locali specializzate (ESCO = Energy Service Company);
• Edilizia: riqualificazione energetica attraverso la riforma dei regolamenti edilizi mirata a favorire ed incentivare miglioramenti nella coibentazione degli involucri edili, bio-edilizia e solare passivo. Sono da evitare le soluzioni impiantistiche (condizionamento d’aria, pompe di calore etc.) per rimediare alle perdite di calore e freddo dei moderni “edifici colabrodo”. Per questo occorre stabilire attraverso una legge regionale un limite massimo di consumi energetici unitari: nuovi edifici 25-30 kWhIm l’anno ; quelli esistenti 60 kWh/m l’anno. L’attuazione di queste proposte potrà dare nel 2020 un contributo alla riduzione del consumo di fonte primaria in Abruzzo pari a 900.000 tep/anno
2. Le fonti rinnovabili dovranno fornire un contributo altrettanto decisivo. La nostra proposta mira a raggiungere nel 2020 le seguenti capacità installate:
• Energia eolica: 1.000 MW (ca 500 turbine) 30 %
• Tetti solari fotovoltaici: 0,4 m pari a 500 MWp 10 %
• Centrali alimentate a biomassa: 50 MW 5 %
• Centrali mini-idroelettriche: 30MW 2 %
B) Produzione calore (per riscaldamento e calore di processo):
• Scaldacqua solari: 0,9 m (oggi già realtà su Cipro)
• Solare passivo in edilizia: 6% del parco edile
• Biomassa: 100.000 tep/anno (a bassa e media temperatura)
• Biocombustibili per autotrazione: 90.000 tep/anno (10% dei combustibili per trasporti)
Questo parco impiantistico consentirà all’Abruzzo di raggiungere nel 2020
un totale di fonte primaria sostituita da fonti rinnovabili pari a ………………….. 600.000 tep/anno
3. L’ottimizzazione dei trasporti - occorrono interventi per:
• La riduzione dei bisogni di mobilità (telematica, telelavoro, teleservizi etc.);
• Il potenziamento dei trasporti pubblici in ambito urbano (metropolitane e tram);
• Il trasferimento su ferro (rotaia) e su acqua (mar Tirreno ed Adriatico) di una
parte cospicua del trasporto merci e passeggeri;
• L’introduzione di nuovi veicoli ad emissioni zero (auto elettriche);
• L’adozione di biocombustibii (nella misura del 10%) per autotrazione;
raggiungendo un totale di fonte primaria risparmiata pari a 500.000 tep/anno
Totale riduzione consumi di fonte primaria in Abruzzo nel 2020 …………….2.000.000 tep/anno (per maggiori dettagli tecnici vedi “Documento Energia” di Legambiente)
Strumenti attuativi e nuove regole:
In Italia le regole della concorrenza sono attualmente distorte a vantaggio delle fonti fossili, i cui costi ambientali non sono conteggiati e vengono pagati dalla collettività attraverso le spese sostenute per il disinquinamento e il recupero territoriale, per la salute, per il restauro dei monumenti storici danneggiati e per le catastrofi naturali (alluvioni, frane, siccità, incendi boschivi) provocate dall’incuria e dall’inquinamento che altera il clima. Chiediamo dunque nuove regole di indirizzo del mercato, che in buona sostanza tengano conto dei costi ambientali delle varie scelte energetiche.
Nuove regole che scoraggino lo spreco di risorse, l’uso delle fonti energetiche fossili rendendo conveniente per il cittadino e per le imprese:
- l’uso razionale ed efficiente dell’energia, nonché il suo risparmio;
- le fonti energetiche rinnovabili;
- la riqualificazione energetica del parco edile;
- mezzi di trasporto efficienti e ad emissione zero e la fruizione comoda dei trasporti pubblici.
ENERGIE RINNOVABILI: MA A CHE PREZZO?
di Fabrizio Fedele

Le energie rinnovabili
sono quelle che si formano spontaneamente in un tempo
minore di quello impiegato per consumarle. Sono fonti
rinnovabili l'energia solare diretta, l'energia idrica,
quella eolica, quella derivante da biomasse. Oggi le
fonti di energia rinnovabili, forniscono il 9,7% del
fabbisogno energetico mondiale. In Italia contribuiscono
per circa il 7% ai consumi nazionali.
In materia di energia,
la Finanziaria precedente comprendeva due articoli sullo
sviluppo sostenibile e le politiche
energetico-ambientali: il fondo 109, che prevedeva un
impegno di 150 mld di lire per il triennio 2001/2003, e
il fondo 110 per la riduzione delle emissioni in
atmosfera e la promozione dell'efficienza energetica e
delle fonti rinnovabili. Il primo è stato ridotto di 90
mld, mentre il secondo che prevedeva l'utilizzo del 3%
della Carbon tax, resta sospeso. In Italia per adesso
quindi la produzione di energia elettrica da dalle
"nuove rinnovabili" resta confinata a percentuali molto
basse ( 5,4% ). Quanto alla ratifica di Kyoto, la nuova
finanziaria stanzia 3 mld di lire. L'abbattimento di 120
milioni di tonnellate di anidride carbonica necessaria
per diminuire del 6,5% le emissioni nel nostro paese
appare molto difficile. Ma cerchiamo di capire meglio la
situazione. L'illusione della disponibilità illimitata
di energia a basso costo, su cui si è fondato dal
dopoguerra lo sviluppo economico dei paesi
industrializzati, è oramai crollata. Dal 1973 subito
dopo la guerra arabo-israeliana, i paesi produttori di
petrolio hanno ottenuto prezzi sempre più alti per le
forniture di greggio, mentre le economie dei paesi
occidentali hanno subito gravi penalizzazioni. Si è
arrivati così a cercare fonti di energia rinnovabili, ma
a che prezzo? L'idea di difficile diffusione è quella
secondo cui il territorio è una risorsa, e più
precisamente una risorsa limitata. Pone naturalmente i
suoi vincoli, sia per le fonti rinnovabili e sia per
quelle non rinnovabili. Poi c'è anche un discorso legato
al paesaggio, all'estetica. La Convenzione
europea del paesaggio è stata redatta il 20 ottobre del
2000 a Firenze, dagli stati membri del Consiglio
d'Europa ed è composta di 4 capitoli e 18 articoli
secondo i quali il "paesaggio designa una determinata
parte di territorio il cui carattere deriva dall'azione
di fattori naturali…" e poi di seguito " la salvaguardia
dei paesaggi indica le azioni di mantenimento e
conservazione degli aspetti espressivi o caratteristici
di un paesaggio, giustificate dal suo valore di
patrimonio derivante dalla sua configurazione naturale…
ogni paese si impegna a riconoscere giuridicamente il
paesaggio in quanto componente essenziale del contesto
di vita delle popolazioni, espressione delle diversità
del loro comune patrimonio culturale e naturale e
fondamento delle loro identità". Si capisce quindi che
il paesaggio svolge importanti funzioni di interesse
generale, sul piano ecologico, culturale, ambientale e
sociale e se salvaguardato, gestito e pianificato in
modo adeguato, può contribuire anche alla creazione di
posti di lavoro. L'impatto che produce l'istallazione di
un parco eolico sul paesaggio è senza dubbio devastante.
Immaginiamo
lo scempio che verrebbe fuori con l'istallazione di 60
torri eoliche sulle nude e grandiose balze del versante
sud del PNGSL ( Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga ) se
venisse concesso il nulla osta dall'Ente Parco e dalle
Autorità competenti, per il programma d'istallazione
presentato dai Comuni di Santo Stefano di Sessanio e di
Calascio. Azioni simili sono in corso sui monti
Sibillini, sul monte Cappelletta che domina da un lato
Norcia e dall'altro il Pian Grande di Castelluccio.
L'energia eolica e le altre fonti rinnovabili, avrebbero
dovuto essere vagliate da un'attenta e mediata
pianificazione, come faceva intendere la legge n.10 del
2 gennaio 1991 per l'attuazione del Piano energetico
nazionale per non provocare irreversibili danni al
paesaggio appenninico: pensate alle strade sterrate
tagliate fin sulla cima dei monti per consentire ai tir
ed alle autogru di raggiungere i luoghi più impervi;
sbancamenti fatti, uno per torre, per spianare il
terreno dove collocare le basi di cemento armato,
profonde 10-12 metri; cambiamento totale del paesaggio,
dalla naturalità e del profilo paesaggistico rimasto
intatto per secoli. Penso sia necessario alzare le
difese in fatto di tutela dell'ambiente e di conseguenza
renderla sempre più efficace, oltre al fatto che si
dovrebbe tener presente nell'ordinamento giuridico del
nostro Paese, la procedura di verifica dell'impatto
ambientale.
Energia alternativa...
I RIFIUTI E LA LORO SISTEMAZIONE: “UNA BOMBA ECOLOGICA”.
di Fabrizio Fedele
Con l'industrializzazione, lo sviluppo tecnico e la crescita economica, la quantità di rifiuti prodotti dall'uomo è cresciuta immensamente, soprattutto nei Paesi più industrializzati. Tra i molti tipi di rifiuti che si producono distinguiamo in base all'origine, quelli domestici o urbani, quelli commerciali, industriali, agricoli, minerari e radioattivi. Oltre a ciò i rifiuti si dividono in pericolosi e non pericolosi e prendono varie forme: solida, liquida, gassosa, mista (fanghi e melme) e ogni possibile combinazione. In funzione dell'origine, questi si possono degradare in prodotti pericolosi e non, per la salute umana o per l'ambiente. A ciò si aggiunge la possibilità di reazioni chimiche nei depositi. Le discariche per rifiuti sono ambientalmente accettabili se ben costruite e gestite, in caso contrario risultano dannose per l'ambiente.
Premettiamo innanzi tutto che i rifiuti domestici sono una raccolta eterogenea di quasi ogni cosa, dal cibo ai cascami di giardinaggio, alla carta, alla plastica, al vetro, alla gomma, alla cenere, ai laterizi, ai metalli, ecc. Molte di queste sostanze, reagendo con l'acqua formano una sostanza ricca di sali minerari e batteri, chiamato lisciviato. Questo si forma quando la pioggia si infiltra in una discarica e dissolve la frazione solubile dei rifiuti. Tutte le discariche contengono materia nei tre stati fondamentali, solido, liquido e gassoso e presentano un delicato equilibrio tra essi. Il modo più comune di sistemare i rifiuti domestici è di mischiarli a terra e stenderli, compattandoli, in una zona piana adibita all'accumulo. Per quanto riguarda l'ubicazione di una discarica, si deve scegliere il sito in base all'estenzione del progetto, ai materiali da costruzione e al problema della riabilitazione del sito. Il requisito principale nel progettare una discarica consiste nello stabilire esattamente il tipo, la natura, la cubatura dei rifiuti da sistemare. La scelta della discarica per un particolare tipo di rifiuti o per una miscela deve valutare anche i fattori economici e sociali, oltre a quelli geologici e idrogeologici. La discarica ideale non deve pertanto minacciare la qualità dell'acqua, essere priva di acqua ferma o in movimento e avere scorte sufficienti di terra per coprire ogni singolo strato di rifiuti. Dovrebbe essere situata ad almeno 300 mt. da ogni zona residenziale. Sempre in relazione all'idrogeologia, le rocce che proteggono meglio le risorse e le forniture di acqua sono quelle che hanno bassa permeabilità intrinseca.
Il progetto di una discarica e la scelta del sito sono influenzati dalle proprietà fisiche e biochimiche dei rifiuti. La qualità di lisciviato prodotta dipende dalla quantità d'acqua presente nella discarica. La quantità d'acqua assorbita dai rifiuti dipende dall'età della loro messa in posto. Le discariche ben progettate hanno non solo un rivestimento sul fondo e una copertura, ma anche una struttura cellulare, ovvero contengono i rifiuti in una serie di celle o "tombe", di argilla, coperte da uno strato di suolo e compattate. Non ci sono regole ben precise sul modo di scaricare e compattare i rifiuti solidi. I rivestimenti o incamiciature delle discariche sono costruiti con una varietà di materiali: argilla compatta di bassa permeabilità, membrana artificiale flessibile, sistema di rilevazione e raccolta del lisciviato, membrana artificiale flessibile, sistema di raccolta del lisciviato primario, tubi di raccolta. Alla base della discarica si possono piazzare come materiali di rivestimento, argilla, bentonite, geomembrane, suolo-cemento o bitume-cemento. I lisciviati si formano per la presenza di liquidi, principalmente acqua, nelle discariche, quando si supera la capacità di assorbimento dei rifiuti. Tra i vari materiali presenti, quelli materiali sono in genere biodegradabili; all'inizio la loro decomposizione è aerobica (prosperano i batteri per le condizioni umide), ma l'ossigeno viene rapidamente consumato e l'ambiente diventa anaerobico. Alla base della composizione anaerobica ci sono due processi fondamentali che operano in sequenza, semplificazione della frazione organica e riduzione di quella inorganica e metanizzazione.
In linea di massima nel suo passaggio attraverso suoli e rocce, il lisciviato subisce processi chimici e fisici che lo "attenuano", ovvero ne diminuiscono l'aggressività; tra questi, precipitazione, scambio ionico, assorbimento e filtrazione. I lisciviati contengono molti contaminanti che possono avere un effetto deleterio sull'acqua di superficie; se entrano in un fiume, ad esempio, l'ossigeno viene consumato dai batteri che demoliscono i composti organici e in caso grave, l'acqua ne viene del tutto privata. I principali inquinanti inorganici che possono dare problemi nei lisciviati sono ammoniaca, ferro, metalli pesanti e in minor misura cloruri, solfati, fosfati e calcio. L'ammoniaca può essere presente in parecchie centinaia di milligrammi/litro. Una concentrazione di 2,5-25 mg/l risulta letale per i pesci. Così come il ferro ferroso, il quale attraverso l'ossidazione produce depositi e intorbida l'acqua.
Sarebbe quindi doveroso, prima di iniziare a portare i rifiuti in discarica, programmare un controllo dell'acqua sotterranea e continuarlo fino a 20 anni dopo il completamento delle operazioni. L'effetto più serio di un lisciviato sull'acqua di falda è la mineralizzazione, dovuta all'azione degli ioni inorganici.
La progettazione ed esecuzione di lavori correttivi o riparativi, atti a rimediare a danni fatti in passato all'ambiente, infatti, sono processi delicati e complessi. Questi a loro volta non devono creare inquinamento ed il programma dovrà prevedere controlli e sorveglianza. A seconda del contaminante verrà applicata una diversa tecnica di intervento. La via migliore è quella del trattamento sul posto e non il prelievo del terreno contaminato. Si può pensare a misure di contenimento per isolare l'ambiente contaminato e a lavaggi con solventi ad hoc. Infine ricordiamo il biotrattamento o biocorrezione, usata per lo più per inquinanti organici, che comporta l'uso di microrganismi per biodegradare o trasformare gli inquinanti in forme innocue.
L'acqua di falda inquinata, invece, può essere estratta e trattata oppure subire il trattamento sul posto, questo dipende dalla solubilità dell'acqua e dalla volabilità delle sostanze inquinanti. Il metodo più usato per ripulire l'acqua dai contaminanti è di estrarla con pompe, trattarla e poi ri-iniettarla in falda, oltre a pozzi, si scavano trincee e fosse per far venire l'acqua in superficie. Per quanto riguarda la biocorrezione, si procede come nel suolo, distinguendo però tra acqua in condizioni aerobiche e acqua in condizioni anaerobiche; nel primo caso si aggiungono all'acqua ossigeno e nutrienti, nel secondo metano e nutrienti.
Senza dubbio vi è convenienza economica dietro a tutto questo, è un business. Non sono poche infatti le società del settore, che sono andate in prima pagina nei quotidiani regionali e nazionali denunciate per attività illecite, dopo ottenuto consistenti contributi regionali. Il problema dei rifiuti, tossici e non, è molto grave e nella fattispecie se inceneriti, potrebbero danneggiare l’ambiente circostante. E stiamo parlando di zone periferiche della città. Un territorio caratterizzato da vigne, olivi e altri prodotti agricoli che potrebbero risultare gravemente inficiati da un inquinamento siffatto.
Ricordiamo in proposito la battaglia durata per ben 5 anni fino al 2004, del Comitato spontaneo intercomunale contro l’inceneritore progettato dalla Abruzzo Energia s.r.l. nel territorio del Comune di Alanno, un impianto privato che prevede un termovalorizzatore per la produzione di 6 megawatt di energia elettrica, di cui 3 necessari per il proprio funzionamento.
Una bomba ecologica che rischiava di scoppiare nel territorio del Comune di Alanno. Non c’è giorno dove le cronache non riportano notizie riguardanti l’eco-mafia, discariche abusive, tentato smaltimento di rifiuti tossici, parole che si sentono sempre, che ognuno di noi ha in bocca, ma alle quali non si dà mai il peso necessario fino a quando non ci toccano direttamente. Ed è questa la preoccupazione delle popolazioni locali. Ricordo che non deve essere visto come un problema politico, come da molti strumentalizzato, non è importante il colore dello schieramento, ma è un problema per la salute di tutti i cittadini e dell’ambiente comune.
I termodistruttori
Termovalorizzatori: non distruggono i rifiuti ma li trasformano in ceneri, scorie ed emissioni tossiche.

Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito ad una crescente e smisurata produzione di rifiuti indice di una società sempre più orientata verso i consumi. La gestione dei rifiuti è diventata un problema ambientale tangibile ovunque, soprattutto nei paesi in via di sviluppo spesso oggetto di importazioni illegali di rifiuti e di tecnologie produttive ad alto impatto sanitario ed ambientale. Molti governi europei, fra cui l’Italia, promuovono l’incenerimento come soluzione all’emergenza rifiuti e incentivano, attraverso contributi economici e facilitazioni amministrative (come le procedure semplificate), la costruzione di nuovi termodistruttori. Questa politica di gestione dei rifiuti contrasta le indicazioni della Comunità europea che prevedono, invece, una serie di linee di intervento, recepite a livello nazionale dal decreto Ronchi (1997), quali:
Ø prevenzione
Ø riutilizzo
Ø riciclo
Ø recupero di materia e poi di energia
Gli
inceneritori, o termodistruttori, sono impianti di smaltimento
che bruciano i rifiuti allo scopo di ottenerne una riduzione in
peso e in volume. In realtà la fisica insegna che la materia
non può essere né creata né distrutta e durante la combustione
essa semplicemente si modifica. I termodistruttori non
distruggono i rifiuti ma li trasformano in ceneri, scorie ed
emissioni tossiche. Oltre a non risolvere il problema delle
discariche, perché le ceneri
dovranno essere a loro volta smaltite in discariche per rifiuti
speciali, gli inceneritori non fanno fronte nemmeno
all’emergenza rifiuti (in quanto la costruzione di un impianto
richiede anni di lavoro) e, soprattutto, vanno contro ogni forma
di prevenzione dei rifiuti. Tutti
i tipi di inceneritori bruciano i rifiuti immessi ma rilasciano
numerosi composti inquinanti nell’ambiente, sia sotto forma
solida che gassosa. Questi impianti come soluzione allo
smaltimento dei rifiuti:
§ Pongono un rischio sanitario - Molti degli inquinanti emessi
come le diossine e i furani sono composti cancerogeni e
altamente tossici.
§ Pongono un rischio ambientale - Le sostanze contaminanti emesse da un inceneritore per via diretta o indiretta inquinano l’aria, il suolo e le falde acquifere.
§ Non eliminano il problema delle discariche - Nonostante la diminuzione di volume dei rifiuti prodotti, il destino delle ceneri e di altri rifiuti tossici prodotti da un inceneritore è comunque lo smaltimento in discarica per rifiuti speciali, più costose e pericolose.
§ Non
servono a risolvere le emergenze - La costruzione di un impianto
di incenerimento richiede diversi anni di lavoro (almeno 4-6
anni) e pertanto non può essere considerato una soluzione
all’emergenza per i rifiuti.
§ Richiedono ingenti investimenti economici - Sono impianti
altamente costosi (almeno 60 milioni di euro) e a bassa
efficienza che necessitano di un apporto di rifiuti giornaliero
e continuo, in netta opposizione ad ogni intervento di
prevenzione della loro produzione e pericolosità, principi che
sono alla base della gestione dei rifiuti dell’Unione europea.
§ Disincentivano la raccolta differenziata - Questo sistema di
raccolta in Italia si aggira intorno al 13 %, una percentuale
irrisoria la cui crescita sarà fortemente penalizzata se la
gestione dei rifiuti prenderà la via della combustione.
§ Non creano occupazione - La costruzione e l’esercizio di un
impianto determina un livello occupazionale inferiore al
personale impiegato nelle industrie del riciclaggio dei
materiali pubbliche e private che potrebbe offrire dai 200.000
ai 400.000 posti di lavoro nell’Unione europea.
§ Non garantiscono un alto recupero energetico - Il risparmio di energia che si ottiene dal riciclare più volte un materiale o un bene di consumo è molto superiore all’energia prodotta dalla combustione dei rifiuti. La plastica, che rappresenta circa l’11% in peso dei rifiuti urbani, è l’unica frazione merceologica la cui combustione è più vantaggiosa del riciclaggio: ciò è dovuto al suo elevato potere calorifico (ottimo per il processo di incenerimento) e allo scarso valore commerciale della plastica riciclata (un materiale plastico riciclato, infatti, può essere utilizzato una sola volta ed esclusivamente in applicazioni minori, come l’arredo urbano, fibre tessili e materiali per l’edilizia). Riciclare e compostare i rifiuti è un approccio più sostenibile rispetto a quello dello smaltimento, può ridurre i costi di gestione e creare posti di lavoro. I programmi di riciclaggio andati a buon fine in città del Canada, dell’Australia e del Belgio hanno portato a riduzioni dei rifiuti urbani fino al 70%. Fino a quando l’incenerimento sarà considerato come una soluzione alla crisi dei rifiuti, l’industria non sarà spinta verso la progettazione e la produzione di beni di consumo che non contengano sostanze chimiche tossiche. I rifiuti potrebbero essere riutilizzati, riciclati e compostati in condizioni di sicurezza garantendo in tal modo una soluzione sostenibile ad un problema globale, in linea con una visione progressiva di una società che produca Zero Rifiuti.
Monnezza Day
NAPOLI - Ieri sera a Napoli ho chiesto scusa a tutti i Campani. Esordisce così Beppe Grillo al "Monnezza-Day". "Scusa. Sono qui per chiedervi scusa a nome di tutti gli italiani. Nel 1861 siete stati annessi dai piemontesi con una guerra di occupazione. Napoli era una delle capitali di Europa. Con Vittorio Emanuele II è diventata la capitale dell’emigrazione. I Savoia si sono portati via la cassa del Regno e vi hanno mandato il generale Cialdini. Decine di migliaia di campani sono stati massacrati. Prima dei piemontesi erano sudditi del Regno delle Due Sicilie. La mattina dopo erano briganti. La tecnica è sempre la stessa: prima ti infangano, poi ti ammazzano o ti manganellano. Napoli è la capitale mondiale della spazzatura. Sporca, schifosa. E’ su Newsweek, sul Time, su Le Monde. Siete dei benefattori. Smaltite i rifiuti tossici da tutto il mondo, e soprattutto, dalle imprese del Nord Italia. Avvelenare la Campania gli costa meno che smaltire le scorie nocive. Chi ci guadagna? Il prodotto interno lordo! Dopo l’unificazione con l’Italia non siete più un popolo, siete lazzaroni, camorristi, feccia, cafoni. Voi che avete avuto Cuma e Capua migliaia di anni fa. La civiltà greca, quella etrusca, quella romana. Oggi siete prigionieri in casa vostra. Non sapete neppure più chi siete. Vi chiedo scusa per la Camorra, per Bassolino, per Veltroni, per Berlusconi, per la Iervolino, per Cirino Pomicino. Vi chiedo scusa per Mussolini, per il fascismo, per due guerre mondiali, per le leggi razziali, per le navi piene di emigranti. Scusa per aver ridotto una delle più belle città del mondo a uno spot pubblicitario della monnezza. Tenímmoce accussí: ánema e core...nun ce lassammo cchiù, manco pe' n'ora...stu desiderio 'e te mme fa paura... La Campania è un laboratorio politico. Quello che succede qui succederà in tutta Italia. La distanza tra i cittadini e le istituzioni da voi non c’è più, hanno introdotto il manganello consapevole. Quello che colpisce a ragion veduta le donne e i vecchi con le braccia alzate a Pianura e a Savignano Irpino. Il manganello quasi consapevole del G8 di Genova, della Val di Susa, da voi si è evoluto, ha trovato una rappresentazione matura, più democratica. Scusa... Il mondo guarda Napoli. Siete a un punto di non ritorno. Napoli è all’anno zero. Come Berlino nel 1945 dopo i bombardamenti. E’ un’occasione storica, unica per ripartire. Per una Rinascita Campana. Riprendete in mano il vostro passato, la vostra lingua e la vita dei vostri figli. Il vostro territorio. Se volete potete cambiare le cose. Nulla è impossibile per chi è nato qui. Quello che viene deciso a Roma non è importante, voi siete importanti. L’Italia di Beppe Grillo vi chiede scusa, l’altra Italia vi giudica e vi manganella. La Storia è passata di qui e ci tornerà presto. Però, dategli una mano. Per un Nuovo Rinascimento. Tenímmoce accussí: ánema e core...nun ce lassammo cchiù, manco pe' n'ora...stu desiderio 'e te mme fa paura..."
PER UN FUTURO MIGLIORE ECCO L'ALTERNATIVA: UN SEGNO DI CIVILTA'
FORUM «In natura nulla si distrugge» in un articolo dell’esperto in comunicazione e ambientalista Gabriele Bindi
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Caro rifiuto, dove ti metto? La crisi campana sta animando una intensa discussione sull’uso della “risorsa” rifiuto. La soluzione sembra decisa: “termovalorizzarli”, ovvero incenerirli e ricavarne energia. Ma la realtà della fisica ci racconta qualcos’altro.
A tal proposito, pubblichiamo un articolo dell’esperto in comunicazione “olistica” Gabriele Bindi, sul rischio di inquinamento derivante dalla termovalorizzazione dei rifiuti. Nei prossimi giorni ascolteremo altri pareri, per avere maggiori informazioni da parte di esperti ambientali e della salute.
Buona lettura.

Nulla si crea e nulla si distrugge di Giacomo Bindi
Era proprio bella la favola che i rifiuti potessero essere bruciati e sparire nel nulla. Una storia allettante quanto il fantomatico paese dei balocchi, dove tutto è concesso e dove non esistono conseguenze per le proprie azioni. La realtà sulla terra purtroppo ha delle leggi ferree da cui non possiamo fuggire. La legge fisica infatti recita che “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
Quei 618 chili annui che ogni italiano butta ogni anno nei cassonetti non possono dunque dissolversi per sempre, ma continuano a pesare e ad essere di ingombro a distanza di anni. Preoccupa che di questi 6 quintali solo 120 chili, secondo i dati di Ecosistema Urbano 2008, vengano riciclati e recuperati. Il resto finisce inesorabilmente in discarica e nelle fauci ingorde degli inceneritori.
Insomma tu li puoi “termovalorizzare” quanto vuoi, i rifiuti però non si distruggono. La combustione li riduce inesorabilmente in ceneri tossiche da recuperare, e fatto ancor più grave produce emissioni preoccupanti di CO2, diossine, furani e polveri sottili. Un esempio su tutti: il celeberrimo inceneritore di Brescia, che ha vinto il premio come impianto migliore del mondo (!), divora quasi 600 mila tonnellate di rifiuti urbani all’anno e vomita 150 mila tonnellate di ceneri classificate come rifiuti pericolosi. Di rifiuto in rifiuto il ciclo continua.
Fabbrica di tumori
La Commissione Europea ha stimato recentemente che in tutta Europa almeno 350 mila decessi all’anno sono causati da polveri ultrafini. Le polveri sottili sono nocive a causa delle loro piccole dimensioni e del fatto che con sé materiali tossici e nocivi residui della combustione, come idrocarburi policiclici, benzene, metalli pesanti e diossine, pericolosi perché persistenti e accumulabili negli organismi viventi.
In Italia gli studi di Antonietta Gatti e Stefano Montanari della Nanodiagnostic di Modena (Istituto di ricerca sulle nanopatologie) hanno portato all’attenzione nazionale i danni causati sulle nanoparticelle derivate dall’incenerimento dei rifiuti, grazie al megafono degli spettacoli di Beppe Grillo nelle piazze italiane.
La questione degli inceneritori nel corso degli anni ha dato adito a molte controversie, sfociate in numerose lotte politiche locali e tradotte in approssimazioni scientifiche e bagarre ideologiche senza quartiere. Mentre lo studio commissionato dall’ex Ministro Matteoli del 2001-2004 decreteva la tecnologia di termovalorizzazione “affidabile e sostenibile”, a distanza di pochi anni, diversi studi internazionali convergono nell’evidenziare una correlazione tra patologie tumorali e presenza di inceneritori.
È evidente che con la trasformazione degli inceneritori in termovalorizzatori il business dei rifiuti ha assunto i connotati economici rilevanti (quasi 4 milioni di tonnellate di rifiuti bruciati ogni anno con profitto). D’altra parte non è ancora del tutto chiaro quale sia la reale sostenibilità economica dell’industria del rifiuto trasformato in energia. Il business in effetti è maturato in un contesto politico anomalo, che ha esposto l’Italia a vari richiami e a procedure di infrazione. Da oltre un decennio infatti gli inceneritori continuano a beneficiare del famigerato CIP 6, una sottile macchinazione che ha incluso la produzione di energia da incenerimento tra le energie rinnovabili, garantendo incentivi per 3 miliardi di euro annui a centrali che di rinnovabile hanno ben poco.
La Finanziaria 2007 a fronte delle promesse non ha saputo bloccare questo fenomeno. Senza i finanziamenti pubblici gli azionisti del comparto dovendo stare sul mercato si trovano spiazzati. Un segnale incoraggiante possono però trovarlo nell’aumento della quantità di rifiuti procapite annua. Se la raccolta differenziata poi non decolla meglio ancora.
Il sistema ha comunque i piedi d’argilla. Paesi come Germania e Stati Uniti hanno da tempo pensato di fermare gli investimenti negli inceneritori, scegliendo altre soluzioni come il trattamento meccanico dei rifiuti.
Finché il rifiuto non viene concepito come materia da recuperare, ma addirittura si trasforma in combustibile saremo come forzati a produrre ingenti quantità di immondizia. La soluzione maestra resta quella di ridurre la produzione di rifiuti a monte per poi stimolare la raccolta differenziata tramite il porta a porta con sistemi di incentivazione economica. Cominciamo a salvare il rifiuto dall’inceneritore per arrivare alla meta di una società a rifiuti zero. Prendere o rifiutare.
Emergenza rifiuti in Abruzzo
La discarica di Cerratina(Lanciano): quindicimila tonnellate per 4 mesi di rifiuti dalla Campania
Leggimi - Quotidiano - mercoledì 16 gennaio 2008
A Cerratina di Lanciano quattro camion al giorno scaricheranno 100 tonnellate di rifiuti, ma c’è chi non dimentica le spese ancora non saldate dalla Regione Campania a fronte dell’ultima emergenza del 2004.
TERAMO - Per far fronte all'emergenza rifiuti a Napoli, per tutto il periodo dei 4 mesi di commissariamento, la discarica di Cerratina di Lanciano accoglierà, oltre alla spazzatura proveniente dalle province abruzzesi, anche 4 camion al giorno con ciascuno 25 tonnellate di spazzatura, per un totale di circa 15 mila tonnellate di rifiuti.
Sono questi gli accordi emersi in seguito al consenso dato dal presidente della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco alla riunione con il Presidente del Consiglio dei Ministri e dei presidenti di Regione.
In Abruzzo si producono 2 mila tonnellate di rifiuti al giorno e di conseguenza, secondo il parere dei tecnici, la quantità di spazzatura proveniente dalla Campania non compromette la gestione della discarica di Cerratina, che ha ancora una capienza di 700 mila metri cubi.
Alle inevitabili polemiche e critiche che hanno accompagnato la decisione di Del Turco, si associa anche quella di Riccardo La Morgia, Presidente del Consorzio dei Rifiuti: «La discarica di Cerratina è già campione di solidarietà in quanto accoglie anche i rifiuti di Teramo, Pescara e L'Aquila - ha affermato La Morgia - In diverse occasioni abbiamo poi mostrato solidarietà anche per i rifiuti provenienti da altre regioni, e per cui abbiamo prestato 700 mila metri cubi, privandoci del 40% delle potenzialità della discarica. Chi ha utilizzato il nostro patrimonio non l'ha poi neanche pagato». Il presidente del Consorzio dei Rifiuti si riferisce all'analoga emergenza del 2004 quando la Campania chiese di prelevare 496.250 chili di spazzatura, a cui non è mai seguito il pagamento del servizio.
In Italia 18 regioni si sono rese disponibili ad accogliere parte dei rifiuti campani, mentre il Presidente della Regione Veneto Gianfranco Galan e della Regione Lombardia Roberto Formigoni hanno espresso parere contrario.
La strategia adottata dall'Unione Europea e recepita in Italia con il DL Ronchi del '97 (abrogato e sostituito con il DL 152/06 Parte IV) affronta la questione dei rifiuti delineando priorità di azioni all'interno di una logica di gestione integrata del problema. Esse sono, come descritto nella predetta parte IV nell'art.181 in ordine di priorità:
riduzione (prevenzione)
riuso
riciclaggio
recupero energetico (ossidazione biologica a freddo, gassificazione, incenerimento)
smaltimento in discarica
Pertanto, se il primo livello di attenzione è rivolto alla necessità di prevenire la formazione dei rifiuti e di ridurne la pericolosità, il passaggio successivo riguarda l'esigenza di riutilizzare i prodotti (es. bottiglie) e, se non è possibile il riuso, riciclare i materiali (es. riciclaggio della carta). Infine, solo per quanto riguarda il materiale che non è stato possibile riutilizzare e poi riciclare (come ad esempio i tovaglioli di carta) e il sottovaglio (ovvero la frazione in piccoli pezzi indistinguibili e quindi non riciclabili di rifiuti, che rappresenta circa il 15% del totale), si pongono le due soluzioni del recupero energetico tramite sistemi a freddo o a caldo, come la bio-ossidazione (aerobica o anaerobica), la gassificazione, la pirolisi e l'incenerimento oppure l'avvio allo smaltimento in discarica. Dunque anche in una situazione ideale di completo riciclo e recupero vi sarà una percentuale di rifiuti residui da smaltire in discarica o da ossidare per eliminarli e recuperare l'energia. Da un punto di vista ideale il ricorso alle discariche ed all'incenerimento indifferenziato dovrebbe essere limitato al minimo indispensabile. La carenza di efficaci politiche integrate di riduzione, riciclo e riuso fanno dello smaltimento in discarica ancora la prima soluzione applicata in Italia ed in altri paesi europei [3]. Per quanto riguarda il recupero, esistono progetti ed associazioni che si occupano dello scambio di beni e prodotti usati (per esempio Freecycle).
La prevenzione dei rifiuti consiste in tutte le tecniche volte a disincentivare, penalizzare economicamente, vietare la produzione di rifiuti o di manufatti a ciclo di vita molto breve destinati a diventare rifiuti senza possibilità di riuso .
Il trattamento dei rifiuti consiste nell'insieme di tecniche volte ad assicurare che i rifiuti, qualunque sia la loro sorte, abbiano il minimo impatto sull'ambiente.
Può riguardare sostanze solide, liquide o gassose, con metodi e campi di ricerca diversi per ciascuno.
Le pratiche di trattamento dei rifiuti sono diverse tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, tra città e campagna e a seconda che i produttori siano residenziali, industriali o commerciali. Il trattamento dei rifiuti per gli utenti residenti e istituzionali nelle aree metropolitane è solitamente responsabilità delle autorità di governo locale, mentre il suo trattamento per utenti commerciali e industriali è solitamente responsabilità di colui che ha prodotto i rifiuti.
Lo schema seguente riassume le modalità e le filiere per il trattamento dei rifiuti solidi urbani secondo le attuali politiche di gestione in Italia.
Naturalmente, si tratta di uno schema teorico che non sempre, non completamente e non dappertutto è attuato allo stesso modo e soprattutto è solo una delle possibili modalità di gestione dei rifiuti. Evoluzioni tecniche e/o differenti indirizzi e priorità di gestione dei rifiuti possono comportare modifiche sostanziali allo schema, ma esso fornisce comunque uno schema di massima e le corrette terminologie riguardanti l'argomento.

I rifiuti raccolti in maniera differenziata possono sostanzialmente essere trattati, a seconda del tipo, mediante due procedure:
riciclaggio, per le frazioni secche;
compostaggio, per la frazione umida.

Il riciclaggio comprende tutte le strategie organizzative e tecnologiche per riutilizzare come materie prime materiali di scarto altrimenti destinati allo smaltimento in discarica o distruttivo.
In Italia, il tasso di raccolta differenziata sta gradualmente crescendo (è oggi intorno al 22,7% per merito, soprattutto, delle regioni del Nord, dove supera il 35%), ma è ancora inferiore alle potenzialità. Soluzioni particolarmente efficienti come la raccolta differenziata porta a porta, ove adottate, permettono di incrementare notevolmente la percentuale di rifiuti riciclati.
A titolo di confronto, si consideri che in Germania il tasso di raccolta differenziata raggiungeva nel 2004 ben il 56% a livello nazionale.
Numerosi sono i materiali che possono essere riciclati: metalli, carta, vetro e plastiche sono alcuni esempi; vi sono tuttavia complessità associate ai materiali cosiddetti "poliaccoppiati" (cioè costituiti da più materiali differenti) come ad esempio flaconi di succhi di frutta o latte, nonché per oggetti complessi (per esempio automobili, elettrodomestici ecc): non sono tuttavia problemi insormontabili e possono essere risolti con tecnologie particolari, in parte già adottate anche in Italia.
Particolare è il caso della plastica, che come noto esiste in molte tipologie differenti e può essere costituita da molti materiali differenti (PET, PVC, polietilene ecc.). Tali diversi materiali vanno gestiti separatamente e quindi separati fra loro: questa maggior complicazione in passato ha reso l'incenerimento economicamente più vantaggioso del riciclo. Oggi tuttavia appositi macchinari possono automaticamente e velocemente separare i diversi tipi di plastica anche se raccolti con un unico cassonetto, pertanto l'adozione di queste tecnologie avanzate permette un vantaggioso riciclo.
Purtroppo in alcuni casi la plastica (in genere quella di qualità inferiore) viene comunque avviata all'incenerimento anche se dal punto di vista energetico e ambientale non è certo la scelta ottimale.
Il compostaggio è una tecnologia biologica usata per trattare la frazione organica dei rifiuti raccolta differenziatamente (anche detta umido) sfruttando un processo di bio-ossidazione, trasformandola in ammendante agricolo di qualità da utilizzare quale concime naturale: da 100 kg di frazione organica si ricava una resa in compost compresa nell'intervallo di 30-40 kg. [5] Tramite digestione anaerobica viene ottenuto anche del biogas che può essere bruciato per produrre energia elettrica e calore; in tal modo è possibile diminuire il livello di emissioni inquinanti della discarica e migliorarne la gestione approfittando anche della conseguente diminuzione dei volumi legata al riciclo dell'umido.
Il compostaggio, come si vede dal grafico, si differenzia dal TMB per il fatto di trattare esclusivamente l'umido e non il rifiuto indifferenziato, anche se il TMB può comprendere un processo simile al compostaggio (si veda sotto).
I rifiuti raccolti indifferenziatamente sono naturalmente molto più difficili da trattare di quelli raccolti in modo differenziato. Possono essere seguite tre strade principali:
Trattamenti a freddo, ovvero separazione e parziale recupero di materiali, biostabilizzazione e conferimento in discarica
Trattamenti a caldo ovvero incenerimento tal quale o a valle di separazione e produzione di CDR e conferimento in discarica
Conferimento diretto in discarica (oggi molto usato ma certamente da evitarsi).
In ogni caso è evidente che gli inevitabili scarti di quasti processi finiranno per forza di cose in discarica.
Scopo dei processi di trattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati o residui (ossia i rifiuti che rimangono dopo la raccolta differenziata) è di recuperare una ulteriore parte di materiali riciclabili, ridurre il volume del materiale in vista dello smaltimento finale e di stabilizzare i rifiuti in modo tale che venga minimizzata la formazione dei gas di decomposizione ed il percolato. Da questi processi (fra cui il compostaggio), si ricava in genere sia materiali riciclabili, sia il biogas, cioè, in pratica, metano.
Il principale tipo di trattamento a freddo è il Trattamento meccanico-biologico (TMB). Esso separa la frazione organica ed i materiali riciclabili: permette quindi una ulteriore riduzione dell'uso delle discariche e degli inceneritori, il tutto con emissioni inquinanti nettamente inferiori rispetto a tali impianti. Infatti tratta i rifiuti indifferenziati a valle della raccolta differenziata, incrementando il recupero di materiali. In Germania, ad esempio, impianti TMB sono diffusi da circa una decina d'anni.
Dati relativi al quantitativo di rifiuti trattati in Italia tramite TMB e riferiti al 2004 indicano un totale di 7.427.237 t di rifiuti, con un picco nelle regioni del sud 3.093.965 t. L'incidenza percentuale del dato relativo al 2004 indica un valore pari al 20,5% del totale di rifiuti smaltiti tramite biostabilizzazione e produzione di CDR.[6]
Il TMB può essere utilizzato anche per produrre CDR (combustibile derivato dai rifiuti): è questa l'applicazione principale che ne viene fatta in Italia, soprattutto al sud. In questo caso viene rimosso solamente l'umido ed i materiali non combustibili (vetro, metalli) mentre carta e plastica sono confezionati in "ecoballe" da incenerire: in questo modo il trattamento a freddo si intreccia con quello termico.
Fra i processi di trattamento a caldo (o termico) dei rifiuti, si distinguono tre processi di base:
Combustione (incenerimento)
Pirolisi
Gassificazione
Tutte queste tecnologie producono residui, a volte speciali, che richiedono smaltimento, generalmente in discarica. Sia in Italia che in Europa, gli impianti di trattamento termico di gran lunga più diffusi per i rifiuti urbani sono gli inceneritori.
L'incenerimento è una tecnologia consolidata che permette di ottenere energia elettrica e fare del teleriscaldamento sfruttando i rifiuti indifferenziati o il CDR. Questi vengono bruciati in forni inceneritori e l'energia termica dei fumi viene usata per produrre vapore acqueo che, tramite una turbina, genera energia elettrica. La quantità di energia elettrica recuperata è piuttosto bassa (19-25%), mentre quella termica è molto maggiore. Tale energia è tuttavia minima a confronto con l'energia che si può risparmiare mediante il riciclaggio, che resta sempre l'opzione da preferire e incentivare rispetto a tutte le altre.
La pirolisi e la gassificazione sono dei trattamenti termici dei rifiuti che implicano la trasformazione della materia organica tramite riscaldamento a temperature variabili (a seconda del processo da 400 a 1200 °C), rispettivamente in condizioni di assenza di ossigeno o in presenza di una limitata quantità di questo elemento. Gli impianti che sfruttano tali tecnologie in pratica, piuttosto che fondarsi sulla combustione, attuano la dissociazione molecolare ottenendo in tal modo molecole in forma gassosa più piccole rispetto alla originarie (syngas) e scorie solide o liquide. In confronto agli odierni inceneritori i rendimenti energetici possono essere maggiori se il syngas ottenuto viene bruciato in impianti ad alto rendimento e/o ciclo combinato (dopo opportuni trattamenti per eliminare eventuali vari residui, fra cui polveri, catrami e metalli pesanti a seconda del rifiuto trattato), mentre l'impatto delle emissioni gassose risulta sensibilmente ridotto.[7] In particolare il rendimento in produzione elettrica può arrivare, a detta di alcuni produttori, a oltre il doppio del più moderno inceneritore (si veda gassificatore).
Nonostante la tipologia di rifiuti trattabili sia (per alcuni tipi di impianto) la stessa degli inceneritori, tuttavia sono pochi gli impianti di questo genere che trattano rifiuti urbani tal quali: molto spesso infatti riguardano frazioni merceologiche ben definite quali plastiche, pneumatici, scarti di cartiera, scarti legnosi o agricoli oppure biomasse in genere. Questi impianti più specifici sono maggiormente diffusi. Ciò nonostante vi è chi ritiene che gli impianti di pirolisi e di gassificazione siano destinati a sostituire in futuro gli attuali inceneritori anche per i rifiuti urbani, diffondendosi ulteriormente e divenendo i principali trattamenti termici di riferimento.
Va anche osservato che in genere gli impianti di pirolisi e/o gassificazione sono più piccoli degli inceneritori, cioè ciascun impianto tratta un minor quantitativo di rifiuti. Questo comporta alcuni vantaggi: anzitutto si evita il trasporto dei rifiuti per lunghe tratte, responsabilizzando ciascuna comunità locale in merito ai propri rifiuti (smaltiti in loco e non "scaricati" a qualcun altro). In secondo luogo la flessibilità e le minor taglia degli impianti permette facilmente di aumentare la raccolta differenziata e ridurre il quantitativo di rifiuti totali, politiche difficilmente attuabili con inceneritori da centinaia di migliaia di tonnellate annue che necessitano di alimentazione continua. Infine anche i costi di realizzazione ed i tempi di ammortamento dovrebbero essere inferiori.
Il principale problema delle discariche è la produzione di percolato e l'emissione di gas spesso maleodoranti, dovuti alla decomposizione della frazione organica. Entrambi i problemi possono essere risolti rimuovendo la frazione organica mediante raccolta differenziata o pretrattando i rifiuti con il trattamento meccanico-biologico a freddo esposto in precedenza, riducendo fra l'altro anche i volumi da smaltire. La discarica può essere così usata per smaltire tutti i residui del sistema integrato di gestione dei rifiuti con un impatto ambientale minimo.
Oggi tuttavia vengono spesso avviati in discarica rifiuti indifferenziati o comunque contenenti materiali utili (vetro carta plastica ecc.) senza alcun pretrattamento; questa è certamente una soluzione semplice, comoda, economica ma ambientalmente sbagliata, e - purtroppo - in alcuni casi facilmente controllabile dalla malavita.
|
Nazione |
Riciclo |
Incenerimento |
Discarica |
Altro |
|
Austria |
60% |
10% |
30% |
1% |
|
Belgio |
35% |
34% |
27% |
4% |
|
Francia |
25% |
32% |
43% |
0% |
|
Germania |
42% |
22% |
25% |
11% |
|
Italia |
17% |
9% |
67% |
8% |
|
Paesi Bassi |
45% |
33% |
8% |
14% |
|
Regno Unito |
12% |
7% |
80% |
0% |
La combustione dei rifiuti non è di per sé contrapposta o alternativa alla pratica della raccolta differenziata finalizzata al riciclo, ma dovrebbe essere solo un eventuale anello finale della catena di smaltimento. Inoltre è ovvio che, se un inceneritore viene dimensionato per bruciare un certo quantitativo di rifiuti, dovrà essere alimentato per forza con quel quantitativo, impedendo di fatto la riduzione dei rifiuti e l'aumento ulteriore della raccolta differenziata.
Per ragioni tecnico-economiche la tendenza è oggi quella di realizzare inceneritori sempre più grandi, con la conseguenza di alimentare il "turismo dei rifiuti" (cioè il trasporto di rifiuti anche da altre province se non da altre nazioni) con il conseguente inquinamento. In Italia questo fenomeno è stato accentuato dai forti incentivi statali che hanno favorito l'incenerimento a scapito di altre modalità di smaltimento più rispettose dell'ambiente.
In Italia si sono inceneriti nel 2004 circa 3,5 milioni di t/anno su un totale di circa 32 milioni di tonnellate di RSU totale prodotto, cioè circa il 12% (per un confronto con altri paesi europei si veda Inceneritore); tale pratica specie al Nord è in aumento, e in Lombardia ad esempio raggiunge il 34%.[6]Ciò che balza all'occhio è il grande ricorso allo smaltimento in discarica, che è in diminuzione (dal 2001 al 2004, al Nord -21%, al Sud -4% e al Centro -3%) [6] ma che interessa attualmente in tutto circa il 56,9% dei rifiuti urbani prodotti (45% al Nord, 69,5% al Centro, 73,2% al Sud; si stima che sul totale nazionale il 76% sia rifiuto da raccolta indifferenziata e il 24% siano residui dai diversi processi di trattamento: biostabilizzazione, CDR, incenerimento, residui da selezione delle R.D.), con conseguenze ambientali che si vanno aggravando soprattutto nel Sud, dove i pochi impianti di trattamento finale sono ormai saturi e la raccolta differenziata stenta a decollare: gli inceneritori sarebbero perciò, secondo alcuni, da aumentare (soprattutto al Sud). Tuttavia, se si considera che nei comuni più virtuosi la raccolta differenziata supera già adesso l'80%, si deduce che persino al Nord essa è ancora molto meno sviluppata di quanto potrebbe e che in alcune aree del Nord gli impianti di incenerimento sarebbero perfino sovradimensionati. Pertanto, il timore di alcuni è che non si potrà sviluppare appieno la raccolta differenziata e il riciclo per consentire agli inceneritori di funzionare senza lavorare in perdita, oppure si dovranno importare rifiuti da altre regioni.
Una considerazione importante è infatti che gli investimenti necessari per realizzare i termovalorizzatori sono molto elevati (il costo di un impianto in grado di trattare 421.000 t/anno di rifiuti è valutabile in circa 375 milioni di euro, cioè circa 850-900 € per tonnellata di capacità trattatabile[9]), e il loro ammortamento richiede, tenendo anche conto del significativo recupero energetico, circa 20 anni; perciò costruire un impianto significa avere l'«obbligo» (sancito da veri e propri contratti) di incenerire una certa quantità minima di rifiuti per un tempo piuttosto lungo.
È emblematico a questo proposito il caso dell'inceneritore costruito recentemente dall'Amsa a Milano, Silla 2: inizialmente aveva avuto l'autorizzazione per bruciare 900 t/giorno di rifiuti, poi si è passati a 1250 e infine a 1450t/g. Se si guarda alla gestione dei rifiuti a Milano, ci si accorge che la raccolta differenziata raggiunge il 30% circa[10] (dato sostanzialmente invariato da anni), e gran parte del rimanente viene incenerito da Silla 2. Se si considera che la media di riciclo della provincia di Milano è, escludendo il capoluogo, del 51,26% in costante miglioramento, e in particolare del 59,24% per i comuni con meno di 5 000 abitanti e del 55% per quelli fra i 5 e i 30 000,[10] e che a Milano la raccolta dei rifiuti organici non è mai andata oltre la sperimentazione in piccole aree della città, nonostante il più che collaudato sistema di raccolta dei rifiuti porta a porta e la notevole sensibilizzazione della popolazione, che permetterebbero sicuramente di fare molto di più, è normale che sorga il sospetto che non si punti sulla raccolta differenziata proprio per alimentare Silla 2 e ripagare l'investimento.
È interessante confrontare i costi dello smaltimento dei rifiuti di una città come Milano che fa ampio ricorso all'incenerimento con quelli di città che puntano sulla differenziata: a Milano nel 2005 si sono spesi 135,42 €/abitante contro una media provinciale di 110,16 e contro gli 83,67 di Aicurzio, paese più virtuoso di Lombardia nel 2005 col 70,52% di raccolta differenziata.[10] Il sindaco di Novara inoltre nel 2007 ha dichiarato che portando in due anni la raccolta differenziata nella città dal 35 al 68% si sono risparmiati due milioni di euro, mentre ad esempio il sindaco di Torino per sostenere la necessità dell'inceneritore del Gerbido ha dichiarato che «in qualsiasi centro urbano superare il 50% è un miracolo, perché la gestione di questo tipo di raccolta ha dei costi non sostenibili per i cittadini»; eppure a San Francisco è oltre il 50% già dal 2001.[11]

L'evidente problema della gestione dei rifiuti è diventato sempre più di rilevanza nazionale. La smodata crescita dei consumi e dell'urbanizzazione hanno, da un lato, aumentato moltissimo la produzione dei rifiuti e, dall'altro, ridotto le zone disabitate in cui trattare o depositare i rifiuti. La società moderna oggi si trova quindi costretta gestire una grande quantità di rifiuti in spazi sempre più limitati. Una situazione in cui si alimenta anche il traffico e lo smaltimento illegale dei rifiuti.
L'uso dellediscariche, pur avendo in sé costi bassi, comporta uno spreco di materiale che sarebbe almeno in parte riciclabile nonché l'uso di vaste aree di territorio e non configura la soluzione ottimale; inoltre crea grandi concentrazioni di rifiuti con inevitabili conseguenze sull'ambiente. I termovalorizzatori (inceneritori), invece, basano il loro funzionamento sull'incenerimento dei rifiuti. Sfruttando la combustione così ottenuta producono energia elettrica e calore con rendimento energetico variabile. In alcuni casi possono provocare emissioni tossico-nocive (in particolare di polveri sottili e di diossine).
I materiali riciclabili
Le materie prime che possono essere riciclate sono:
i tessuti
gli pneumatici
l'acciaio
alcune materie plastiche
la frazione organica (avanzi di cibi ecc.)
Molti tipi di plastica possono essere facilmente riciclati (è il caso del PET principalmente avviato alla produzione di nuovo polimero, di poliesteri, e su cui è attiva l'organizzazione europea PetCore ), mentre per altri tipi (specie di bassa qualità e/o termoindurenti) la procedura è più complessa, in quanto il costo di rilavorazione è generalmente superiore al costo di produzione di plastica nuova. Pertanto le numerosissime materie plastiche presenti sul mercato non possono essere mescolate fra di loro: un circolo vizioso da cui è difficile uscire, ma non impossibile (basta averne la volontà politica): impianti a tecnologia avanzata permettono ad esempio di separare automaticamente le varie tipologie di plastiche in tempi rapidi e quindi economicamente vantaggiosi, e sono già stati adottati in diversi paesi.
Il codice Unicode contempla l'identificazione numerica delle plastiche riciclabili, il numerino nel triangolo del simbolo di riciclo. Si riporta la traduzione della tabella SPI - Society of the Plastics Industry.
|
Cod.riciclo |
Abbreviazione |
Nome del polimero |
Usi |
|---|---|---|---|
|
1 |
PETE o PET |
Polietilene tereftalato o arnite |
Riciclato per la produzione di fibre poliestere, fogli termoformati, cinghie, bottiglie per bevande. (vedi: Riciclaggio delle bottiglie in pet) |
|
2 |
HDPE |
Riciclato per la produzione di contenitori per liquidi, sacchetti, imballaggi, tubazioni agricole, basamenti a tazza, paracarri, elementi per campi sportivi e finto legno. | |
|
3 |
PVC o V |
Riciclato per tubazioni, recinzioni, e contenitori non alimentari. | |
|
4 |
LDPE |
Riciclato per sacchetti, contenitori varii, dispensatori, bottiglie di lavaggio, tubi, e materiale plastico di laboratorio. | |
|
5 |
PP |
Polipropilene o Moplen |
Riciclato per parti nell'industria automobilistica e per la produzione di fibre. |
|
6 |
PS |
Polistirene o Polistirolo |
Riciclato per molti usi, accessori da ufficio, vassoi per cucina, giocattoli, videocassette e relativi contenitori, pannelli isolanti in polistirolo espanso (es. Styrofoam). |
|
7 |
ALTRI |
Altre plastiche, tra le quali Polimetilmetacrilato, Policarbonato, Acido polilattico, Nylon e Fibra di vetro. |
Un settore in cui l'Italia è all'avanguardia è la cosiddetta
bioplastica, che risulta essere biodegradabile; è prodotta principalmente
a partire da materie prime vegetali anziché petrolifere.
La grande discussione a favore o contro i termovalorizzatori o le discariche trova, pertanto, una sua soluzione volgendo uno sguardo più sistemico al problema e dando priorità alla riduzione degli imballaggi inutili.

Le tre grandi discariche collocate a Chieti e Pescara raccolgono la quasi totalità della spazzatura abruzzese, ma cominciano ad avere disponibilità sempre più limitate. E nonostante i Comuni incassino cospicue somme derivanti dalla Tarsu, poco o nulla si è fatto negli ultimi anni per individuare nuovi siti, migliorare gli impianti, o promuovere e incentivare la raccolta differenziata.
TERAMO - Gli abruzzesi producono 700 mila tonnellate di rifiuti l'anno, per un costo di smaltimento di oltre 700 milioni di euro. Il costo di smaltimento per una tonnellata di spazzatura va dai 90 ai 130 euro, ai quali vanno aggiunti gli oneri finanziari delle eco-tasse, che fanno lievitare il prezzo fino a 160 euro alla tonnellata. I "rifiuti speciali" prodotti dalle imprese artigiane e dalle industrie hanno un costo di smaltimento che oscilla dai 200-250 euro alla tonnellata, mentre i rifiuti "chimici e tossici" che devono essere trasferiti in impianti speciali, si aggirano sui 400 euro alla tonnellata.
Attualmente le discariche maggiori sono quelle di contrada Casoni a Chieti, di Colle Cese a Spoltore (in provincia di Pescara) e di Cerratina di Lanciano. Mentre la discarica di Casoni è ormai prossima alla saturazione, quella di Colle Cese ha una disponibilità residua di 400-500 mila metri cubi, mentre Cerratina ne ha 700 mila.
Una nuova discarica - della capacità di 300 mila metri cubi - dovrebbe entrare in funzione entro il 2008 a Sulmona, ma quello della spazzatura sembra essere un problema che in Abruzzo presto potrebbe trasformarsi in emergenza. Lo dimostra il fatto che nonostante le cospicue cifre incamerate grazie alla Tarsu dalle amministrazioni comunali, da anni non si affrontano strategie mirate a individuare nuovi siti di smaltimento o a incentivare il sistema di raccolta differenziata. L'Aquila, ad esempio, da 14 anni esporta la spazzatura fuori provincia, mentre Teramo si serve sia della discarica di Spoltore che di quella di Lanciano, dato che la maggior parte delle piccole discariche locali - ben 9 nel teramano - sono chiuse da tempo per la mancanza di requisiti tecnici o legali.
In base al nuovo Piano regionale dei Rifiuti approvato dalla regione, verranno cancellati i 14 consorzi intercomunali di gestione dei rifiuti urbani per far posto a 4 Ambiti Territoriali Ottimali, chiamati a gestire tutta la politica di smaltimento e riciclo dei rifiuti regionali. I nuovi Ato sono stati concepiti per superare la frammentazione delle gestioni locali: Teramo, con i suoi 47 comuni provinciali sarà l'Ato 1, Pescara-Chieti con 67 comuni dell'area metropolitana Ato 2, mentre Chieti con i rimanenti 83 comuni sarà Ato 3 e L'Aquila con i suoi 108 comuni Ato 4. In ogni Ato verranno garantiti gli obiettivi di raccolta differenziata, l'autosufficienza di smaltimento e la presenza di almeno un impianto di trattamento a tecnologia complessa con discarica di servizio.
Tra gli obiettivi indicati nel Piano Rifiuti da raggiungere entro il 2011 c'è la riduzione della produzione di spazzatura, in modo da invertire una tendenza che dal 2000 al 2005 ha portato invece ad un incremento di circa il 20%. Lo scopo è quello di arrivare al 2011 con una riduzione del 5% della spazzatura prodotta e di arrivare ad effettuare il 60% della raccolta.
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