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“Finché una mente ricorda e un cuore batte per esso, come può un sogno morire?”
TRADIZIONI POPOLARI
Indice argomenti:
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Per contro, da sempre, si sostiene che gli elfi, i folletti e le altre creature fantastiche sono le creature rinnegate da Dio, i figli nascosti di Eva e per questo condannati all'oscurità: così si spiegherebbero certe loro stranezze e cattiverie, in particolare di certi folletti dispettosi.
Ma forse, come ha scritto Brian Froud nel libro Fate (dedicato per lo più a tutte le creature fantastiche, come suggerisce la parola Faeries in inglese), queste creature sentono così solo perché sono diverse da noi...
Elfi e nani.
Gli elfi sono parenti dei folletti, come abbiamo visto popolarissimi, dei nani e degli gnomi. Ma i nani sono solo maschi, dall'aspetto vecchiotto e saggio (come insegna Biancaneve), mentre gli gnomi (come insegna il libro di Rien Poortlovielt), sono coppie monogame, pacioccone, con lui con la barba bianca alla Babbo Natale. Ci sono quindi parecchie differenze tra di loro, come abitudini e modo di vita, ma tutti appartengono al regno della Fantasia e meritano la nostra stima.
Gli elfi di Tolkien.
Tolkien è lo scrittore che in questo secolo ha ridato dignità al mondo fantastico, ha creato una vera e propria mitologia degli elfi e della Terra del Regno di Mezzo: gli Hobbit, gli Elfi Alti, gli Elfi Chiari, gli Elfi dei Boschi, gli Elfi dei Tumuli, gli Elfi della Luce, gli Elfi dell'Est, dell'Ovest; gli Elfi del Mare, gli Elfi Fabbri, e ancora gli Elfi Scuri, Silvani e Verdi sono una serie di creature fantastiche con le quali tutti gli scrittori venuti dopo si sono dovuti confrontare.
Tra gli elfi e folletti non di Tolkien ricordiamo:
Gli elfi di Darkover, creati da Marion Zimmer Bradley.
I Gremlins, protagonisti dell'omonimo film.
Gli elfi di Sinadon sono stati creati da Alan Garner.
La
Norvegia è il paese dei fiordi, a nord di Bergen vi è il più lungo fiordo
d’Europa. È questo il paese delle montagne e delle nevi perenni, vi sono
ben 1700 ghiacciai, un quinto del suo territorio è coperto dia boschi con
alci, renne e molti altri animali. È il paese del sole a mezzanotte. Oltre
il circolo polare artico, infatti il sole non tramonta mai da metà maggio
sino alla fine di luglio. Quando poi arriva l’inverno il sole non si vedrà
per settimane. In questo ambiente di fiordi, montagne e foreste, di
territori quasi inviolati, nella tradizione popolare norvegese vivono i
Troll. Alcuni di questi strani esseri sono tozzi e panciuti con lunghi
nasi e capelli arruffati, altri invece di statura gigantesca, hanno più di
una testa, quattro dita in ogni mano ed in ogni piede e code folte e
pelose. Di norma vagano in totale armonia e simbiosi con la natura. Senza
dubbio le loro strane e mostruose sembianze possono incutere paura a prima
vista, ma non dimenticate la luce birichina e giocosa del loro sguardo, né
la gentilezza che in molte occasioni dimostrano.
E’
dunque facile comprendere la ragione per la quale hanno conquistato una
posizione così importante nella nostra cultura e repertorio fiabesco. Si
racconta che patiscano la luce, se esposti al sole e che si trasformino in
pietre ed è per questo che i troll escono dai loro nascondigli solo dopo
il tramonto e scompaiono al mattino prima che sorga il sole. La maggior
parte di loro vive per centinaia di anni, ed un buon rapporto con loro
avrà il suo ricco compenso. La leggenda racconta… quando scende la notte
tutto può accadere!!! I Troll
escono dal proprio nascondiglio solo dopo il tramonto e scompaiono al
mattino prima che sorga il sole. Se per caso vedete delle formazioni
rocciose strane dall’aspetto di Troll, è certo che qualche esserino
sbadato non si è accorto che sorgeva l’alba ed è rimasto pietrificato. La
maggior parte di loro vive per centinaia di anni ed un buon rapporto con
loro avrà il suo ricco compenso. Quindi se ne possedete qualcuno, usate la
massima attenzione. Anche se non patiscono cadute, è meglio non farli
irritare.
È’
certo poi, che un Troll singolo si sentirà solo, un buon consiglio è
quello di dargli la compagnia di altri Troll. Brutti e simpatici, teneri
e aggressivi, romantici e sognatori, rappresentano tutti gli aspetti
dell’uomo ed ognuno di noi potrà rispecchiarsi in una parte di esso. Sono
anch’essi messaggeri benevoli di quel mondo fantastico in cui tutti noi,
di tanto in tanto cerchiamo rifugio. P.S.: quando un Troll
entra in una casa nuova perché non abbia traumi è meglio che rimanga una
notte chiuso al buio in un armadio. Per questa piccola accortezza vi sarà
riconoscente. Ricordate anche di portarlo con voi in montagna, ama i
boschi, i ruscelli e vi sarà di compagnia in casa, davanti al camino
mentre fuori nevica.
Le
isole dei trollAlla scoperta delle Helgeland, in Norvegia. Tra fiordi blu e monti di pietra che la leggenda vuole fossero folletti di un mondo fatato.
Narrano che all'alba dei tempi il mondo era tutto popolato di "troll" cioè di folletti. Un giorno Hestmann, principe dei troll di mare si innamorò di Leka, figlia del re dei troll di terra ma lei lo respinse e fuggì seguita da sette sue sorelle. Ne nacque una zuffa generale tra mare e terra che sconvolse la costa. Tutto durò finchè il re della regione stufo di baruffe, prese la prima cosa che trovò (un cappello fatato) e lo lanciò contro Hestmann; lui rispose con una freccia, che forò il cappello ma non ne fermò la magia. Così di colpo tutti I folletti si trasformarono in monti di pietra. La regione che ha ispirato l'antica leggenda si estende in Norvegia, poco sotto il Circolo Polare e si chiama Helgeland, il Paese Sacro e porta ancora I segni della guerra dei troll: il mare ha ferito la terra tagliandola con fiori blu, la terra ha ricambiato invadendo il mare con un'armata di isole verdi, abitate da pescatori di merluzzi e da allevatori di salmoni.
ALCUNE PICCOLE INFORMAZIONI SUI BOOGAN E SUL PICCOLO POPOLO (E SUL PERICOLO D'ESTINZIONE DEL POPOLO FATATO)
I folletti sono spiriti della natura, gentili con chi li tratta bene, ma dispettosi con chi non riscuote la loro simpatia. Sono d'antichissima origine (li si può trovare nella mitologia greco-romana) e il loro nome deriva dalla radice fol e fl dal latino flare, flatus e starebbe ad indicare il soffio d'aria, forse perché anticamente si pensava che i folletti potessero provocare piccoli vortici di vento e passare dal buco delle serrature. Questa creaturina ha moltissimi nomi che, nella maggior parte delle volte, sono simili alla parola folletto: foetto (in provincia di La Spezia), in Francia viene chiamato follet, a Ginevra viene chiamato foele, a Montreaux foulot; ma i veri conoscitori del popolo fatato sono gli irlandesi e gli scozzesi. Essi hanno classificato tutti gli esseri che fanno parte del popolo fatato, sanno come tenerli lontani e come farseli amici. Se volete farvi amico un folletto (tranquilli anche in città ci sono dei folletti .....i Boogan), non dovete far altro che fargli trovare qualche volta dei buoni dolci, ma ciò che più amano sono i biscotti attorcigliati fatti con farina fresca, cotti sulla brace e cosparsi di miele, ma, se i dolci non sono il vostro forte, potrete ripiegare su delle belle focaccine d'orzo. Ora sicuramente vi chiederete a cosa possa servire farsi amico un folletto, ebbene si racconta di un folletto di nome Tom Bollicina o Tom Cokle particolarmente affezionato ad una famiglia molto povera. Tom procurava all'intera famiglia legna da ardere, occasionalmente cibo, vestiti ecc.ecc., ma ecco che un brutto giorno la famiglia fu costretta a traslocare; in casa tutti erano tristissimi poiché ciò significava perdere Tom Bollicina. Dopo un viaggio melanconico, la famiglia arrivò in quella che sarebbe stata la nuova dimora, ma Tom Bollicina li aveva preceduti ed essi trovarono la casa pulita, il fuoco acceso e cibo sulla tavola. Se i folletti sono buoni amici, è anche vero che sono fastidiosi nemici, sanno mettere in atto scherzi terribili ... noi però non diremo come scacciare i folletti molesti perché in fin dei conti anche noi siamo esseri del popolo fatato (per chi non avesse capito siamo Boogan). Fra gli appartenenti al popolo fatato sono rinomatissimi i gentili Brownie, i servizievoli Lepricauni che di sera diventano terribili Clauricani, i mostruosi Troll, i chiassosi folletti delle coste: i Dunters, i sanguinari Red Caps, i Dooiney-oie che avvertono gli uomini dell'arrivo delle tempeste, gli Elfi, gli oscuri Coboldi e i violenti Goblin, i potenti Derricks, le graziose Gwillion, i Pwca, i velocissimi Boogan e tanti altri ve ne sarebbero, tanti da riempire un libro intero, ma purtroppo lo scetticismo e la cecità dell'uomo ha relegato questi fantastici esseri in luoghi sempre più lontani ed isolati, li ha costretti a diventare sempre più veloci e prudenti. Solo dosi massicce di fantasia potrebbero salvare il popolo fatato (che in barba a tutti per ora vive), poiché ogni volta che qualcuno dice di non credere ai folletti ne uccide uno e ogni volta che sogna ne crea uno. In proposito c'è un bel passo nel racconto "Il bosco incantato" tratto da "I racconti e leggende dell'antica terra di Cornovaglia" che riassume i rapporti fra il piccolo popolo (qui rappresentato dal popolo dei Pixies) e la civiltà (rappresentata da un integralista pastore metodista): "I Pixies ascoltarono, e le facce perplesse si incupivano via via che il predicatore perorava, prometteva, minacciava. Al termine del discorso, il Pixies più alto si inchinò con cortesia, agitò le piccole mani e disse: "Siamo esseri minuscoli e sciocchi, le cose che annunci sono troppo profonde e non ci appartengono. Sono fatte per i buoni e per i cattivi, e noi non siamo né uno né l'altro. Che ridiamo o che piangiamo, che agiamo in un modo o in un altro, è per puro capriccio e non per una qualsiasi ragione. E allora come dovrebbe riguardarci tutto questo? La sola cosa che ci tocca è la nostra statura che si rimpicciolisce, i pericoli che ci attendono. La richiesta che ti abbiamo rivolto nasce dalla paura, ed è rimasta senza risposta. L'abbiamo esposta in modo oscuro? La ripeteremo. Dicci predicatore: non c'è spazio per noi nel tuo credo? Nemmeno un angolino per il riso, per le favole liete e il canto, e il battere dei tacchi sull'erba a primavera?"
Il predicatore voltò le spalle al piccolo tentatore e rivoltosi ai propri seguaci denunciò con veemenza i Pixies e, preso da spirito profetico, annunciò la caduta dei Pixies, degli Spriggan, dei Knocker, delle fate e di tutto il piccolo popolo, disse che sarebbero stati dapprima disprezzati, e in fine del tutto dimenticati per poi scomparire definitivamente dal paese. Da quel giorno sono passati molti anni ed il fato del piccolo popolo non si è ancora compiuto, i folletti esistono ancora, ma sono riluttanti a mostrarsi. Le vecchie credenze non periscono in combattimento aperto e leale, ma perch´ vinte da nemici più terribili chiamati sberleffo e derisione. Oggi i ragazzi tornano da scuola discutendo di quello che hanno appreso sui libri e irridono i Pixies e i giganti, e magie e incantesimi: la saggezza dei padri, gli antichi costumi loro estranei, non bastano più. Così la statura del piccolo popolo diminuirà e non è lontano il giorno in cui l'ultimo Pixies giacerà nella terra. Chi presenzierà al funerale potrà forse vedere una lieve nuvola di polvere impalpabile volare nell'aria e poi disperdersi, allorché il becchino darà l'ultimo colpo di pala. Quando la polvere sarà svanita, avrete visto l'ultimo Pixies".
Purtroppo lo spazio a nostra disposizione è poco, comunque vi aspettiamo ansiosi nella sede DELL'ASSOCIAZIONE LUDICA BOOGAN per potervi raccontare altre storie fantastiche e per poter vivere ancora insieme nuove emozionanti avventure.
La forte predominante degli aspetti naturali sul territorio della Majella ha sicuramente influito sullo sviluppo di un patrimonio narrativo poliedrico che trae spunto da situazioni diverse attingendo al mondo fantastico e soprannaturale dei folletti e delle stregonerie; alla vita dei santi; agli accadimenti mitici: i Paladini e le opere dei giganti; ai fatti storici: brigantaggio e cronaca contemporanea.
Nei boschi e tra le rocce si nascondevano i mazzamarìlle le grotte, invece, celavano tesori guardati da spettri o da serpenti, sulle rocce e negli edifici monumentali si ravvisavano le impronte dei santi o l’opera dei giganti, quali Sansone e Orlando: l’impenetrabile montagna con i suoi percorsi segreti custodiva le memorie ed i rifugi degli ultimi patrioti di un regno sconfitto e di un’ideale giustizia sociale, frettolosamente e talvolta ingiustamente definiti “briganti”.
Non è difficile tuttora, sollecitare qualche anziano a rivelare il suo ruolo di “narratore”, poiché per secoli, la tradizione orale ha tramandato queste storie per generazioni intere e, ad ogni passaggio, queste si arricchivano di aggiunte, di particolari e di “effetti speciali”, che svolgevano la funzione di catturare meglio l’attenzione degli ascoltatori (piccoli e grandi).
E’ opinione diffusa che i folletti dei boschi, chiamati, generalmente, mazzamarìlle siano le anime dei bambini morti senza battesimo, ma, più spesso, essi vengono ritenuti i rappresentanti di una minuscola stirpe selvatica, dal carattere mutevole e capriccioso; assimilabili alle fate.
Abitano in vecchi edifici o antichi ruderi, oppure nei tronchi cavi di alberi secolari e si racconta che, in passato, ne evitavano l’abbattimento provocando effetti magici, come, ad esempio, un forte turbine di vento, il suono di tanti campanelli, voci e risate, provenienti dal nulla.
Nessuno li può vedere, tanto sono veloci ed astuti, sono “fatati”, appaiono e scompaiono a piacimento; ma, eccezionalmente, si manifestano a persone “speciali”, fuori della norma agli anziani (soprattutto donne) ed ai bambini, in quanto “innocenti” e loro simili.
“A Pratola, quando eravamo piccoli, i mazzamarille li chiamavamo:
Mazzamarìlle,
cumbli, cumblà!
Mentre battevamo le mani per farli uscire fuori. Si diceva che se incontravi uno di questi e gli toglievi la coppola rossa che portava in testa, lui, per riaverla ti rivelava dove stava sepolto un tesoro; perché loro lo sanno, li proteggono i tesori!”
“Una volta c’erano li mazzamurìlle, come piccole persone, che formavano le orchestre, suonavano gli strumenti e facevano festa, sempre in mezzo alla fratte o tra i boschi, fra di loro. Vicino ad Alanno c’era una fontana, una sorgente antica, con tre cannelle d’acqua; prima, la gioventù dell’epoca di mio padre andava là a prendere l’acqua, pure la notte,
Una notte, mio padre tornava da una festa, dove era stato a ballare, allora, lui e il suo amico sentono la musica di questi mazzamurìlle provano ad entrare in mezzo alla fratta, ma questi li prendono a sassate finché non sono scappati.
Mia nonna, faceva le pizze fritte, quando si vede arrivà due mazzamurìlle, come due bambini, che si davano la mano; allora lei li ha fatti entrare e gli ha offerto qualche fritto da mangiare e quelli erano contenti. Non parlavano come noi, però si facevano capire. Siccome mia nonna li vedeva camminare scalzi, gli voleva dare le scarpe, una loro non le volevano. Erano persone selvagge che stavano per conto loro, in mezzo alle fratte, un’altra razza, più piccola.
“Un mio zio, teneva le pecore e si era accorto che da un po’ di tempo queste erano sazie, anche se lui non le pascolava; il giorno appresso, si è appostato vicino alla stalla e ha visto due di questi citilèlle scalzi, che le portavano a pasce. Allora, lui gli fece trovare due scarpucce appese dentro alla stalla, per ringraziarli, ma quando questi hanno visto le scarpe si credevano che erano un trucco per catturarli e allora, quelle pecore gliele hanno accise.”
“Il ero nà ciltilòlle e li vedevo, qualche volta, andavano in due, erano “ciche ciche, ciche”, piccolini.
“Dove abitava mia nonna Costantina, la mamma di papà-nonne”, erano due casette piccole, vecchie, lei li vedeva i muzzape rriélle, anche di giorno, mentre giocavano coi bambini; erano piccoli, piccoli, vestiti di rosso con un capellino rosso in testa. Una notte, la nonna non si sentiva bene, aveva sete, ma non si voleva alzare dal letto, allora, uno di questi va alla conca, prende u’maniere (il ramaiolo) e glielo porta pieno d’acqua vicino al letto. Lei li vedeva, soprattutto dì notte, quando questi andavano; dicevano che dove uscivano loro ci stavano i soldi. Una volta, sotto alla cantina gli è comparsa davanti una bacinella d’acqua, ma i miei parenti non fecero in tempo a prenderla che scomparve; loro dicevano che se, riuscivano a prendere un po’ di quell’acqua, allora uscivano i soldi. Invece nessuno li ha presi...
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Nelle credenze popolari della nostra terra ha sempre avuto una particolare importanza la presenza benigna o maligna degli spiriti: gnomi ( geni di piccola statura, il loro potere benefico si spiegava in difesa dei tesori dei loro padroni ); folletti ( spiritelli strambi, vivaci, e goliardici ); elfi ( personificazione delle forze benefiche della natura ); silfi e silfidi ( spiriti leggiadri agili ma malefici); lupi mannari (esseri mostruosi in parte uomini in parte lupi e con i piedi di capra ); mazzimarelli...
I mazzimarelli hanno occupato un posto particolare nella fantasia popolare: Raffaele Artese, nel suo poemetto "Lu Mazzemarelle" ( Ed. Cannarsa ), afferma che "... lu mazzemarelle simboleggia la vita, l'azione, la vittoria sulla morte ingiusta". I mazzimarelli sarebbero stati la personificazione dell'anima dei bambini morti senza battesimo. "Il ritorno misterioso tra i viventi...", prosegue Artese, "...è la riaffermazione di un diritto negato, l'equilibrio ristabilito nella vicenda esistenziale: è un atto di giustizia. Il bambino morto senza battesimo torna a vivere ma trasformato in mazzemarelle, un essere quasi imprendibile con forme non ben definite. I suoi poteri sono vanificati, se perde il cappuccio che gli ricopre il capo. Conosce i luoghi ove sono custoditi tesori, agisce nelle ore notturne, è ilare e dispettoso..."
Al mazzemarello si attribuivano una infinità di malanni, disavventure, calamità; era lo spauracchio dei bambini ed il tormento degli adulti: di notte pizzicava e mordeva, comprimeva lo stomaco, mozzava il fiato, stuzzicava le fanciulle con sogni erotici... Non c'era molestia che trascurasse.
Tuttavia, come ricorda anche il Piovesanne "La città di San Salvo" ( Ed. Itinerari ), egli "...conosceva i tesori nascosti, lusingava in sogno di svelarne i nascondigli e si sbellicava dalle risa mentre il contadino sudava nello scavare cercando. Entrava nelle case a porte chiuse, si nascondeva tra le botti, entro le greppie, sotto le tegole... E riusciva sempre a farla franca... L'unico suo punto debole era perdere il cappuccio rosso. Impossessarsene era come tagliare i capelli a Sansone. Per questo ogni famiglia conservava tra gli indumenti un cappuccio rosso.
Lu mazzemarelle
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Sopr'a lu lette, sott'a le pigne,
dendr'a la casce, 'm mezz'a le cinge,
a cape o a pide de la ruvelle ?
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Gn'è fatte sopre, gn'è fatte sotte,
more de jurne, nasce de notte,
fatte de carne, d'osse o de pelle ?
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Mette paure a le giuvinette
nghi le remure sott'a lu lette.
Tè la cocce e nu sole cappelle?
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Sajje le scale, zombe pe ll'are,
ze va nnasconne a lu fuchelare,
pu z'areffacce a lu biancatelle.
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Sta tra le vutte de la cantine,
tra le fissore de la cucine,
sta tra le lane e lu ndruvarelle.
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Tra le cuperte e le cupertòle,
tra le tavele e lu lenzole,
tramezz'a lu casce e la friscelle.
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Stute la luce e pu l'areppicce
sopra a la mazze del le saggicce:
mo te sta ecche e mo te sta elle.
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Sott'a la mese dendr'a la stalle,
sott'a la code de lu cavalle,
sopr'a la groppe de la vitelle
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Dendr'a lu pozze, sopr'a la mete,
mo te sta 'nnanze, mo te sta 'rrete:
certe j' manghe cacche rutelle !
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Se da la cocce tu j' le sficche
la scuffiette, divinde ricche:
ma pirde l'anema e lu cervelle !
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Ma forz'è nu sonne e nu penzire,
nu specchie storte addò t'aremmire
e te fa bbrutte la vita bbelle !
Chi l'à viste lu mazzemarelle ?
Raffaele Artese J' li so viste
J' li so viste lu Mazzimarelle:
picchè ciadate a lu scaricarelle
chi so' lassate 'na sere 'n cantine
mmezza a 'na file di votte di vine.
J' li so viste lu Mazzimarelle:
tineve la cocce a forme de 'mbrelle;
spesse l'aprive e pu' l'archiudeve
e pe la case lu vende faceve.
J' li so viste lu Mazzimarelle:
tinè pi vocche nu mezze spurtelle;
l'aprive ogni tante e dave nu strille
e tra lu fiate cacciave li spille.
J' li so viste lu Mazzimarelle:
tineve 'na recchie gne 'na sardelle:
li girave viloce, annanze e arrete,
mentre pi terre sbatteve nu pete.
J' li so viste lu Mazzimarelle:
tineve tre ucchie gne tre rutelle
cunturnate di rosse a strisce gialle
na specie di cihlle di pappahalle.
J' li so viste lu Mazzimarelle:
tineve lu nase gne 'na scrippelle;
nghi tre cavute e quattre buttone
suffiave e sunave gne nu trumbone.
J' li so viste lu Mazzimarelle:
tineve la panze gne nu vascelle;
nghi nu cindrine culore di rose,
tutte lihante, pareve nu spose.
J' li so viste lu Mazzimarelle:
vuleve vedè se ere di pelle;
ma quelle svelte e disgraziate,
sopra a na mane m'ha muccicate.
J' li so viste lu Mazzimarelle:
che civedate a lu scaricarelle,
ma pure se queste ni è lu vere
lasciame che reste nu mistere.
Lasciame campà lu Mazzimarelle;
lasciame che resta 'na cosa bbelle
pi la fantasia de tanta ggente
che vive povere, uneste e cuntente.
La presenza del castagno (Castanea sativa) nel territorio del Parco risale a circa cinquemila anni fa, come documentato dai pollini rinvenuti nell’antica torbiera di Campotosto.
Questa specie è stata diffusa dall’uomo in maniera sistematica nel periodo romano e in quello medievale: i castagneti furono impiantati su terreni acidi, nella fascia altitudinale compresa tra 700 e 1100 metri, a discapito della primitiva copertura forestale, quasi sempre costituita da cerrete.
Per motivi legati alla natura dei suoli, i boschi di castagno si localizzano essenzialmente sui Monti della Laga, in particolare nei territori di Arquata del Tronto, Acquasanta Terme e Valle Castellana, ove tuttora si registra una notevole produzione di castagne. Nel corso dei secoli sono state selezionate anche diverse varietà locali, come il “marrone della Laga”, la “nzita” e il “pallante”, sicuramente le più diffuse. I castagneti, per secoli, hanno rappresentato la risorsa principale per molte comunità della Laga. I frutti costituivano la base dell’alimentazione: venivano raccolti e conservati per l’inverno dentro i ricci in buche scavate nel terreno, oppure essiccati su appositi graticci di canne appesi ai soffitti delle abitazioni. Ogni famiglia possedeva la “pila”, un caratteristico mortaio ricavato da un grosso masso dove le castagne secche venivano pestate per essere sbucciate e ridotte in farina. Castagne nei ricci. Anche il legno di questa specie, non a torto definita “l’albero del pane”, era tenuto in grande considerazione dalle popolazioni locali, sia per realizzare le travi degli edifici che i caratteristici balconi lignei, oppure per la paleria da utilizzare in agricoltura; infatti, l’alto contenuto in tannino del legno di castagno ne fa uno dei più resistenti ai parassiti e al tempo. Sui Monti della Laga si possono ancora ammirare castagneti da frutto secolari, caratterizzati dalla presenza di alberi vetusti, contorti e cariati, spesso dalle dimensioni colossali, come il “Castagno di Morrice”, un vero e proprio gigante con i suoi quattordici metri di circonferenza del tronco. Si tratta di boschi molto belli e suggestivi, resi misteriosi dalla presenza de “lu mazzemarelle”, il dispettoso e leggendario folletto dei boschi, e popolati da diverse specie di animali, tra cui alcuni uccelli legati alla foresta matura come la balia dal collare, il pigliamosche (Muscicapa striata) o la rarissima colombella (Columba oenas).Purtroppo i castagneti, negli ultimi decenni, sono stati attaccati da parassiti particolarmente virulenti tra cui due funghi che producono “il mal dell’inchiostro” e il “cancro corticale”. Sembra, però, che la fase più grave di queste patologie vegetali sia stata superata, mentre è subentrato un nuovo pericolo per queste formazioni forestali impiantate dall’uomo: quello dell’abbandono.
Infatti, a seguito dei rapidi cambiamenti avvenuti nell’economia, molti castagneti da frutto sono stati abbandonati e non più soggetti alle necessarie cure colturali. L’Ente Parco, attraverso alcuni interventi mirati e finalizzati al recupero diretto dei castagneti e alla promozione delle varietà locali di castagne e dei prodotti di trasformazione, sta tentando di recuperare questo notevole patrimonio naturalistico e culturale della montagna.
E’ difficile immaginare che esistano
personaggi più misteriosi e bizzarri degli Gnomi, dei Fauni, degli Elfi e
delle Ninfe, cioè di quei piccoli rappresentanti invisibili della Natura,
conosciuti in ogni pane del mondo sotto vari nomi e che noi, fin da
bambini grazie alle prime favole di fate e streghe, impariamo a conoscere
come Folletti. Certo, parlare oggi di questi antichi abitatori de «l'Altro
Regno», può forse apparire più un omaggio al «fantasy», che un tentativo
di indagine seria in una realtà sconosciuta o poco esplorala della nostra
cultura. Ma se riflettiamo un attimo sul fatto, innegabile d'altronde, che
fino a pochi anni fa. soprattutto nelle nostre campagne e tuttora in
alcune località non completamente contaminate dai residui corrosivi della
«civiltà dei consumi», i folletti spiavano con i loro occhi vispi e
curiosi, nascosti tra le foglie, dietro i cespugli, i poveri abitanti di
paesi e villaggi, combinando spesso piccoli scherzi innocui o regalando
fortune inattese, temuti, rispettati, a volte amati e spesso comunque
accettati come elemento naturale e quasi «familiare» della vita quotidiana
delta gente comune, si potrà almeno considerare l'ipotesi, meno azzardata
di quanto possa sembrare, che qualche cosa dì più importante della
semplicistica diagnosi risolutiva della suggestione o della fantasia
popolare, si nasconda dietro il mito dei folletti.
Lo spiritello e il vescovo.
II riferimento più antico di cui disponiamo, a proposito delle imprese di un folletto, è contenuto nei «Gesta Karoli Imperatoris», scritti tra l'882 e l'883 dal Monaco di San Gallo, il quale riporta la cronaca divertente di uno spiritello in vena di burle che, pur di avere il permesso da un fabbro di frequentare nottetempo la sua casa e maneggiare gli arnesi da lavoro, arrivò a stipulare con esso una sorta di patto, con il quale si impegnava a far trovare ogni giorno all'artigiano compiacente, un bei fiasco di vino sul suo tavolo. Quest'ultimo, spinto oltretutto dalle difficoltà economiche in cui si dibatteva a causa di una grave carestia che attanagliava il paese, aveva accettato ovviamente di buon grado, ignaro tuttavia del fatto che Io spirito, per adempiere al proprio impegno, andava a rifornirsi nelle generose cantine di un vescovo, definito «di un'avarizia senza pari», al quale lasciava, oltretutto, non sappiamo se per distrazione o per dispetto, ogni volta le cannelle delle botti sistematicamente aperte! Naturalmente il Dies Irae del Vescovo non tardò a manifestarsi e da buon religioso dell'epoca, sospettando un vile intervento diabolico, pensò bene di contrattaccare, allagando la cantina di acqua benedetta e tappezzando le pareti di croci ed «exorcismi terribilis»... Il povero spirito, all'oscuro del tranello, tornò puntualmente nel sotterraneo, restando così intrappolato, senza possibilità alcuna di fuggire, ne tanto meno di essere liberato da temerari colleghi, o divinità alternative. Fatto sta che il mattino seguente, scoperto dai servitori in forma umana, fu catturato e condannato “come ladro” ad essere frustato per punizione, al pari di un comune mortale...
L'infestatore.
Apprendiamo invece da Sigeberto di Gembloux, il noto cronista vissuto tra l'undicesimo e il dodicesimo secolo, la storia densa dì particolari, di una straordinaria apparizione che nell'anno 858 mise a soqquadro l'intera diocesi di Magonza: «Uno spiritus malignus — scrive — diede in quell'anno un segno manifesto della sua malignità. Infatti molestava i cittadini di Magonza scagliando sassi dentro le loro abitazioni, battendo colpi violenti sui muri, urlando, seminando la discordia tra vicini di casa. Non contento, aveva aizzalo i cittadini contro un tale, come se tutta la città soffrisse quelle gravi molestie per le colpe di costui. Al poveretto aveva bruciato i covoni pronti per la trebbiatura, e poi dovunque egli andasse subito bruciava la casa che lo ospitava, sicché lo sventurato era costretto a vivere sotto gli alberi fuori di città. Per mettere fine al tanto danno, il clero di Magonza fece una processione solenne, recitando speciali preghiere e aspergendo acqua benedetta. In effetti riuscì a placare lo spirito. Ma appena la processione si sciolse, questi tornò a farsi vivo, avvertendo che si era nascosto sotto le vesti di un prete, e ne disse il nome, per non essere raggiunto dagli spruzzi dell'acqua santa. E come se questo fosse poco, accusò quel prete di aver sedotto la figlia del procuratore della città. Ancora per tre anni l'indomabile spirito rimase a Magonza recando gravi incomodi ai cittadini e al povero prete sotto le cui vesti aveva trovato sicuro asilo. Andò via quando ebbe bruciato un buon numero di case».
Incubo o succubo.
Da questi due racconti, per altro assai interessanti, emerge il singolare contrasto tra l'indole del folletto francese, burlone, dispettoso e bizzarro, ma non cattivo, che si accontenta di far chiasso nell'officina del fabbro e di castigate il vescovo avaraccio mandando in malora il suo vino, e il carattere assai spigoloso di quello tedesco - refrattario oltremodo a preghiere ed esorcismi - le cui «pazze scorribande» producono danni ben più gravi; stabilendo già quindi dai primi resoconti storici un dualismo fondamentale, dominante la vita e le caratteristiche di questi esseri, e di conseguenza del loro mondo. Del resto, in un'epoca condizionata dalla tenebrosa presenza di Satana, non era difficile - anzi, per certi aspetti era addirittura doveroso -per i «dotti» e i teologi di grido accostare l'immagine del Gran Nemico , a questi misteriosi esseri che davano vita a fenomeni inspiegabili. Per molto tempo dilagarono in fatti trattati e dissertazioni, nelle quali il folletto veniva bollato, secondo le somme ispirazioni degli autori, come «satellite del maligno», o definito vero e proprio suo servitore, nei panni di «incubo» o «succubo», se non, nel migliore dei casi, schedato come personaggio indefinito e astratto, privo di particolari connotazioni ultraterrene.
Divinità pagane.
Per altri invece il folletto, assieme ai suoi stretti parenti del mondo elementare, quali le Silfi, le Ondine, gli Gnomi, non rappresentava altro che un residuo dei culti e delle divinità pagane, messo all'indice dalla nuova religione dominante. Per cui appare facile comprendere come questo innocuo spiritello, trovandosi in una grave «crisi di identità» e privo di validi punti di riferimento cultuali si sia voluto consolare e in parte vendicare, con burle e dispetti ai danni dei malcapitati mortali, rei di aver ceduto alle lusinghe dei nuovi dei... Come abbiamo tuttavia già avuto modo in parte di notare, molti folletti potevano in realtà rivelarsi grandi amici dell'uomo, o almeno di certi uomini e se per combinazione provavano una particolare simpatia per una persona o per una famiglia, si dedicavano ad essi pressoché totalmente, dimostrando una generosità sorprendente. Pur lasciando da parte la documentata e ricchissima serie di leggende e tradizioni popolari che ogni paese può vantare al riguardo, già nel secolo XIII, nel «Chronicon imaginis mundi» del domenicano Jacopo da Acqui, si narra dell'improvvisa comparsa a Pavia di uno spirito di nome Martino che dimorò per ben tre anni, come zelante servitore, in casa di tal Anselmo de' Boccoselti, accudendo ai fornelli, rifacendo i letti, badando ai cavalli e rendendo conto di ogni spesa «con scrupolo e onestà».
I folletti gelosi.
A volte poteva persino accadere che
un folletto arrivasse ad innamorarsi, come scrive il beato Giovanni
Dominici, il celebre predicatore fiorentino, nel «Lucuia Noctis" del
1405, dove riferisce, chiamando Dio a testimone della veridicità del
racconto, il caso accaduto nel 1399, di una povera orfana veneziana di
quattordici anni, amata da un folletto «alto un cubito, bello e vestito di
preziosi e variopinti panni», il quale, oltre a procurarle scherzi di
vario genere ai quali evidentemente questi esseri non sanno rinunciare,
non mancava di coprirla spesso e volentieri di ottimi regali. La
gentilezza, le attenzioni e gli omaggi si trasformarono tuttavia in
dispetti e macchinazioni terribili ai danni della ragazza, quando questa
decise un giorno di sposarsi, provocando in questo modo l'ira e la gelosia
del folletto tradito, il quale pensò bene sfogarsi scatenando una serie
di diaboliche vendette che probabilmente non furono prese nel giusto
«spirito»... Il Rev. Padre Sinistrar!, riporta invece nel suo «De
daemonialitate" un altro episodio accaduto a Pavia — città evidentemente
privilegiata nei secoli scorsi dai folletti —, dove uno spirito che per
molti anni abitò nella casa di due coniugi, si era pazzamente invaghito
della avvenente sposa, alla quale appariva «sotto le spoglie di un bel
giovane dai biondi e ricciuti capelli, vestito con molta eleganza»,
tentando di baciarla e di farla cedere in ogni modo al suo amore. Di
fronte ai ripetuti rifiuti della donna, il focoso folletto respinto e
inacidito, intese vendicarsi anche in questo caso, con dispetti di tutti i
colori, fino a spingersi a piombarle addosso sulla soglia della chiesa di
S. Michele, il giorno della festa del Santo, strappandole le vesti e
lasciandola completamente nuda in mezzo alla folla. Un elemento
certamente inconsueto che appare facilmente evidente da queste «cronache»
è la differenza estetica dei folletto nostrano — non indifferente forse al
nostro proverbiale buon gusto e al mito del fascino latino — che ama
spesso presentarsi in aspetto attraente, decisamente bello ed elegante, al
contrario dei colleghi d'oltralpe, i quali di solito apparivano
sgradevolmente piccoli e bruttini... Nella commedia di Lauro Settizonio,
“Roselmina”, rappresentata e stampata a Venezia nel 1595, un folletto,
ovviamente veneziano e presumibilmente precursore in speciem del Casanova,
si presenta al pubblico in questi temimi: «Così ardito, così pronto, cosi
ritto, bello, bianco, con questo berrettino rosso, credo che ognuno mi
conosca, e specialmente voi, bellissime donne...! Io mi dichiaro di
essere il Foletto (sic), che voi, altri, signori Veniliani, chiamate il
Mazzaruolo». Una ulteriore particolarità che emerge dai libri e dai
racconti di demonologi e cronisti, è la marcata refrattarietà di una
buona parte di folletti, alle più svariate forme di esorcismo. Non
soltanto la gente comune si sentiva intimorita dalle frequenti scorrerie
terroristiche di bande di folletti che imperversavano per città come
Mantova e Bologna, al punto che «niuno si teneva sicuro della vita,
ancorché egli mai facesse dispiacere a niuno», ma persino gli stessi
religiosi, in molli casi preferivano restare alla larga da questi «ultras»
del dio Pan. consapevoli dell'inutilità delle pratiche esorcisti- che ne
con addosso una tremenda paura dì procurarsi qualche rovina». Fra Girotamo
Menghi, Fautore del noto «Compendio dell'arte esorcistica» del 1617,
dichiara apertamente il proprio terrore nei confronti delle insidie dei
folletti, mentre lo stesso Sinistrali arriva a lamentarsi, visibilmente
sconcertato, della inefficacia e pericolosità dell'impiego degli esorcismi
contro i folletti: «È cosa meravigliosa — scrive infatti nel De
daemonialitate — e quasi incomprensibile, constatare che gli incubi,
chiamati in italiano «folletti», in spagnolo «duendes», in francese «follets»,
non obbediscano agli esorcisti, non hanno paura degli esorcismi, ne della
vicinanza degli oggetti sacri»... Mentre l'autorevole Gervasio di
Tilbury, autore degli «Otia Imperialia», incalza: «Vi sono alcuni spiriti,
che il popolo chiama folletti, i quali abitano nelle case dei creduli
contadini e non sono scacciati ne dall'acqua benedetta, ne dagli
esorcismi: nessuno riesce a vederli, ma si sente la loro voce simile a
quella umana»... Da tutto questo dovremmo quindi dedurre che la forte
tempra e il carattere indomito e beffardo con i quali forse gli antichi
Dei avevano inteso gratificare il loro piccolo quanto fedele popolo,
abbiano se non altro notevolmente contribuito a potenziare la longevità
innata e le capacità naturali di resistenza dei folletti, facendoli
passare sostanzialmente indenni attraverso secoli di lotte, occulte o
palesi, fino a riuscire a farli dimorare stabilmente un po' dappertutto,
in ogni paese, in ogni regione, a volte scegliendo un casolare, una
stalla, oppure preferendo la libertà, nei boschi, sui monti, nei prati
delle campagne.
I folletti profughi.
Narrano le leggende medievali, che alla fine dei miti e degli Dei del Paganesimo, un lamento echeggiò per l'Europa gridando: «II Gran Pan è morto!...». Più che morire, tuttavia, il simbolico, eterno Pan doveva adattarsi ad una situazione nuova e assai diversa. Con esso, e come esso, gli antichi abitatori dei quattro regni, i mitici folletti, non scomparivano quindi, ma da abili trasformisti quali erano, abituati nei secoli a vederne di tutti i colori e soprattutto dai volubili inquilini dell'Olimpo, si davano più o meno alla macchia, fuggivano dai luoghi sacri, si mimetizzavano in un ambiente divenuto improvvisamente, spesso forzatamente, ostile, si adeguavano alle pur traumatiche esigenze contingenti e prendevano atto di un amaro «status quo» dominante... Emigrati in questo modo da un continente religioso a un altro, questi profughi invisibili non potevano far altro che cercare di stabilire una convivenza pacifica e sicura per quanto possibile, nelle regioni e nei paesi scelti quale fissa o temporanea dimora. A giudicare dalle tradizioni popolari, dalle leggende e dai documenti di cui disponiamo, parrebbe prevalere l'immagine di un folletto piuttosto affezionato ai luoghi nei quali a suo tempo pensò di stabilirsi. La dinamica di certi fenomeni, la ripetitività e le caratteristiche di certe manifestazioni tipiche, si dimostrano infatti significativamente costanti nelle varie località, anche a notevole distanza di tempo.
I prodigi del «monacello».
Nel Napoletano ad esempio, terra assai magica da lunga data, la credenza nel folletto, chiamalo «Munaciello», è tuttora ben radicata ed assume le forme più varie e curiose: T.C. Dalbono, nella sua opera «Le Tradizioni Popolari», del 1845, osservava che ben poche tradizioni possono vantare una diffusione e una popolarità pari a quella del Munaciello. «A quale vecchietto o vecchietta del nostro volgo — scrive — potreste nominare il 'monacello' senza udirne contare prodigi? Qui s'incontra neppure la consueta difformità di pareri, e a quanti farete inchiesta di questo spiritello, tutti vi diranno che è il folletto abitatore delle case remote, che si annunzia col far mille dispetti e si diletta a fracassar le porcellane racchiuse negli armadi e rovesciare a terra quanti piatti sono su per le scansie della cucina. Tra i caratteri distintivi del 'monacello' c'è quello di tirare sassi, mostrarsi la notte e mettersi a cavalcioni del corpo dei dormienti ballandovi sopra. Gli occhi del 'monacello' spargono una luce rossiccia ed è celerissimo nella fuga». Lo stesso grande ermetista napoletano G. Kremmerz, si è interessato a questo spiritello di stampo partenopeo, riguardo al quale, sulla sua importante rivista «II Mondo Secreto», ebbe a scrivere in questi termini: «...sotto il nome di 'Monaciello', l'ignoranza della buona gente confonde molte manifestazioni occulte attribuibili a differenti cause che, una per una, nei singoli casi, meriterebbe un esame speciale. Perciò il voler caratterizzare con uno studio speciale tutti i fenomeni straordinari legati a questi esseri, come i più creduli insistono, è indegno della gente che studia serenamente il Mondo occulto. Però la questione importante ed in tesi generale da porsi è questa: la scienza dei magi crede possibile la manifestazione di esseri benefici o malefici che non siano spiriti di defunti, a persone o famiglie intere? Esistono nell'Invisibile esseri vivi e non mai vissuti come uomini e capaci di rendere servizio agli uomini? La nostra scienza risponde si alle due domande. Oltrechè le tradizioni di tutti i popoli, la conferma è data da coloro che veramente hanno avuto occasione di entrare in relazione con esseri di questa specie non vi è veggente che non confermi questa curiosa ed impressionante tradizione popolare. Ma, ripeto, non tutti i casi che passano come attribuibili a questi spiriti elementari sono veramente devoluti ad essi. Questi esseri hanno passioni come gli uomini; amano, odiano, sono benefici e possono diventar malefici. Una volta che cominciano a manifestarsi ad una persona o ad una famiglia l'odio o la simpatia loro si manifesta immediatamente... Questo però universalmente nel mondo degli uomini e non solamente in Italia o a Napoli, dove prendono il nome di Monaciello dalla costante o quasi costante loro apparizione in forma di frati. I Chabblers del nord Europa non sono che questi stessi esseri che nel sud d'Italia pigliano tal nome. Il Christian, degli Chabbiers racconta che secondo la tradizione del paese di Galìes ogni buona donna deve assolutamente guardarsi dal maledire uno di questi spiriti o di fare il segno della croce secondo i cattolici perché l'incantesimo sarebbe rotto e lo spirito fugato; mentre il segno della croce, i requiem, le avemarie, non fanno scappare i monacielli di questi paesi, ciò che significa che gli esseri del mondo plastico invisibile prendono anche la religione del paese in cui scorrazzano, ma benefici sempre per coloro che sono discreti... Questi monacielli sono, in proporzioni diverse, tal quale si immaginano le fate dai contemporanei, tal quale sono le fate per chi le ha viste. Donano o distruggono. Sembrano raccontini per i fanciulli tutti questi eppur non sono che storie reali e più frequenti di quanto ordinariamente non si creda. Qualche volta 'amano' nel senso più largo e più concreto della parola... I succubi e gli incubi di cui un’ intera letteratura antica e moderna, religiosao non, si potrebbe mettere insieme, non formano che un lato solo del problema di questi amori...». Il nome «Munaciello», deriva in effetti dal tipico aspetto di questo folletto, che appare appunto «come un nanetto vestito da frate, con fibbie d'argento ai sandali e lo zucchetto rosso (detto «scazzetella») in capo». Si ritiene che chi riesce ad impossessarsi di questo caratteristico copricapo, sia molto fortunato; un po' come chi riuscisse a trovare la fine dell'arcobaleno, dove secondo una poetica leggenda popolare dovrebbe essere nascosta una bella pentola di monete d'oro! Tuttavia l'impresa non è affatto facile, sia perché lo spiritello appare assai raramente, sia perché, se il colpo dovesse fallire, il Monaciello si vendicherebbe inesorabilmente dell'incauto, sacrilego ladruncolo. In ogni modo, a quel che si dice nella penisola sorrentina, chi fosse in grado di rubargli il berretto, potrebbe facilmente vedersi offrire quale riscatto, «molto denaro o addirittura un tesoro».
Guardiani di tesori.
Questa pressoché costante associazione dei tesori ai folletti, si riscontra pure in Magia, legata a numerosi manuali medievali di evocazioni infernali con annesse cerimonie e segreti vari, come i celebri grimoires: «II Drago Rosso», «Il Gran Grimoire», «Il Grimoire di Papa Onorio» e «La Clavlcola di Salomone», nei quali si fa espressamente riferimento ai diavoli guardiani di tesori, a pentacoli e talismani rivolti a proteggersi o far fuggire gli spiriti custodi dei tesori e riti astuti che consentono di eludere le insidie del Maligno, quando, in cambio naturalmente del prezioso scrigno, non mancherà di reclamare il pegno del patto: l'anima!... È sempre il Kremmerz, inoltre, che ci riferisce di potenti pratiche magiche, compiute da adepti e da «frati che la sapevano lunga» in certi conventi, in tempi pericolosi, per far proteggere e sorvegliare attentamente i propri tesori da fedelissimi «spiriti elementari», opportunamente «vitalizzati» per il precipuo compito. La tradizione che vede i folletti nei panni di guardiani di tesori è tuttavia assai antica e già nella religione popolare della Roma dei Cesari, il termine Incubus assumeva anche il significato di essere soprannaturale custode di tesori. Incubo era inoltre l'epiteto dell'Ercole italico, amico dei contadini in cerca di tesori celati nella terra Nella «Cena Trimalchionis», si parla di un convitato pettegolo e invidioso, Ermerote, il quale attribuisce l'improvvisa ricchezza di un commensale al furto del berretto ad un Incubo, e gli stessi Virgilio e Cicerone confermano nelle loro opere (Georg.. II. 507 e Pro Cluent., 26) la credenza diffusa dell'Incubo custode di ori, denari e gioielli.
Nomi e soprannomi popolari.
Un ulteriore elemento che caratterizza l'eterogeneo mondo dei folletti, è costituito dalla svariatissima serie di nomi e soprannomi popolari, con i quali si contraddistingue da luogo a luogo. In terra di Otranto, il folletto, conosciuto come «laùru», ama soprattutto far la corte alle belle donne delle quali, pare, è amante non pericoloso. Il folletto sardo è noto tra il popolo, con vari nomi: «pundacciu», «ammuntadore» e «sa sùrtora», sono soltanto alcune delle varianti locali, con le quali la gente di Sardegna usa indicare questo spiritello, che molti immaginano con sette berretti rossi. Nel Bellunese, nel Cadorino e nel Trevigiano il folletto appare di solito vestito di rosso, con l'immancabile zucchetto dello stesso colore; si rende spesso utile curando il bestiame ed è conosciuto come «el massarol». In Abruzzo il suo nome è «mazzemarjielle» e, secondo una credenza popolare diffusa in certe zone, nascerebbe la notte di Natale, per fare compagnia al Salvatore. Nel Trentino il folletto ha adottato vari nominativi, tra i quali «salvanel» (da «Silvano»), e «ghignaréul». che può essere tradotto più o meno come sogghignante, o sorridente. Nella provincia di Cuneo, imperversa un terribile folletto dotato di forza soprannaturale, detto «servàn» (o «sirvàn» o «sarvàn»). In Puglia la tradizione vuole che il folletto, chiamato «iscazzamurrieddu», pur di riavere il proprio cappuccio rosso è disposto a offrire qualunque cosa gli si chieda. Anche in Lucania, il terribile «monachicchio», come in Sicilia «lu fullettu», usano portare un berretto rosso del quale sono gelosissimi; se si riesce a rubarglielo, essi cadranno disperati in lacrime ai vostri piedi per riottenerlo, ma non bisogna accontentarli, almeno finché non avranno mostrato il luogo dove si nasconde un tesoro. A Reggio Calabria regnava il «fuddettu», a Catanzaro il «u munacheddu», a Crotone lo «scavuseddu»: ogni città, ogni regione, addirittura ogni paese, praticamente, ha nominato un proprio «folletto protettore», attribuendogli un nome quantomeno bizzarro, con il quale stranamente, in certi casi, si usa indicare anche una forma di vento (in Romagna infatti, «fulet» è chiamato pure un nodo di vento, come a Frosinone il «mazzamuriglio» e a Lanciano il “mazzemarelle”, a Venezia e Trento lo stesso termine «basadòne» è usatosia per il folletto che per la brezza). Appare evidente, in ogni modo, che per poter analizzare o semplicemente citare, sia pure in forma parziale, gli innumerevoli e incredibili nomi con i quali il folletto è conosciuto, limitandoci alla sola Italia, occorrerebbe un intero volume. In Lucchesia ad esempio, tanto per rendere omaggio alla Toscana dei Misteri, il folletto è assai popolare con quattro o cinque nominativi ed altrettante varianti, dei quali il più noto è senza dubbio il pagano «Linchetto», spirito interessantissimo e assai antico, la cui stessa origine etimologica deriva da «Incubus».
“Istoria delle immaginazioni stravaganti del Signor Oufle” un testo rarissimo del 1762.
LA VITA SEGRETA DEL POPOLO DELLE FATE
Contrariamente a quanto si ritiene l’opinione corrente, le fate non sono soltanto creature della leggenda. C’è stato un periodo in cui il piccolo popolo s’incontrava anche troppo spesso nel mondo reale (anche se non si trattava delle eteree creature alate dei racconti per bambini) e oggi si segnala un numero sorprendente di casi che vedono coinvolti elfi, spiriti della natura, folletti e persino gnomi. Sarà sufficiente citare alcuni esempi relativamente recenti, fra l’ ‘800 e il ‘900.
Nell'estate del 1884, il conducente di un carretto postale dell'isola di Man partì una sera per raccogliere i sacchi della posta, come faceva sempre. Doveva tornare all'una e mezzo del mattino, invece ricomparve soltanto verso le cinque e mezzo. Interrogato circa tre anni dopo da William Martin, un collezionista di storie locali, l'uomo spiegò il motivo del ritardo raccontando una storia che non solo è una tipica fiaba, ma contiene anche echi del tradizionale comportamento dei poltergeist: «Riferì con serietà che, a una decina di chilometri da casa, era stato circondato da un gruppo di fate, tutte vestite con splendidi abiti rossi e munite di lanterne. Avevano fermato il cavallo e gettato i sacchi di posta sulla strada, cominciando poi a danzare intorno a lui nel modo consueto alle fate. Il povero postino aveva lottato invano con loro, ma non appena riusciva a caricare di nuovo un sacco sul carro, quello veniva subito scaraventato fuori. Ed era andata avanti così fino all'alba ». Un altro incontro con le fate danzanti si è verificato il 10 agosto 1977, e stavolta il testimone era un poliziotto di Hull, l'agente David Swift. Stava pattugliando la sua zona di ronda, un paio d'ore dopo la mezzanotte, quando era entrato in un curioso tratto di terreno dove la caligine delle notti estive formava tanti piccoli vortici su alcuni campi da gioco. Avvicinandosi, riuscì a scorgere tre figure che danzavano in quella nebbia, e da principio immaginò che fossero ubriachi. Uno era un uomo «che indossava un gilet senza maniche, con un paio di calzoni molto attillati», mentre le altre due erano donne «vestite con cuffie, scialli e abiti bianchi». Tutt'e tre tenevano un braccio sollevato; come se danzassero intorno a un albero della cuccagna, suggerì in seguito qualcuno. Prima che Swift potesse raggiungerle, le tre figure erano svanite e, quando l'agente riferì l'incidente al sergente di turno, si accorse di non essere creduto. Quando l'incidente fu riportato dalla stampa locale, l'agente Swift si trovò esposto a un tale ridicolo che da allora si è rifiutato di discutere il caso.
Gnomi ed elfi motorizzati.
L'apparente sopravvivenza delle fate nel XX secolo è già abbastanza sorprendente, ma forse l'aspetto più suggestivo in queste segnalazioni moderne è il modo in cui a volte contengono accenni rivelatori al fatto che il piccolo popolo sta cambiando, per mettersi al passo con i tempi. Una testimone, Marina Fry, originaria della Cornovaglia, ha raccontato (a molti anni di distanza dal fatto) che nel 1940, quando aveva tre anni, una notte lei e le sorelle maggiori avevano sentito un ronzio e, guardando dalla finestra, avevano visto un omino alto circa quarantacinque centimetri, con la barba bianca e un berretto rosso a punta. Era «a bordo di una minuscola automobile rossa che girava in tondo». Poteva non essere altro che una fantasia, un sogno o un falso ricordo, ma nel settembre del 1979 alcuni bambini di età compresa fra i quattro e gli otto anni che stavano giocando nel Wollaton Park, a Nottingham, hanno vissuto un'esperienza molto simile. I dettagli del racconto sono stati registrati dal direttore della scuola, che li ha interrogati separatamente, ma dopo che avevano già avuto il tempo di discuterne fra loro. Era il crepuscolo “quando i bambini videro una sessantina di ometti, alti all'incirca la metà di loro. Avevano una lunga barba bianca con la punta rossa (anche se uno dei bambini ha dichiarato con fermezza che la barba era nera) e il viso rugoso. In testa portavano un copricapo che è stato descritto come un berretto da notte all'antica, sul genere della calza dei marinai, con un pompon all'estremità. Inoltre portavano giacchette azzurre e calzamaglia gialle. Per quasi tutti i quindici minuti che i bambini hanno trascorso con loro, gli ometti sono rimasti a bordo di piccole automobili. Ce n'erano trenta, con due uomini per ciascuna. (Uno dei bambini ha detto che le auto erano verdi e blu, un altro che erano rosse, un altro ancora rosse e bianche.) Le auto non avevano un volante, ma un oggetto rotondo con una maniglia da girare. Non si sentiva rumore di motori, ma viaggiavano veloci e potevano saltare ostacoli come tronchi d'albero. Gli ometti inseguivano i bambini, ma senza catturarli, anche se avrebbero potuto farlo. I bambini sapevano che era un gioco”.
L’aereo delle fate.
C'è persino un caso in cui sembra coinvolto un aereo delle fate: nel 1929, un bambino di otto anni stava giocando con la sorellina di cinque nel giardino di casa sua, a Hertford, quando un minuscolo apparecchio (in apparenza era un biplano, come la maggior parte dei velivoli dell'epoca), con un'apertura alare di trentacinque o quaranta centimetri, aveva sorvolato lo steccato, atterrando vicino al bidone dei rifiuti, prima di decollare di nuovo e allontanarsi. Il pilota era un omino con un casco di cuoio da aviatore, che aveva salutato i bambini con la mano.
Gli orchi sono enormi ed orribili creature dalla pelle verdastra e piena di pustole e bubboni (probabilmente dovuti alla praticamente assente igiene). Sono tra le più barbare popolazioni di Elenpos, generalmente i loro esponenti non sono affatto creature capaci di grandi riflessioni e pensate sebbene abbiano una forza fisica soprannaturale. Gli orchi vivono solitamente in grandi campi nomadi e la loro occupazione, che è anche il loro sussidio, è il saccheggio ed il parassitismo: si stabiliscono in una zona, la saccheggiano e l'impoveriscono a dismisura senza criterio poi si spostano. Gli orchi sono creature malvagie che basano la loro esistenza su una sola cosa: la forza. Il vero potenzialo di questi esseri sono il loro numero, che conta migliaia di “bande”. Gli orchi si adattano a convivere con altri popoli con una cultura simile come è successo per i goblin o i trolls, queste due specie entrano in simbiosi gli orchi forniscono ai loro nuovi alleati il mantenimento, questi in cambio aumentano ulteriormente la forza distruttiva delle loro armate. Non c’è termine migliore per spiegare gli eserciti orcheschi di “forza distruttiva” se non “ammasso verde che travolge", spesso si spargono per il campo facendo affidamento più alla quantità che alla qualità e travolgono i gruppi nemici facendo un vero e proprio macello. La società si divide per caste chiuse, ci sono i "Kapi" e gli Sciamani, che guidano i "Klan", sotto di loro troviamo la maggioranza degli orchetti e dei "grossi" alleati come i troll ed infine ci sono gli schiavi come goblin, coboldi e vari altri esseri infimi. Arrampicarsi nella società orchesca è semplice, più sei forte, più sei importante. I più forti sono quindi i capi, mentre gli altri fanno massa. Solitamente questi popoli hanno grette strumentazioni e rudimentali armi ed attrezzi; ma quando si trovano un capo stranamente brillante e degli alleati capaci di dotarli della tecnologia necessaria risultano diventare una minaccia estrema
I DRAGHI
I draghi nascono come animale mitico in Occidente durante il Medio Evo, un periodo durante il quale le leggende prendono il posto della verità e della scienza, e dove o si inventano tanti animali, o dove si travisano animali esistenti.
Nell'antichità, gli animali sono stati venerati e rispettati. La forza della Chiesa cristiana e del suo monoteismo forzato porta alla loro demonizzazione: gli animali, veri o immaginari, sono infidi, cattivi e portatori delle forze del male.
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I draghi, poverini, che non sono neanche degli adoni, diventati i più mostri dei mostri: sono rettili (come il serpente della Bibbia) e come tali vanno distrutti.
Il drago è noto anche in Estremo Oriente, dalla Cina alla Tailandia, dal Vietnam al Giappone, e anche qui esistono numerosi leggende su di lui. In quelle terre il drago è visto più come un simbolo di saggezza, di forza e di fortuna: ogni tanto è cattivo, ma non è obbligatorio che lo sia, anzi.
Molti estremo orientali, anche oggi, si fanno tatuare draghi come simbolo di forza sul corpo.
Il drago orientale è abbastanza diverso anche fisicamente dal drago occidentale e risente molto dell'influenza dell'arte dell’estremo Oriente.
Ecco un elenco di draghi famosi e simili:
Elliot, il drago invisibile, buono ed amante dei bambini, protagonista di un film del 1977 della Disney, metà a cartoni animati e metà dal vivo.
Draco, l'indimenticabile Dragonheart, dal cuore puro al punto di sacrificarsi.
Il signore del Drago, nemico mortale di Jeeg robot, che deve i suoi poteri ad un drago e che usurpa il trono alla regina Himica.
I draghi hanno senz'altro tra i loro referenti reali i rettili, visto che spesso vengono descritti simili a lucertoloni e serpenti: ma c'è chi dice che siano l'antica reminescenza di rettili mostruosi, come i dinosauri o sauri immensi.
Basti vedere per esempio la figura di Godzilla, o i dinosauri di Jurassic Park per capire come questa pulsione sia ancora radicata nell'immaginario umano. I draghi incarnano la paura che possa venire qualcuno più forte dell'uomo che possa distruggerlo: forse rappresentano la cattiva coscienza di noi uomini.
IL VISCHIO E LA QUERCIA
Una simbiosi particolarissima. Il vischio, simbolo del collegamento tra cielo e terra. Infatti la pianta nasce sul tronco degli alberi e non possiede radici. Simbolo quindi di rigenerazione e sopravvivenza, è l’unica pianta che mette nuove foglie nei rigori dell’inverno. la quercia, dal canto suo, è un albero gigantesco, millenario. È una porta, una soglia-transito tra i due mondi, quello materiale e quello dello spirito. Il vischio trovato si di una quercia, indica un evento eccezionale: unione tra i due mondi, quello solare e quello lunare.

CALENDARIO FESTIVITA’ TRADIZIONALI
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Atessa |
Le N’Dorce 1a – 3a – 4a domenica maggio |
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Cocullo |
San Domenico e i serpari 1° giov di maggio |
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Fara Filiorum Petri |
Sant’Antonio Abate le Farchie 16/1 |
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Lanciano |
Sant’Egidio – giocattolo 31/8 |
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Liscia |
San Michele 8/5 |
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Luchi |
Lunedì di Pasqua |
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Pacentro |
S. Germano 28/5 |
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Palombaro |
San Domenico 1° domenica di maggio LU LOPE |
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Pescara |
Sant’Andrea ultima dom di luglio – S. Giovanni Battista 24 giugno |
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Pescosansonesco |
Beato Nunzio Sulprizio 7/5 |
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Pietranico |
S. Michele e S. Giusta falò della ginestra 2-3-4/5 e 13-14-15/9 |
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Popoli |
S. Maria della Pace 24-31/5 |
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Pratola |
Festa della Vergine 1-11/5 |
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Pretoro |
Il lupo 1a domenica di maggio LU LOPE |
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Rapino |
Le verginelle 8/5 |
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Rocca di Mezzo |
Sagra del narciso in fiore ultima dom di maggio |
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San Giovanni Lipioni |
Il Majo 1/5 |
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Sant’Omero |
L’albero di maggio 1/5 |
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Ortona |
S. Tommaso 1a dom di maggio |
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Silvi |
Il Cencialone - San Leone fine maggio 31/5 |
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Tornimparte |
Le Calende 1/5 |
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Raiano |
S. Venanzio 18/5 |
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Bomba |
S. Mauro 4a dom di maggio |
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Scanno |
S. Eustacchio 21-22/9 |
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Campo di Giove |
S. Eustacchio 20/9 |
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Tocco da Casauria |
S. Eustacchio “ |
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Roccamontepiano |
S. Giovanni Battista |
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Fara San Martino |
San Pietro – sorgenti del fiume Verde 29/6 |
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Fara San Martino |
Festa della Madonna del Carmine 19/7 |
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Pacentro |
S. Marco Evangelista 25/4 |
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Pacentro |
Madonna di Loreto 8/9 |
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Pacentro |
Madonna del Rosario 7/10 |
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Pacentro |
S. Carlo Borromeo 4/11 |
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Castel di Ieri–G.Aterno |
S. Antonio 17/1 |
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Secinaro–Acciano |
S. Antonio 17/1 |
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Ovindoli-Fontecchio |
S. Antonio 17/1 |
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Acciano- Castel di Ieri |
S. Rocco 16/8 |
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Cast. Subequo |
S. Rocco 16/8 |
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Cast. Subequo |
S. Agata 4-5/2 |
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Fagnano Alto-C.Subequo e altro |
S. Giovanni 24/6 |
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Succiano - Beffi |
S. Erasmo 1-2/6 |
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Pacentro |
Corsa degli zingari 1dom settembre |
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Bugnara |
Festa della Madonna della neve 5/8 |
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Civ. Messer Raimondo (TE) |
La Ruzzola – gioco di epoca romana. Ultima settimana di luglio |
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L’Aquila |
La Perdonanza – Celestino V. Fine agosto |
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Scanno |
Le glorie – capodanno contadino 10/11 |
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San Valentino |
San Martino 11/11 |
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Corropoli (TE) |
Palio delle botti – 26-27/7 e 6-8/8 |
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Pescocostanzo |
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Castelnuovo al Volturno |
Rito del Cervo, Gl’cierv, il 2/3 |
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Cappelle sul Tavo |
15 agosto palio delle pupe |
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Castelnuovo |
Gli Cerv - carnevale |
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Palmoli |
27 luglio le pacchianelle |
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Tollo - Villamagna |
30 luglio – 13 luglio Assalto dei turchi |
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Atri |
15 agosto Carri agricoli |
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Penna Sant’Andrea |
Primi agosto laccio d’amore |
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Ofena |
Agosto Il chiodo solare |

Ci sono tante leggende sui misteriosi luoghi «sacri» delle montagne abruzzesi, delle grotte, degli anfratti, delle zone di culto dedicate alle divinità, alla Grande Dea Angitia, a Marte, a Diana, ad Eracle...
Ad Eracle? Che
significa Eracle tra i pastori d'Abruzzo, perso sulle montagne, nascosto tra
folti boschi?
Eracle ha scorrazzato per tutto il bacino del Mediterraneo nel corso delle sue dodici fatiche, da Nemea a Creta, dall'Africa all'Asia Minore e poi dall'India a Cadice, in Spagna, alla caccia, in questo caso, delle incredibilmente numerose mandrie dei buoi di Gerione, il gigante tricefalo.
E sembra proprio che fosse nel corso di questa «fatica» che Eracle passò per l'Italia: c'è infatti anche un mito che racconta di quando, di ritorno dalla Spagna a cattura eseguita, l'Eroe si fermò lungo il Tevere, più o meno all'altezza del Palatino, residenza dell'Arcade Evandro.
Giunta la sera, Eracle, sfinito e stanco,
si addormentò pesantemente, ma durante la notte Caco, il mostruoso figlio di
Vulcano, famigerato
ladro di armenti che poi nascondeva in una caverna che si era scavata sotto il
colle Aventino, approfittando del sonno profondo del semidio, si appropriò di
quattro coppie di vacche.
Anche Caco era di statura gigantesca e dalla sua orribile bocca uscivano fumo e fiamma; aveva «guarnito» l'ingresso della sua caverna con teste insanguina te e l'aveva chiusa con un enorme masso, fermato a sua volta da catene infrangibili, opera del padre Vulcano.
Al momento del furto, per fuorviare le ricerche, aveva trascinato le vacche per la coda, facendo far loro il percorso a ritroso. Quando Eracle si svegliò si rese immediatamente conto di quanto era successo e, colmo di rabbia, tentò subito di rintracciare il bestiame, ma ogni ricerca fu vana e già stava per rinunciare e ripartire, quando da un muggito partito dalla grande mandria, rispose, dalla caverna, un altro muggito.
Non occorse molto tempo ad Eracle per capire da dove provenisse: trovò la caverna e, senza perder tempo con il mas so e le catene che ne ostruivano l'ingresso, «scapitozzò» il cocuzzolo del colle e si calò per l'apertura, incurante del fu mo e delle fiamme vomitategli addosso dall'orrendo Caco; anzi lo abbrancò e lo strangolò con le sue braccia più potenti dell'acciaio. Secondo un altro «finale» del mito, lo uccise con un colpo della pesante dava, e Dante forse preferì questa versione quando, parlando proprio di Caco, sprofondato nella settima bolgia destinata ai ladri fraudolenti, lo fa appunto finire «sotto la mazza d'Ercole».
Il culto di Eracle
è tra i più antichi, anzi, secondo Erodoto, era già conosciuto, prima che dai
Greci, dagli Egiziani che lo annoveravano tra i primi Dodici Dei, e dai Fenici
che, interrogati dallo storico greco, «risposero che contemporaneamente alla
fondazione di Tiro, era stato eretto anche il tempio del dio, cioè circa 2.300
anni prima». (Le Storie, II, 44)
Da tempi remotissimi, quindi, tutti i Paesi del Mediterraneo conoscevano Eracle e ne osservavano il culto. Statuette del dio sono state rinvenute ovunque, anche in Italia, sparse sia a nord che a sud.
Nel Meridione il culto di Eracle fu indubbiamente diffuso dai Greci che si insediarono nella Magna Grecia, mentre nel nord e centro Italia provenne dagli Etruschi, la cui produzione di statuette votive a lui dedicate è tra le più raffina te. Ma non solo dagli Etruschi: in Abruzzo, probabilmente, giunse via mare, per i traffici commerciali degli Oscosabellici con Delo ed altre isole greche. Quello che può stupire, se mai, è il fatto che il culto di Eracle attecchisse proprio tra i pastori, che quasi ne fecero un nume tutelare, come se il suo più o meno forzato interesse per mucche, tori e stalle ne facesse un «cow-boy» ante litteram e quindi particolarmente vicino alle usanze pastorali abruzzesi, per quel loro annuale migrare dalle montagne al mare e viceversa, portandosi dietro tutto il gregge.
LA TABULA
RAPINENSIS
Legge del popolo marrucino per
l'istituzione della prostituzione sacra
nel santuario di Giove padre nell'arce Tarincra (Rapino)
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Tavoletta di bronzo, di cm. 15 x 15, proveniente dalla
Grotta del Colle,
in località Civita Danzica (Rapino); resa nota nel 1841, ebbe la
prima edizione scientifica nel 1846 (Mommsen). Migrata a Berlino,
nell'Antikenmuseum, fu a lungo considerata perduta per le vicende
della seconda guerra mondiale; da poco tempo si è venuti a
conoscenza che nel 1945 il bronzo era stato trasferito a Mosca come
preda bellica nel museo Puskin, ove è stato tenuto nascosto insieme
con altri importanti materiali antichi.
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Il testo è
irregolarmente inciso in alfabeto latino e si può attribuire per la
forma delle lettere e per la presenza della lettera G, già distinta
dalla C, alla fine del III secolo a.C. La trascrizione presenta
qualche difficoltà, ma può essere attendibilmente ottenuta
dall'esame delle diverse riproduzioni grafiche disponibili. Quando
sarà possibile un nuovo esame dell'originale, la lettura potrà
essere forse migliorata.Trascrizione:
aisos pacris totai
maroucai lixs
asignas ferenter.
auiatas toutai.
5 maroucai ioues.
patres ocres tarin
cris iouias. agine
iafc esuc agine asum
ba[-]u [-]poleenis feret
10 regen[-] di[-]i cerie. iouia.
pacrsi. eituam am. aten
s uenalinam . ni ta[-]a. nipis. ped
i. suam
Struttura del testo:
a) aisos pacris.
b) totai Maroucai lixs.
c) asignas ferenter auiatas toutai Maroucai loues patres
ocres Tarincris Iouias agine.
d) iafc esuc agine, asum ba[-]u [a]poleenis, feret regen[a]
di[t]i Cerie Iouia.
e) pacrsi.
f) eituam
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Si tratta di una "lex rogata", ossia proposta da un magistrato e
votata dal popolo: atens "iusserunt", il cui soggetto, sottinteso, è
costituito da "omnes, universi", dal popolo che vota. Viene in primo
luogo dichiarato che sono stati presi gli auspici prescritti per
l'attività legislativa, e che essi sono risultati favorevoli.
Segue un primo enunciato normativo (c), ove il soggetto è nelle iouias asignas "(ancillae) Ioviae adsignatae (in servitutem)", cioè le schiave attribuite al servizio del santuario di "Iuppiter pater" della "arx Tarincra". Il verbo passivo è al congiuntivo, ferenter "ferantur", ed è legato con agine, "in dicionem", derivando questa parola dalla stessa radice di "aio"; il che significa: siano messe a disposizione, siano vendute, "venum eant", dopo che su di esse siano stati presi gli auspici, "auiatas", per conto del popolo marrucino, "toutai Maroucai". La seconda norma contenuta nella legge (d) riguarda le modalità e le finalità della vendita: il soggetto è la regena iouia "regina Iovia", la sacerdotessa preposta alla conduzione delle ancelle giovie; il verbo "feret", anche qui un esortativo, è nello stesso nesso e con lo stesso significato, nella forma attiva, del passo precedente: feret agine "ferat in dicionem", "venum det", venda. L'oggetto è costituito dalle ancelle giovie, iafk "eas"; esuc "sic", così. Vi è un inciso, asum ba[-]u [a]poleenis, di cui la parola incompleta non nasconde del tutto il significato "quanto satis erit", letteralmente "assum pretio (?) ad plenum": per il pieno valore. La destinazione dei proventi è indicata dalle parole al dativo di[t]i Cerie, "divitiis Cereriis", per il tesoro di Cerere, che doveva avere una amministrazione particolare nell'ambito del santuario. Viene registrata (e) una nuova assunzione di auspici per il deliberato che segue: pacrsi = pacr(is) si(nt) "(di) propitii sunt", gli dei sono favorevoli. Vi è infine una prescrizione riguardante la tangibilità della moneta ricavata: nessuno può toccarla se non con pieno diritto; non può essere spesa nè accettata se non nelle forme previste. Prescrizioni sulla destinazione di "pecunia fanatica" sono anche alla fine del testo del Cippo Abellano. La legge non concerne una "venditio servorum sub corona", cioè una normale vendita di schiave, bensì l'istituzione della prostituzione sacra per incrementare le finanze del santuario di Giove padre. Alla questione viene preposta una sacerdotessa giovia, ossia del santuario, che amministra un tesoro particolare, quello di Cerere. Ciò richiama l'istituto del culto di Cerere e Venere particolarmente diffuso sia tra i Peligni sia tra i Marrucini. A Teate è documentato nel II secolo a.C. il sacerdozio di Herentas, Venere. È stato dimostrato che a Corfinium una sacerdotessa, sacaracirix, di Cerere e Venere, detta pristafalacirix, e menzionata in un contesto ove viene ricordata Afrodite Urania, era una "prostibulatrix", ossia un'incaricata delle prostitute. Il suo epitaffio si conclude con le parole "dida uus deti hanustu Herentas" - "Venere vi conceda una prosperosa vecchiaia" (altri intendono diversamente). |
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La connessione con Venere non è indicata solamente dal richiamo a
Cerere, ma anche dall'epiteto "Iovia". Divinità giovie sono
specialmente Venere ed Ercole in ragione della loro ascendenza; (cfr.
CIL X, 1207) "sacerdos Iovia Veneria"; "Ioveai" è nel testo arcaico
inciso sull'ara di Corcolle (CIL 12 ,2833a), ove si tratta di
questioni femminili; dallo stesso santuario di Corcolle proviene una
dedica a Venere del III secolo a.C., da poco rinvenuta (gennaio
1997).
L'epiteto "Iovia" compare infine in un altro santuario italico, quello di Mefite a Rossano di Vaglio in Lucania, in un contesto di cui non è stato chiarito il significato. In un angolo della grande area scoperta vi è un monumento interpretato come due altari gemelli con la dedica posta per decisione del senato, l'uno a Giove, e l'altro ad una divinità intesa stranamente come "Ioviae dominae", alla Signora Giovia. In effetti non abbiamo due altari, bensì due basi di statue. La posizione dei piedistalli, in un angolo della platea e a ridosso di un muro, non è idonea per collocarvi altari. Inoltre la seconda base, quella dedicata ad un'entità giovia femminile, non riguarda una divinità ma un personaggio mitico. È infatti necessario integrare il testo riconoscendovi Diomeneia, figlia di Arcade e nipote di Zeus, che ci è nota per una statua bronzea nell'agorà di Mantinea, vista da Pausania (X, 9. 5-6). La relazione peloponnesiaca, e la mediazione di ambienti della Magna Grecia per la sua penetrazione in Lucania fino al santuario di Rossano di Vaglio, sono confermate da un altro testo parimenti frainteso (RV 35; L. Del Tutto Palma, in SE 55, 1989, 366s.), ove occorre riconoscere la menzione della ninfa Oina: "Numiso Mefitano, Numiso Mamertio, Oenae ny[mphae]". Oena, il cui nome è connesso con il vino, ed è quindi legata a Venere, è nota per uno specchio di produzione magnogreca della prima metà del III secolo a.C. (LIMC VII, 1, 17), ove è raffigurata in una scena dionisiaca con altre due menadi, Trieteris e Phallodia. È però anche nota, come ninfa, in altri contesti mitologici, variamente associata: - Oino, una delle ninfe a cui Dioniso aveva attribuito il compito di riprodurre i doni della natura: presente su due vasi apuli a figure rosse (340-330 a.C.), - cfr. D. Lyons, "Gender and Immortality" (1997) 221; - Oinoe: ninfa attica (LIMC sv. Oinoe I); - Oinoe: ninfa arcadica, madre di Pan e nutrice di Zeus (LIMC sv. Oinoe II), già raffigurata su un altare del tempio di Atena Alea a Tegea (Oinoe con Zeus bambino), ma di cui abbiamo solo resti architettonici del IV secolo a.C.; - cfr. Paus. VIII, 47.3. A rapporti con ambienti peloponnesiaci, e questa volta con la Laconia, sembra ricondurre ancora un'iscrizione di Rossano di Vaglio (RV 52; L. Del Tutto Palma, cit., 367s.), un'altra dedica di un dono a Numisus Mefitanus posta dai Thalamatai: non vi è infatti modo per integrare diversamente la parola mutila con cui inizia la dedica. La struttura del testo ammette solamente un genitivo plurale, e quindi un etnico: "Thalamatum", dei Thalamati. Non è infatti proponibile l'integrazione "dicatum", con un participio in posizione iniziale. Thalamai era una città illustre per i suoi culti, e in particolare per quelli dei Dioscuri, di Pasiphae e di Ino. Ino era l'altro nome di Leukothea, e Leukothea nella tradizione italica era assimilata ad Albunea, ossia Mefitis - cfr. L. Preller, Rom. Myth., II, 144 s. |
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Viene dunque rappresentata nel santuario di Rossano di Vaglio una
tradizione relativa ad origini arcadico-pelasgiche dei Lucani, così
come i Sanniti potevano vantare origini spartane. Tramite Diomeneia
i Lucani avevano istituito, senza rinnegare le evidenti origini
comuni con i Sanniti, una loro ascendenza divina e una provenienza
dall'Arcadia. Diomeneia doveva quindi costituire, tramite la sua
discendenza, l'elemento di connessione con la tradizione italica,
testimoniata nel santuario di
Mefite
dalla presenza di altre divinità, come Numisus Mamertius (cfr. il
latino Numisius Martius, CIL 12 32, 33, 2435; Mars sive Numiternus
ad Atina, CIL X, 5046, ove è anche Mefite, CIL X, 5047) e Venere
Mefite, o Mefitana (RV 5). Si chiarisce così anche il significato
dell'iscrizione di Rossano (RV 28) che ricorda le statue bronzee dei
re i quali devono essere dunque i Dioscuri.
E' difficile spingersi oltre se non sul terreno delle ipotesi, ma è da pensare che il fondatore del popolo lucano, il parallelo del sabino "Como Castronio", fondatore del popolo sannitico, fosse un eroe figlio di Diomeneia e di una divinità, forse Marte: Numisus Mamertius? Numisus Mefitanus non è certamente la stessa figura, come si è creduto (Lejeune). E' forse figlio di Numisus Mamertius e di Mefite? Se così fosse avremmo una tradizione sulla genealogia del fondatore del popolo lucano (è noto solo il nome di un re, Lamiskos: Aristot. fragm. VIII, 45, 611, 48): |
Zeus - Kallisto
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Arkas
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Diomeneia - Mamers
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Numisus Mamertius - Mefitis
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Numisus Mefitanus
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Il nome di Marte legato ad una notizia sulla pratica della "hierodouleia"
in ambiente sabino (Dion. Hal. II, 48,1-4) e così la connessione di
Mefite
con Venere, suggeriscono che anche nel santuario lucano fosse
praticata la prostituzione sacra. Ulteriori indicazioni provengono
forse dalla strana coincidenza che a Rossano è presente in un'altra
iscrizione (RV 51) il gentilizio Slabies, alquanto raro, che
a Herculaneum compare nella formula onomastica di un magistrato, L.
Slabiis L., in una dedica (Vetter 107) a Venus Erycina, Herentatei
Herukinai, il cui culto era sicuramente praticato, come del resto
anche a Roma, dalle meretrici.
Un decreto istitutivo della prostituzione sacra emanato con riluttanza a Locri Epizephyrii nel IV secolo a.C. è ricordato da Giustino (XXI, 3, 2-7). È ben probabile che la pratica, certamente non più in grande uso nel corso del III secolo a.C., venisse ripresa dopo la seconda guerra punica negli ambienti dell'Italia centrale, e in particolare tra i Peligni e i Marrucini, destinandovi prigioniere ridotte in schiavitù, con il fine di ripristinare la floridità di santuari decaduti per le devastazioni annibaliche. |
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Tratto da "I
Luoghi degli Dei - Sacro e natura nell'Abruzzo italico" |
La Dea Madre Peligna
Nelle vicinanze del Castello dell'Orsa, nella zona sita tra Castro di Pratola e le pendici (lei Monte Morrone, fra Roccacasale e la zolla archeologica Morronese, vi sono delle mura poligonali II° maniera chiamate comunemente "Centro Fortificato Peligno". Topograficamente la zona si localizza nel foglio 146 della carta d'Italia, il quadrante N. E. intorno alle coordinate 42° 06' 16" lat. Nord e 1° 27' 44" long. Est. In questo luogo, e precisamente ai piedi del muro Sud-Ovest, fu rinvenuto un idolo in terracotta appartenente ai prototipi dell'arte Cicladica antica, molto simile a quello in marmo trovato a Senorbi (Sardegna) risalente al principio del II° millennio, conservato nel Museo Archeologico di Cagliari.
L'idolo in terracotta colpisce non solo per la sua sconcertante stilizzazione, ma per una iscrizione sui petto, certamente sinistiofedica. e per l'emblema della bipenne. L'iscrizione è composta di 23 caratteri appartenenti a scritture pre-alfabetiche quali l'antico Minoica lineare (XIX sec, a.C.), il Sinaitico, il Fenicio e il prototipo Etrusco.
La
Dea Madre Peligna, così chiamata dal luogo del ritrovamento, viene a
collocare questa vallata in un piano di primaria importanza nella origini del
pensiero religioso presso i più antichi abitatori della penisola. La Dea Madre è
stata probabilmente la prima divinità immaginata dallo spirito umano, ed il suo
simbolismo infatti è una caratteristica predominante nei reperti archeologici
del mondo più antico. Si è stabilito che il culto della Dea si concentrò
dapprima sul mistero della nascita (perciò si mettevano in risalto le funzioni
materne della donna, mettendo in evidenza gli attributi erotico-sessuali nelle
svariate figurette nude connesse ai riti della fecondità), ma con l'avvento
della pastorizia e della agricoltura si andò sempre più chiaramente diffondendo
la figura di una dea che personificasse dette funzioni. Verso la fine del III
millennio a. C. ed il principio del II, qualcosa venne a modificare le profonde
ed ataviche abitudini degli abitanti della vallata. Alla vita selvaggia ed
istintiva, va pian piano sostituendosi un'attività organizzata, stabile, intesa
a migliorare le condizioni dell'ambiente, ad accrescere la produttività delle
piante commestibili ed a favorire il moltiplicarsi degli animali produttori di
carne, latte e pelli.
Un apporto determinante fu dato dal giungere in questi luoghi di genti provenienti dal Medio Oriente attraverso il Mediterraneo Orientale e l'Adriatico, in conseguenza delle antiche "Primavere Sacre", o di vere e proprie migrazioni, o di attività commerciali (cultura Daunia e interscambi con la cultura di Ripoli limitatamente alla fascia costiera). Queste genti si stanziarono nel territorio e nel tempo si fusero con le popolazioni del luogo, o meglio le assorbirono nel loro tessuto sociale e religioso.
Tutto ciò accentua la differenziazione dell'uomo dalle altre specie inferiori, avendo egli assunto una visione distaccata ed autonoma del inondo in cui viveva e degli eventi. Sorsero nuove situazioni e nuovi problemi, come il dominare la natura, ottenere su di essa il sopravvento sia migliorando le tecniche e gli strumenti di cui si era fatto padrone, sia facendo appello a forze magiche e soprannaturali delle quali incominciava ad intravedere un'intima relazione con il mondo visibile.
Tutto l'invisibile è concentrato nella Dea Madre.
E' più naturale cercare di entrare nelle Sue grazie che porre riparo agli errori della mano ed alle deficienze dell'attrezzo.
La si placa con buone parole: è la preghiera.
Con piccoli e grandi doni: è il sacrificio.
La si stordisce con implorazioni: è il sortilegio.
La si ipnotizza con un oggetto: è il talismano.
Si concentrano il suo furore o le sue grazie in un simulacro: è l'immagine, il segno, la statua.
Un principio generale rende conto di queste attitudini: l'animiamo.
Una pratica universale illustra queste reazioni: l'arte.
L'arte della tarda età della pietra riflette chiaramente la funzione magica e incantatoria che fu all'origine delle più antiche espressioni artistiche dell'uomo. Una approfondita indagine archeologica ha dimostrato che le ceramiche, le statuette le suppellettili funebri non avevano lo scopo di decorare il sepolcro o di essere un segno di affetto o di cordoglio, ma erano in primo luogo strumenti creati dall'uomo per lottare contro la morte definitiva; tuttavia è soltanto con l'avvento della nuova economia agricola che la lotta contro la morte si esplica attraverso un complesso rituale, sostenuto da un principio di rinascita, di resurrezione e di rigenerazione.
Questa esperienza insegnava all'uomo che ogni forza vitale proveniva dalla terra, poiché solo a contatto di essa possono germogliare i semi, crescere le piante, maturare i frutti.
Nel connubio visibile-invisibile la terra viene considerata origine di tutte le cose e di tutte le forme viventi: la Grande Madre, la Matrice Universale, la Dea Madre; e tutto ciò che si chiama vita e morte sono sol tanto due diversi momenti nel totale destino della Dea Madre stessa: il distacco dalle sue viscere e il ritorno alla propria casa.
Ecco che si spiegano la grande importanza attribuita in questo periodo al rito funebre o le enormi energie spose dalle comunità per erigere tombe maestose e ricche. Vengono scavate le tombe rupestri, innalzati i sepolcri megalitici, i menhir e i dolmen, scopo dei quali è quello di assicurare la resurrezione magica dello spirito del defunto, di evitare il suo annullamento o la sua dispersione definitiva. Si cerca insomma di evitare che riducendo le forze vitali si possa modificare l'equilibrio statico del l'universo, origine questa di grandi disgrazie e di sterilità.
Il culto della Dea Madre, messo in relazione col ciclo delle stagioni, con i corrispondenti riti agresti e con Il processo di riproduzione, diviene la fonte di tutte le forze generatrici della natura, ed è direttamente responsabile della periodica rinascita della vita in primavera dopo lo squallore dell'inverno.
Il culto originario della Dea Madre subì un cambiamento di sesso (e si ebbe il culto del toro) quando si propagò verso Occidente. Questi popoli. infatti, vedevano nell'elemento maschile la possanza fecondatrice originaria, o nell'elemento femminile una subordinazione, pur riconoscendo a quest'ultimo una primaria importanza nella procreazione, nella nascita e nella vita.
Il culto della Dea Madre, dunque, antecedente al culto del toro, era accennato soltanto in località insulari; ora, invece, viene ad essere con fermato nella penisola. Fatto importantissimo, questo, per la Valle Peligna, giacché questo idolo in terracotta, questa Dea Madre Peligna dalla iscrizione sinistiofedica e dalla bipenne, viene a collocare la zona in una delle più antiche ere della civiltà.

AREKABE CHESHIW CATEBE TELA(-)REPE SHIAAKEHA
ASTAAT (1)
ARKAIIITE HISHIW CATII3E TILLI(-)REPE SHIAKEHA
ASHITAT (2)
(1) Noi (Peligni) nel Sacrario della Dea silenziosi preghiamo dopo il sacrificio degli uccelli affinché la nuova stagione sia propizie.
(2) Nel silenzioso recinto della Dea abbiamo sacrificato gli uccelli per la certezza che la nuova stagione sia propizia.
Nell'orizzonte magico del mondo paleolitico la rappresentazione della donna nuda che pone in evidenza gli attributi del sesso e della maternità era considerata come un proiettore di mana: fabbricando statuette del genere l'uomo compiva un rito inteso ad assicurare prosperità e abbondanza. Gli Italici veneravano Mater Matùta, Dea della luce mattutina (che sconfigge le tenebre) e delle nascite. Nella forma Maatùis Kerriiùis delle tavole iguvine si ha Matùta-Kerrio: associazione di due dee che conservano intatto l'antico culto pre indo-europeo della generazione, delle fonti, delle acque e delle piante come Herentas, la "Venere degli italici". La derivazione di queste dee dalla Dea Madre è evidente, perché analizzandole singolarmente, troviamo in esse gli attributi, i riti e i miti originari della dea stessa, anche se, più volte, una ha gli attributi delle altre. Il pantheon italico è ricco di parallelismi con il culto Medio-Orientale. Infatti lo stesso Ovidio consigliava le madri a non rivolgere preghiere a Mater Matùta, perché la Dea fu madre infelicissima come la Mater Dolorosa e come Demetra per il rapimento della figlia Persefone.
Herentas, dea dell'amore, dal suo nome astratto di « desiderio a, nel tempo ha perso il suo originario significato carnale tanto che nella iscrizione di Corfinio la si invoca perché, fra l'altro, procuri ricchezze.
Nella iscrizione della chiave di Tufillo e di una pietra di Ercolano si legge ad Herentas Ericina a, dunque è nell'orbita della Afrodite greca e della più antica Dea Madre.
Torsa e Cerfia, anche loro come le altre, si scambiano gli attributi di dee della natura e dell'amore, anche se nelle invocazioni per l'allontanamento degli stranieri non viene chiamata Torsa-Cerfia ma Torsa-Jovia, attributo questo che ci riporta all'antica Dea Madre che, sotto il mito di vacca, giovenca o toro, ha portato nella zona italica gli stranieri medio- orientali. Si ha anche una versione maschile della Dea Cerfia: Cerfio, Dio delle acque invocato anch'esso per la maledizione degli stranieri.
Nella iscrizione peligna di Corfinio si trova "Cerfum Sacaracirix", sacerdotessa dei Cerfi, che possiamo collocare nello stuolo, e in linea diretta, alle più antiche sacerdotesse della Dea Madre. Una conferma maggiore ed importante della provenienza del culto ci è data dalla targhetta di piombo rinvenuta nella necropoli di Anversa degli Abruzzi, dove viene menzionato specificatamente nel vocabolo etrusco di "Istaralthi " il sacrario della Dea Ishtar.
La Dea dei Marsi, Angizia, è da includere fra quelle che derivano dalla Dea Madre, anche se può sembrare in antitesi con la Dea Cubra (in latino Bona Dea) della quale abbiamo alcune iscrizioni con attributo di Cerria, (a Sulmona Anacete Cer(r)ia, a Corfinio Anaceta Cerria e con l'attributo probabile di Jovia in un anello d'oro a Isernia).
Queste divinità nazionali eminentemente protettrici della natura e dell'amore, in un quadro successivamente più generale, assumono tutte l'attributo di Marte.
Altra derivazione della Dea fu Bellona, onorata sotto l'aspetto di Dea della natura o di dea guerriera. Questa dea amava essere onorata soltanto con il sangue umano e si rappresentava con in mano una verga tinta appunto di sangue. E' da notare che il sangue umano e quello del toro nel sacrificio alla dea hanno stessa ed identica funzione, perché il ferito, nell'offerta alla dea del suo sangue, si immedesimava nel sacro toro.
I suoi fanatici sacerdoti, i Bellonari, si trapassavano il corpo con le spade o si praticavano orribili ferite con asce bipenni e offrivano alla dea Bellona il sangue che ne sgorgava. Il popolo italico, come successivamente i romani, li stimava e onorava come re. I guerrieri italici offrivano a lei le ferite ricevute in combattimento.
La statuetta in bronzo di Rapino, interpretata da E. Galli come Dea Madre, e la testimonianza di una certa Cerria-Giovia attestata nel bronzo di Rapino stessa, ci confermano il culto e la sua persistenza nel tempo.
LA DEA MAJA
Maia o Maja, era una delle sette Pleiadi, figlie di Atlante e Pleione, perciò era chiamata pleiade. Le Pleiadi furono partorite nella mitica Arcadia in una fenditura del monte Cillene. La più gran de e la più bella era Maja amata da Zeus a cui diede un figlio Ermete, sposò Vulcano, il dio del Fuoco; poi vi erano Elettra che fu resa madre sempre da Zeus, concepì Dardano: Taigete, che diede a Zeus Lacedemone; Asterope partorì Ares, il dio della Guerra e Enomao; Alcione e Celano furono le amanti di Poseidone, il re del mare; infine Merope madre di Glauco e compagna di Sisifo. Esse morirono di dolore e furono trasformate in stelle a causa della morte del fratello Tante, che peri mentre cacciava in Libia, dove fu aggredito da un anima le selvaggio o morso da una serpe. In un'altra versione del mito si dice che mentre si trovavano in Boezia con la madre furono viste dal cacciatore Orione, che innamoratosi folle mente di tutte le voleva possedere, ma esse si rifiutarono e così, dopo cinque anni di inseguimenti, Zeus le trasformò prima in colombe poi in stelle; anche il loro inseguitore fu tra sformato in stella insieme al suo cane. Le Pleiadi sono un gruppo di stelle, chiamate anche le Gallinelle, poste tra le ladi, l'Ariete e Perseo. Questo ammasso stellare è costituito da nove stelle: Alcione, Elettra, Maja, Atiate, Merope, Taigete, Asterope, Pleione, la mitica oceanina e Celano. Le ladi, nella mitologia greca erano le sorelle delle Pleiadi, sono di numero variabile, le più conosciute, comunque, sono sette: Polissa, Ambrosina, Dione, Endora, Fesile e Feo. Esse, chiamate anche le "Ninfe di Nisa", furono le balie di Dionisio fin ché, per timore di una rappresa glia della moglie di Zeus, affidarono a mo il bimbo e andarono a rifugiarsi presso Teti che le trasformò in stelle. Questo gruppo stellare fa parte della costellazione del Toro e sorge in maggio; gli antichi ritenevano che, loro levarsi, apportava tempo piovoso. Orione era la personificazione della sua costellazione. Era detto il Bellissimo, poiché amato dall'Aurora; era un gigantesco e feroce cacciatore che camminava in mezzo al mare con una enorme spada fiammeggiante che arrivava fino alle stelle e con essa uccise Artemide. La ninfa Maia era, come abbiamo detto, la più bella e la più vecchia delle Pleiadi, essa era, inoltre, la regina delle mitiche amazzoni, che secondo una leggende erano delle guerriere gigantesche e feroci, che si deturpavano il corpo, amputandosi il seno destro, per racchiudere in se il dualismo androgino. Essa fu amata da Zeus al quale diede il figlio Ermete; una volta suo figlio si ammalò e lei partì con alcune compagne dalla Grecia alla volta dell'Italia, per salvare il figlio morente. Approdò presso Ortona e da qui andò sul monte Pallano alla ricerca del l'erbe miracolose, ma non trovò niente, così si spostò sul massiccio che poi avrebbe preso il suo nome e qui il bellissimo ed enorme figlio, dagli occhi verdi come i boschi che coprono i fianchi della nostra montagna, gli spirò tra le braccia e in ricordò di questo Zeus la trasformò nel massiccio montuoso della Majella, che se la si guarda da una particolare angolazione, sembra una madre che regge tra le braccia il corpo senza vita di un figlio. Questa leggenda nasce dal ritrovamento di alcuni scheletri enormi alle falde del Monte Pallano e a Civitella del Tronto. Maja era la Grande Madre degli antichi Italici e fu associata con la dea Bona, la universale Madre Terra divinità delle fecondità, poi il sincretismo cristiano la tra sformò nella Madonna. Molti sono gli elementi che legano questa dea pagana alla nostra Regina dei Cieli, madre di Gesù; per esempio, il mese di maggio è dedicato alla Madonna, questo mese era quello con sacrato alla dea Maja da cui prendeva anche il nome. Essa era il nume dell'abbondanza e della fertilità e da e per mezzo di lei tutto il creato si era sviluppato, la vergine Maria è la madre di Gesù e indirettamente la Madre Universale per eccellenza, poiché salvandoci dal peccato originale, ci ha dato nuova vita!! La dea Bona Maja, aveva come animale sacro il serpente, simbolo della rigenerazione della vita nonché sua personificazione, per gli antichi, rappresentazione del demonio, dal medioevo in poi, viene schiacciato dal tallone della Madonna che vince così il male. Questi sono solo pochi degli elementi che legano la Vergine Maria a una delle più potenti e venerate dee sue antesignane.
Racconta una leggenda che Maia,
figlia di Atlante, la più bella delle
Pleiadi, amata da Zeus, fuggì dalla
lontana Frigia, attraversando il mare con
una zattera insieme a suo figlio, il gigante
Ermes. In Adriatico naufragò perdendo il
suo unico figlio e, disperata morì di
crepacuore e fu sepolta fra le rocce della Majella.
Ancora oggi nelle notti di bufera, quando
il vento attraversa tagliando furente boschi
e valloni, si può ascoltare l'urlo doloroso
della madre sconvolta dalla morte del figlio.
E' forse per ciò che narra quest'antica
leggenda che l'appellativo con cui più
frequentemente si definisce la Majella è
quello di "madre". Del resto,Maia era
anche la divinità italica, figlia di Fauno e
moglie di Vulcano, considerata "la grande
madre" da cui dipendeva l'abbondanza dei
raccolti. Maia rappresentava il risveglio
della natura, il ritorno alla vita dopo il
lungo e freddo letargo invernale.
Statue romane ritrovate nel sito archeologico "Lucus Angitiae".
Raffigurano divinità matronali del II secolo a.C.
Si tratta di statue che raffigurano divinità matronali. La prima, rinvenuta nel 2004, è di marmo, quasi integra e alta 70 centimetri. La seconda, sempre di marmo, è frammentaria.
L'ultima, rinvenuta nella notte tra domenica e lunedì, è in terracotta, acefala (senza testa), raffigurante una donna seduta in trono e alta 90 centimetri.
Il sito archeologico di Luco dei Marsi sorge sull'area di un bosco sacro dedicato alla Dea Angizia.
Gli scavi sono iniziati nel 1998, quando il primo tempio era già visibile. Poi è stato scoperto un secondo tempio, con ambienti annessi e delle tombe relative a fasi post-classiche, quindi successi ve al tempio.
Le statue sono state rinvenuto proprio in uno degli ambienti annessi al secondo tempio. Tra gli altri ritrovamenti ci sono degli oggetti in ferro come lance, spiedi e sta tue. Agli scavi stanno lavorando le archeologhe Daniela Villa e Daniela Liberatore della Soprintendenza archeologica di Chieti. Grande lo stupore delle archeologhe quando dalla terra sono venute fuori, una dopo l'altra, le statue.
Siamo molto soddisfatte, hanno dichiarato, «questo tipo di rinvenimenti capitano molto raramente nella vita di un archeologo». «Scoperte del genere», ha affermato Daniela Villa, «ripagano di tutti gli sforzi e il tempo dedicati al sito».
«Nello stesso tempo, però», le fa eco la collega Daniela Liberatore, «siamo distrutte perché abbiamo dovuto lavo rare in continuità, anche di notte, a causa dei furti subiti negli scavi».
Le archeologhe, negli ulti mi cinque mesi, hanno presentato tre denunce ai carabinieri dopo aver ritrovato dei buchi all'interno dei quali potevano trovarsi altri utensili archeologici
Questa situazione ha impedito alle due esperte e a tutto lo staff di effettuare pause dopo il ritrovamento della prima statua.
Infatti era alto il rischio che qualche saccheggiatore potesse impossessarsi dei ritrovamenti in questione. In due occasioni, inoltre, qualcuno ha tentato di forzare la porta della baracca all'esterno del sito.
IL BALZOLO TRA LEGGENDA E NATURA
PENNAPIEDIMONTE - Nei pressi di Pennapiedimonte, nella parte alta del paese, si apre una profonda valle che definisce la caratteristica morfologica dell'intera area posta alla base del massiccio della Majella. Sudi un lato di questa valle, collocata a presidio, si è arroccato il paese dl Pennapiedimonte che ha una caratteristica conformazione, avvinghiato ad uno sperone di roccia. La valle da cui si genera questo sorprendente effetto appartiene al fiume Avella, che nella sua drammaticità, impressiona chiunque la visiti. Inerpicandosi verso questo luogo, la natura ci sembra appartenere ad immagini provenienti dalle Alpi o da posti dove essa è maestose, a dir poco brutale. Siamo Invece nel parco Nazionale della Majella che in questi luoghi esprime aspetti vigorosi, pieni di sacralità. Nel punto più alto di questa conformazione rocciosa, cioè dal Belvedere "Balzolo", si possono ammirare le scoscese rocce sul fiume Avella ed il "Vallone delle Tre grotte", detto vallone si estende per mt. 9.375 a ridosso del paese con una larghezza di mt. 5.000. Questa è una valle in contaminata, essa, prende nome da tre ricoveri pastorali: "La Ruttilicchie", Tre Grotte" e "Stazzo del Faggio" che vi si trovano. Nella roccia sovrastante il paese, la tradizione vuole vedere la rappresentazione della dea "Maja", chiamata anche "La Donna Seduta". Secondo un'antica leggenda, Maja fuggì dal la Frigia insieme con l'unico figlio "Mercurio" un gigante dalla forza esuberante. Giunta su di una zattera nei pressi di Ortona con il suo diletto ferito a morte, per paura di nemici che la inseguivano, condusse lo stesso Mercurio fra le selve e le rocce impervie di queste montagne. Il giovane ben presto morì. Maja, angosciata, lo pianse per lungo tempo. Disperata morì di crepacuore. I suoi fedeli la seppellirono nelle rocce della Majella. Ancor oggi il fischio del vento che agita le foglie, il fragore delle rocce che disgregandosi precipitano nei valloni, non sono altro che la voce della madre di Mercurio, "Maja", nella disperazione con cui ancor oggi piange la perdita del suo unico figlio. La valle esercita un forte richiamo per quanti amano la montagna, per gli appassionati di Trekking, mountain-bike, speleologia, free-climbing, e amatori delle bellezze naturalistiche in genere. L'aspetto della vegetazione è uno dei più interessanti. La Majella, infatti, è conosciuta da molti anni fra i botanici di diversi paesi perché nel suo abitato, sono state individua molte varietà di piante da qui l'aggettivazione "Majellensis". La morfologia e la posizione geografi-ca hanno dato origine a molti tipi di piante, fra cui endemismi che non si trovano in altro parti d'Italia e numerose specie rare. Le più interessanti sono protette dalla Legge Regionale: Stella alpina appenninica,Adonide distorto, Violetta della Majella, Ranuncolo della .Majella, Genziana maggiore, Genzianella, Artemisia petrosa, Achillea magellense, Sassifraga italica, Anemone, Pontetilla appenninica, Viola della Regina Eugenia, Bella donna, Verbasco, Giglio rosso, ecc.. Di notevole interesse è .l'estensione del Pino mugo che è la più importante dell'Appennino e la varietà endemica di Pino Nero. D'altro canto anche la Fauna di quest'area è ricca di interesse. Possiamo ancora trovare presenti, diverse specie di animali: Aquila reale, Poiana, Gheppio, Gufo reale, Gracchi, Coturnice, Lupo appenninico, Martora, Scoiattolo meridionale, Ghiro Gatto selvatico, Picchio venie e rosso, Rondone alpino, Picchio muratore, Fringuello alpino, Upupa, Crociere, Salamandra. Di enorme importanza è la presenza del Piviere tortolino, raro uccello, tipico della tundra artica, che qui ritrova le stesse condizioni di vita. Tra gli invertebrati vi sono tre coleotteri che vivono solo sulla Majella: Trechus montis-majelletae, Trechus controversus, Leistus glacialis glaciahs.
LA LEGGENDA DEL MONTE CERRO
Si narra che anticamente un signorotto di Fossa chiese che ognuno pagasse, come tassa, tutto il raccolto di grano. Il grano venne tutto raggruppato su una piana. Un giorno, passò Gesù sotto le spoglie di un mendicante e chiese un po' di grano al signorotto; quest'ultimo glielo negò e Gesù, per punire la sua avarizia, trasformò quell'enorme montagna di grano in un ammasso di pietra, il Monte Cerro.
Particolare di Anversa
Anversa degli Abruzzi si protende nella Valle del Sagittario da uno sperone di roccia, in bilico in un pittoresco scenario di boschi e di orridi scavati dalle acque. Ad osservarlo dall’alto, l’assetto urbano, appare allineato su due assi che, partendo da un punto comune costituito dalla torre, vanno man mano divaricandosi come i bracci di un compasso.
In effetti, assecondando il crinale, il centro storico, che come tutti quelli di origine alto-medioevale si diparte dal castello, non potrebbe avere altra forma, sicché lo stemma comunale che porta come insegna un compasso, intorno al quale si affronta, formando un armonioso nodo, una coppia di serpenti, non sarebbe che il blasone, per quanto singolare, di un dato di fatto che scaturisce dalla particolare morfologia del luogo.
Del resto non sono rari, specialmente tra la sfragistica civile settecentesca a volte particolarmente bizzarra e fantasiosa, i casi di sigilli con vedute di luoghi o cosiddetti parlanti”. Ma quello di Anversa non nasce in questa temperie e soprattutto non nasce con la specifica funzione di bollo comunale.
Un bassorilievo con queste insegne appare la prima volta sulla facciata della Madonna delle Grazie, innalzata tra il 1540 e il 1587, accanto a quello riproducente lo stemma araldico dei Belprato, e ha tutta l’aria di essere una raffigurazione simbolica, poiché la chiesa fu costruita per volere di Gianvincenzo Il, in memoria della moglie Virginia Orsini, prematuramente scomparsa. Si narra, infatti, che, in seguito alla morte dell’a mata e giovane consorte, Gianvincenzo si chiudesse in un atteggiamento mistico e visionario a cui sembra alludere anche la ricca decorazione esoterica presente sulla facciata, a cominciare da un Cristo, calato nel sepolcro da due Marie.
Molte sono le congetture che si possono avanzare sul significato dell’insegna, ma tutte sembrano ricondurre alla sfortunata vicenda dei due coniugi.
Quando si consideri che l‘antico stemma degli Orsini porta in arme i serpenti, allora la prima lettura potrebbe interpretare il viluppo ofidico come rappresentazione della passione suscitata dalla moglie morta, mentre il sestante altro non sarebbe che il marito stesso che do mina e misura l’empito sentimentale.
Qui si consideri, poi, che il compasso è simbolo di conoscenza trascendente, il fatto che quello di Anversa sia aperto a 45 gradi, potrebbe indicare uno stato spirituale ancorato alla materia e succube della variabilità delle passioni,
rappresentate, in questo caso, dalle serpi. Quando infine si consideri che il compasso è anche attributo dell’antico Saturno, misuratore delle terre e del tempo, il dio meditativo “triste e taciturno che avanza zoppicando alla ricerca della pietra filosofale”, allora esso diviene rappresentazione della malinconia contingente alla quale si oppone il cerchio dei serpenti salvifici, immagine di catarsi e archetipo del tempo ciclico e dell’eternità.
Il bassorilievo quindi, più che far riferimento al blasone comunale potrebbe dichiarare, sub velamine symboli, un’intima connessione spirituale tra Gianvincenzo Il e Virginia Orsini. Esoterismo e ricerca spirituale furono sempre praticati dai Belprato che proprio ad Anversa fondarono I “Accademia degli Addormentati” a cui sembra aver partecipato anche Torquato Tasso, e che richiamò l’attenzione di umanisti, letterati, scienziati e uomini di chiesa come Fianco Caruso, Vescovo di Valva e Sulmona. Il nome stesso dell’associazione, che alla ragione contemporanea suona alquanto stravagante, al contrario evoca, secondo le categorie filosofiche del Seicento, una condizione di sonno spirituale a cui consegue il risveglio in un livello superiore di conoscenza. La dinastia dei Belprato si conclude nel 1606, quando Virginia sposa Tommaso di Capua, consegnando il feudo alla famiglia del marito che lo manterrà per 133 anni, ma serpenti e compassi continuano a connotare Anversa, non solo come stemma,
Risalendo le strette vie che portano alla sommità dell’area castellata, ridotta, già con il terremoto del 1706, ad una scenografica quinta di suggestive rovine, si incontra una teoria di case costruite in solida pietra lavorata, ingentilite da stipi ti e archivolti decorati, da armoniosi vignali che coprono l’ingresso ai piani superiori, da belle finestre squadrate.
I caratteri architettonici riferiscono gli edifici tra il sedicesimo e il diciottesimo secolo, quando Anversa era un fiorente centro dell’economia armentizia e le ricche famiglie dei locati, pur nel rigore di un’austera e atavica parsimonia, non lesinavano i denari destinati ad accrescere il decoro delle proprie abitazioni e il prestigio familiare.
Segno ed esibizione dell’affidabilità economica raggiunta era una massiccia e confortevole casa. Fu così che il paese divenne un centro di valenti artigiani e soprattutto di rinomati maestri muratori, allo stesso tempo architetti e lapicidi, che operavano anche nei centri vicini. Ad essi si deve l’esecuzione dei decori in chiave di volta delle porte, un universo carico di simboli a volte criptici, a volte espliciti, a volte infine fantasiosi.
Accanto a mascheroni, fiori, arieti, appaiono conchiglie, ancore, stelle o vere e proprie sequenze simboliche come l’architrave datato 1566, e posto su un edificio ubicato al n. 30 di via Porta Maggiore. Su di esse appaiono, simmetrica mente ripetuti, i serpenti, i pesci, una coppia di spade, un cerchio inconchiuso, o omega che dir si voglia, che qualcuno ha voluto leggere come due ferri di mula.
Infatti si è pensato di poter interpreta re l’architrave come un riferimento al patronato ofidico di San Domenico Abate, il cui culto è particolarmente sentito a Cocullo, paese che dista pochi chilometri da Anversa. Il pesce e il ferro di mula, secondo questa interpretazione, farebbero riferimento a due celebri miracoli e la lastra costituirebbe il termine a quo fissare l’attributo del serpente nella iconografia e nella devozione di questo Santo.
Tuttavia, i più recenti studi in materia, tendono ad escludere che il bassorilievo celebri il culto domenicano, cosicché è molto più probabile che costituisca una sorta di rebus che celi, secondo un modello proprio della cultura tradizionale, un augurio di prosperità e di forza per i proprietari della casa.
Ma se compassi e serpenti appaiono ad Anversa nella seconda metà del Cinquecento, se conchiglie, ancore e arieti seguono in un torno di tempo successi vo e se tutto è riferibile ad una persona le, per quanto interessante, propensione alla decorazione criptica e simbolica, al meno alla fine del Settecento datano due portali, il cui fregio non può essere né improvvisato, né casuale. Un terzo, alquanto rovinato dal tempo, rientra nella stessa temperie. In essi è rappresentato un compasso accavallato anteriormente con la punta sinistra e posteriormente con la destra su una squadra.
La composizione è sormontata da una stella posta sopra lo snodo del sestante.
Al momento, poiché questa è una ricerca ancora aperta, non sappiamo chi furono i primi proprietari di queste due case, ma in ogni caso è chiaro che vollero orgogliosamente dichiararsi compagni frammassoni e appartenenti ad una scuola che, nel paese dei compassi, suscitò parecchi consensi se, gli anversani, aderendo all’idea francese, il 4 ottobre del 1799 tentarono di scuotersi dal giogo feudale e di costituirsi in governo autonomo.
Il fatto ebbe enorme risonanza in tutto il regno tanto che il “Diario napolitano”, qualche tempo dopo, ebbe a scrivere “in un luogo d’Abruzzo, feudo dei marchesi di Raiano, la popolazione ha preso le armi per non volere riconoscere superiori e volersi governare da sé: il luogo è detto Anversa”.

Sant’Eustacchio guerriero – battaglia dei Romani contro i Prati. A Traiano aveva possedimenti. Ucciso dentro un bue di bronzo a Roma. Conversione- benedizione – battaglia - entrata a Roma - morte.
Come schietti e appassionati si rivelano il culto del lavoro e della casa e il sentimento dell’amore attraverso i canti e alcune usanze del popolo abruzzese, altrettanto profondo e sincero appare il suo sentimento religioso, che trova espressione in un grande numero di festività religiose, quasi sempre di origine e di natura propiziatoria. Accanto alle solennità dell’anno che si usa celebrare in ogni regione, come il Natale, l’Epifania, la Pasqua, ecc., e che pure giova analizzare perché l’anima popolare abruzzese le ha arricchite di significative usanze e credenze, prendono posto altre festività tipiche delle diverse comunità rurali che richiamano, in occasione della loro celebrazione, fedeli da ogni parte della regione. Cosi da maggio a settembre, il periodo dell’anno più ricco di feste religiose, masse di contadini e di pellegrini si spostano da un santuario all’altro dell’Abruzzo, con la comune speranza della protezione del santo venerato. Il mese di maggio rappresenta il boom delle feste religiose. Partono le compagnie, soprattutto per Bari per pregare S. Nicola; quasi tutte le domeniche si festeggia nei vari comuni un santo protettore: S. Domenico a Pretoro la prima domenica di maggio, S. Mauro a Bomba, protettore delle malattie reumatiche, il Volto Santo a Manoppello, e altri santi. Nel corso di giugno, luglio e per tutto l’arco dell’estate, fino agli ultimi giorni di settembre, si susseguono le feste a ritmo più o meno serrato.
Un tempo i fedeli si riunivano in gruppi, formando le cosiddette « compagnie » e si recavano a piedi al santuario del santo venerato con una marcia che a volte durava giorni interi.
In questo modo, attraverso la fatica del viaggio, ci si voleva rendere degni di accostarsi al santo e nello stesso tempo renderlo pi propizio alla concessione della grazia desiderata. Perché — non bisogna dimenticarlo — alla base del sentimento religioso del popolo abruzzese, come di tutti i popoli legati ad una difficile economia agricola, c’è sempre stato, prepotente ed insuperabile, il bisogno di protezione e di sicurezza che, irraggiungibili nel mondo contadino, dove tutto dipende dal tempo e dal caso, si poteva chiedere ed ottenere solo da un Essere superiore.
Ai giorni nostri, se l’uso del pellegrinaggio fatto a piedi è quasi completamente scomparso, perché le « compagnie » si trasferiscono ai santuari con gli autobus, restano ancora in vita molte usanze antiche, come quella della « incubatio », cioè il dormire per terra sul pavimento della chiesa per favorire l’apparizione in sogno del santo e per averne certe assicurazioni circa il raccolto, la risoluzione di una malattia, l’allontanamento di eventi negativi per la vita contadina.
Ma tante sono le usanze legate al culto di determinati santi, che spesso rivelano lontani legami con riti pagani. Recentemente, un etnologo ha definito queste feste religiose le « feste dei poveri », ma esse hanno radici profonde in una religiosità popolare che la tradizione ha portato, sia pure con delle contaminazioni, fino ai nostri giorni come testimonianze di un sentire si direbbe connaturato ad una civiltà cerealicola. La nostra inchiesta sulla religiosità popolare abruzzese si articolerà nei diversi culti più comuni e ricorrenti: dal culto mariano a quello degli altri santi a cui più frequentemente si rivolge la popolazione contadina: da S. Nicola a S. Giovanni, a 5. Donato protettore dell’epilessia, ai SS. Cosma e Damiano protettori delle malattie reumatiche, a S. Domenico. Né sa ranno trascurati tutti gli altri culti che, oltre che utili alla conoscenza della poesia popolare, presentano anche notevole valore documentaristico per la conoscenza del folklore
abruzzese.
Il culto della Madonna, particolarmente caro alla chiesa cattolica, è profondamente sentito dal popolo abruzzese e moltissimi sono i santuari mariani della regione che nel mese di maggio e durante tutta l’estate richiamano folle di pellegrini anche dalle più sperdute contrade rurali. Tra i più frequentati sono il santuario della Madonna di Carpineto, che si festeggia a Rapino nel mese di maggio, quello della Madonna dei Miracoli di Casalbordino, nella prima decade di giugno, quello della Madonna dei Corpi Santi, che si solennizza nell’ultima domenica di agosto a Lama dei Peligni; la Madonna dei lumi di Civitella nel Tronto, S. Maria di Propezzano e S. Maria di Ronzano, la Madonna delle Grazie, 5. Maria di Cartecchio e la Madonna della Cona nel Teramano, la Madonna della Libera di Pratola, la Madonna dell’Assunta di Casteifrentano, la Madonna delle 12 stelle o « in platea » di Campli, che protesse dal colera i camplesi i quali, secondo una tradizione, fecero voto di incoronarla con 12 stelle e di darle le chiavi del paese, e tanti altri santuari mariani.
Le feste della Madonna si presentano di notevole importanza per il folklore abruzzese, non soltanto per quanto riguarda il lato spettacolare dei pellegrinaggi con le loro usanze e credenze e il complesso dei canti popolari e religiosi, ma anche per quanto attiene alle leggende di fondazione delle stesse chiese oggetto di culto, spesso sorte su preesistenti templi pa gani o per effetto di tradizioni miracolistiche. Inoltre conservano anche notevoli tesori, ex voto, oggetti d’oro e d’argento, collane e preziosi.
Una delle caratteristiche di questi pellegrinaggi al santuario sono i canti con cui le comitive di fedeli, pi frequente mente chiamate « compagnie », pregano la Madonna durante il loro viaggio, che una volta si faceva a piedi e durava più giorni. Durante il mese di maggio, nei giorni delle feste ma- nane, le vallate abruzzesi riecheggiano ancora di questi canti religiosi, spesso antichissimi e composti da ignoti poeti popolari che la tradizione ha conservato gelosamente:
Evviva Maria, Maria evviva evviva chi la creò.
Se un Dio sì possente s’ fatto suo Figlio, ignudo e tremante sul povero fieno
in rozza capanna di pastorello,
il latte d’agnello benigno accettò.
Evviva Maria, Maria evviva.
Viva Maria e chi la creò
senza Maria salvar non si può.
Questo è uno dei testi più comuni, ma in tutti si ripeto no i principali avvenimenti legati alla vita della Madonna, dalla natività ai miracoli fatti da Gesù per intercessione di Lei, come il cambiamento dell’acqua in vino alle nozze di Cana.
Il Santuario che ha forse la pi vasta zona di influenza, non soltanto nella regione abruzzese, ma anche nel Molise, la Campania e il Lazio, è quella della Madonna dei Miracoli di Casalbordino, dove nei giorni 9-10-11 giugno arrivano folle di pellegrini e devoti. Gabriele D’Annunzio nel Trionfo della Morte ha de scritto con arte mirabile la moltitudine di pellegrini tumultuanti intorno al santuario, le « donne che pregavano dapprima sommesse narrando tra le lacrime la loro pena, come se comunicassero con l’immagine in un colloquio isolato... raccoglievano tutte le loro forze per gettare un urlo più acuto che giungesse all’intimo cuore della Vergine: ‘Fammi la grazia! Fammi la grazia! ‘».
Falò di ginestre per difendersi dai briganti.
PIETRANICO - Il rituale in onore di San Michele e Santa Giusta. La tradizione del falò delle ginestre a Pietranico è tornata a vive re anche quest’anno, grazie all’impegno della Pro loco. Quest’anno, oltre alla presenza dei fedeli del paese, si è registrata quella di tanti curiosi che hanno voluto assistere a questo singolare spettacolo. L’origine risale al 1600, quando, si racconta, che la vergine Maria, suggerì ai pietranichesi di accendere grossi cumuli di ginestre per allontanare i briganti che volevano conquistare il piccolo paese. A Pietranico si ricorda questo evento in due periodi del l’anno: il 2, 3 e 4, maggIo ed 13, 14, 15 settembre, date che corrispondono al transito delle greggi transumanti per il grande tratturo che solca il territorio del paese. Le feste di questi giorni so no dedicate a San Michele Arcangelo e Santa Giusta, figure religiose ritenute protettrici del pastori e, in particolare, delle greggi in transumanza.
PESCOSANSONESCO - Una folla di non meno di quattromila persone ha partecipato alla processione che porta per le vie del paese l’ urna del beato Nunzio Sulprizio. Una teca del peso di oltre 300 chili e portata a spalla a turno da diversi fedeli. Il culto del Beato Nunzio cresce ogni anno di pi per la semplicità di questa figura della cristianità che attira soprattutto i giovani e incarna il sacrificio del lavoro della sofferenza dovuti al disagio sociale e familiare. Il Beato Nunzio già protettore degli infortunati sul lavoro è divenuto il preservatore di questa condizione di privazione dei rapporti umani sinceri, dunque una figura di grande attualità e rifugio di molti. Alla messa officiata domenica dall’arcivescovo Francesco Cuccarese ha partecipato anche monsignor Castelli quale rappresentante della Santa Sede; il prelato. si è potuto rendere conto d per sona della grande devozione dei fedeli per il Beato Nunzio. Il parroco don Luca Anèlli e l’amministrazione comunale hanno lavorato molto per accogliere tanti pellegrini, garantendo la sicurezza e la funzionalità dei servizi.
SULMONA. Bilancio tutto in positivo per la prima parte della festa in onore della Madonna della Libera, che si riconferma momento centrale della vita sociale ed economica del paese peligno. Notevole la presenza di visitatori, maggiore rispetto allo scorso anno, oltre 100 mila presenze in 10 giorni, che hanno fatto registrare affari d’oro a commercianti locali e ambulanti, equilibrando, in qualche modo, la crisi di vendite registrata nel corso dell’anno. A fare la parte da leone, il settore alimentare. La porchetta si è confermato cibo preferito dei giorni di festa cosi, molti bar e macellerie, si sono organizzati per vendere panini al maiale arrosto. Ma come spesso accade a strade e zone prese d’assalto da passanti e compratori per i quartieri periferici della città la festa è stata solo un eco di voci e rumori. Per molti negozi decentrati gli incassi durante la manifestazione religiosa sarebbero stati addirittura più bassi rispetto all’ordinario. Suggestivo è stato l’Ave Maria interpretato dalla polifonica pratolina davanti alla statua mariana.
FARA FILIORUM PETRI (CH)
Pomeriggio e serata del 16 gennaio
Fara Filiorum Petri, il cui toponimo riporta ai gastaldati longobardi, si innalza sulla vallata del fiume Foro. I suoi abitanti festeggiano la ricorrenza di Sant’ Antonio Abate accendendo le farchie, enormi fasci di canne, come dice anche il nome derivante dalla voce araba afaca (torcia - fascio di canne) con una circonferenza di oltre un metro ed un’altezza che qualche volta supera i dieci. L’uso dei fuochi per la festa di questo Santo è comune in tutto il Mediterraneo, ma le farchie di Fara si distinguono per l’imponenza delle costruzioni e per il loro numero che corrisponde a quel lo delle dodici contrade in cui si divide il paese. La tradizione è inoltre legata ad una leggenda di fondazione che narra che Sant’Antonio Abate avrebbe salvato Fara dall’invasione delle truppe francesi, trasformando le querce di un vicino boschetto in torce gigantesche che spaventarono i nemici. Qualche giorno prima della ricorrenza ogni quartiere e frazione inizia la costruzione della propria farchia. È uso comune che le canne siano di provenienza furtiva per cui, fin dai primi di gennaio, bande di giovani escono a procurarsi la materia prima, mentre altri provvedono a custodi re il tesoro raccolto. Nelle prime ore pomeridiane della vigilia, le contrade incominciano il trasporto delle farchie verso lo spiazzo della chiesetta rurale dedicata a Sant’Antonio Abate. Una volta le farchie erano trainate e a braccia o su carri, oggi si usano i trattori, ma l’atmosfera conserva la stessa festosità accentuata da numerosi suonatori di organetto che cantano le orazioni di Sant’Antonio, ossia episodi leggendari della vita del Santo. Giunti davanti alla chiesa le fare/de vengono innalzate con l’aiuto di pertiche e funi; infine ha inizio l’accensione tra ripetuti scoppi dei mortaretti inseriti entro i fusti delle canne, mentre incominciano a scendere le ombre della sera le farchie accese offrono uno spettacolo indimenticabile, all’interno del quale la gente canta, balia e consuma, in onore del Santo, vino e biscotti. Quando il fuoco ha bruciato quasi tutte le. canne, la festa continua in ogni contrada, dove gli abitanti si radunano intorno ai resti della propria farchia e ne raccolgono i tizzoni spenti per conservarli come reliquie per la protezione dalle tempeste e dalle calamità che possono danneggiare i campi coltivati e per segnare gli animali domestici.
TORNIMPARTE (AQ) Primo maggio
Tornimparte è un paese della montagna aquilana, nota per i boschi e per le carbonai che un tempo, assieme al taglio della legna, costituivano la principale attività della popolazione: nei tempi attuali l’emigrazione e l’abbandono dei paesi a favore di un concentramento urbano hanno ridotto notevolmente. A sera inoltrata del 30 aprile gli 0 del paese, con una prevalenza dei giovani, 1 no in qualche locale e luogo stabilito per concordare le procedure e le modalità del rito che ripeteranno e concluderanno prima dell’alba. Scelto un albero dal fusto il più possibile alto e slanciato si recano ad abbatterlo con la circospezione e la prudenza che il caso richiede. Infatti, benché per tradizione si tenda a scegliere un albero della proprietà comunale, tuttavia quando se ne ravvisi la necessità, si può anche utilizzare un albero di proprietà privata, In questo caso la norma consuetudinaria prescrive che i tagliatori possano essere accusati di danneggi e di furto solo nel caso in cui il proprietario li sorprenda entro il perimetro del proprio fondo agricolo o li raggiunga in piazza, prima che suonino le campane. Tagliato l’albero, che non di rado supera i dieci metri, si provvede al trasporto a spalla del fusto fino alla piazza principale del paese, dove sempre con il concorso di tutti, badando a non far molto rumore e a concludere il rito prima dello spuntare del giorno, viene issato accanto al campanile. A questo punto la comitiva provvede a suonare le campane a festa e a risvegliare tutto il paese che in piazza per la buona riuscita dell’evento. L’albero resterà piantato vicino al campanile fino al 30 maggio, quando sarà nuovamente abbattuto per essere tagliato a pezzi e venduto all’asta per contribuire alle spese per la festa Sant’Antonio del giglio. Del rito, che è molto antico, si hanno già notizie negli statuti quattrocenteschi della città dell’Aquila, in un capitolo dei quali si fa espresso divieto di alzare calende, facendo riferimento alla norma che imponeva il rispetto del diritto di proprietà. L’uso sembra doversi far risalire al periodo longobardo di cui il territorio di Tornimparte mantiene ancora alcune tracce, a livello di toponomastica. Infatti nella zona esiste la località della Fara. Nella cultura longobarda l’albero era un costante punto di riferimento, tanto che i placita, ossia assemblee degli uomini liberi, avvenivano intorno ad un albero il cui spazio, determinato dall’ombra della chioma, era considerato sacro. Alfonso Maria di Nola ritiene che l’elemento centrale della festa notturna, il cui carattere è essenzialmente magico religioso, sia “l’energia dei giovani maschi che esprimono la loro forza vivente, in momento di crisi come è appunto nelle società rurali il tempo di maggio in cui occorre difendersi dal rischio storico del non essere”.
Festa del Calendimaggio, 30 aprile.
Festa tradizionale, sia di Villagrande che delle altre frazioni, ha origini pagane antichissime e costituisce la celebrazione del ritorno di maggio, mese della fertilità e della terra. La notte precedente il primo maggio i giovani del paese recidono il pioppo più alto dei dintorni che, opportuna mente ripulito dei rami, viene poi eretto nella piazza dove rimarrà, quale segno del ritorno della primavera, per trenta giorni. Il rito è comunemente indicato col nome dialettale ju calenne. …A Villagrande, davanti l’antica chiesa di S. Panfilo, a Colle S. Vito, a Barano, a S. Nicola davanti le rispettive chiese madri, a Rocca S. Stefano sul ciglio della strada prima di entrare in paese, a Case Tirante duranti la chiesetta dedicata alla Madonna (la Conetta) molte persone sentono ancora il bisogno di stare insieme per “un ‘impresa” gratuita, libera, al di sopra delle regole sociali, quasi un gioco collettivo.
Alla viggilia degliu primu ‘e maggiu,
quanno che sse raccorcinu le notti,
calea agliu riu ‘na squadra ‘e joanotti
pe’ recapà tra j’alini, agliu raggiu
‘e luna, ju chjù àutu.
‘Na sosta. Via, coll’accette!
E come ‘nu gigante caschea tra lo sfruscià dell’are piante,
‘Na scamollata, e vvia, su ppè ha costa.
E sopre agliu rengrastu della chiesa
quiju che jea alla missa la matina tra ji bongiorno e lo sona distesa,
chju àutu della torre e chjù solenne
(de chi bbò scia?), cò ddu ramitti ‘n cima,
vedea piantatu ‘na derra ju calenne.
(Poesia dialettale di Giuseppe Porto.)
SAN GIOVANNI LIPIONI (CH) 1/5
A San Giovanni Lipioni il I ° maggio le statue di San Giovanni e Santa Liberata con una solenne processione vengono trasferite dalla chiesa entro le mura dì Santa Maria delle Grazie ad una cappella rurale, considerata la residenza estiva dei due santi che qui restano fino ai primi di ottobre. Contemporaneamente un gruppo di giovani uomIni perpetua la questua rituale del ° maggio. Il primo della compagnia, che spesso è anche il più giovane, sorregge una lunga pertica sulla cui cima è infissa un’intelaiatura di canne a forma di croce greca. circoscritta in un cerchio. La costruzione è completamente ricoperta di mazzolini di campo, di spighe di grano e di baccelli di fave ed ha un aspetto molto gioioso e primaverile. Due o più cantori che intonano il canto rituale affianca no il portatore della croce, altri, reggendo ceste o recipienti adatti a raccogliere le offerte, formano il corteo. Dopo essersi recati nella chiesa campestre ed aver fatto benedire il majo la compagnia gira le vie del paese e si ferma di casa in casa. Davanti ad ogni uscio attacca il suo ritornello
Chi ha detto che maggio non è venuto
Esci fuori e lo trovi vestito
E venga Maggio e venga di buon anno.
Maggio ha portato a voi le belle giornate.
Io vedo i rami degli alberi pieni di fiori,
io vedo i vostri prati pieni di erba,
io vedo le vostre pecore piene di lana.
Il Signore guardi la salute a voi e ai vostri figli
La salute anche dei vostri paesani...
Il canto continua con gli auguri di prosperità per gli abitanti della casa, di future nozze per le ragazze da marito e infine, con la richiesta della ricompensa che solitamente consiste in un certo numero di uova che tino del gruppo provvede a riporre nei cesti. Ottenute le uova, il capo compagnia consegna agli abitanti della casa un mazzolino di fiori, staccandolo dalla croce che reca avanti e riprende il cammino. La tradizione un tempo era diffusa in tutto il territorio circostante Schiavi d’Abruzzo, fino ad Atessa, dove si hanno tracce di una Pagliaretta, ed in special modo tra le comunità slavofone del Mouse come Acquaviva Collecroce, Montemitro e San Felice. La tradizione, infatti, è una chiara sopravvivenza del rituale balcanico del Verde Giorgio, una festa agraria a forte connotazione magica che tendeva a stimolare il ritorno delta bella stagione, personificata in un giovinetto vestito di verde che assumeva la funzione di re della campagna e spesso concludeva la cerimonia immergendosi nelle acque di un fiume.
Qual è la chiave per intendere il Natale dei nostri giorni? Ha ancora un senso la storia del falegname che cercava ricetto per la moglie in attesa di dare alla luce il Figlio?
L’immagine del Natale moderno è unita, nel nostro mondo, a quella della violenza e all’impossibile speranza di restaurazione di un Natale perduto, fa eco la frenetica kermesse consumistica, la nevrotica corsa di tutti verso l’inutile e il vuoto, quasi a voler consumare tutto, dentro e fuori la nostra anima, per ché il domani è insicuro.
“Certo, è difficile non rimpiangere, per chi lo ha sperimentato, il fascino misterioso e palpitante della messa di mezzanotte, quando sulle panche fredde della chiesa si sentiva il cuore all’improvviso riscaldato dal suono delle campane; la cura con cui, grandi e piccini, preparavano il presepio con muschio di campagna, carta straccia, specchi rotti e qualche statuina: era il senso della festa che si faceva reale, vissuto, nella volontà di vivere con gli altri, che animava ognuno” affermava E. Giancristofaro in una intervista che pubblicai anni fa su di un mensile locale.
La festività del Natale ricorre in tutti i popoli del mondo in quanto antiche feste pagane celebravano, il 25 dicembre, in coincidenza col solstizio d’inverno, la rinascita del sole che comincia a risalire la curva del cielo. Il cristianesimo, associando questo grande avvenimento cosmico alla venuta di Dio sulla terra, ha infuso nel Natale un valore di spiritualità e di fratellanza che usanze, credenze, racconti fantastici ci hanno tramandato, sovrapponendogli un significato meraviglioso, carico di simboli, attraverso cui meglio possiamo sperimentare i nostri insostituibili legami con la cultura contadina e provinciale.
“Una volta erano gli zampognari (ciaramellari, scupinari) ad annunciare il Natale con la novena cantata di casa in casa. Questi scendevano dalla montagna alla fine di novembre per suonare la novena della Concezione e, poi. di Natale, introducendo la gente di paese ai momenti pieni di incanto del mese di dicembre. Secondo la tradizione orale, sarebbero stati i pastori a visitare per primi la grotta di Betlemme e, in Abruzzo, regione per secoli legata alla economia pastorale, non v’è rappresentazione della natività senza di essi”, come ci ricorda lo stesso E. Giancristofaro.
Tra i preludi di Natale ci sono alcune usanze del giorno della Concezione, l’8 dicembre, di S. Lucia, il 13, e della Squilla di Lanciano, l’antivigilia. La vigilia del giorno della Immacolata, festa recente, istituita, con il dogma della verginità, nel 1854 da Pio IX vengono ancora accesi in molti paesi delle del Sangro e del Tirino, i fucaracchie grossi falò incendiati all’imbrunire, che bruciano durante la notte; essi si ripetono il giorno di S. Lucia. In passato, era anche consuetudine da parte dei giovani portare alle fidanzate delle serenate che erano vere e proprie canzoncine religiose, spesso inizianti con parole come “Vergine santa e mmaculate e pure...”. Ci sono paesi in cui si portano, dopo la mezzanotte, le mattinate per le case. I fuochi ricorderebbero le fiaccole con cui gli angeli scortarono e illuminarono il percorso della «Santa Casa», da Nazaret a Loreto.
A Celano c’è la veglia notturna delle donne che, entrate in chiesa la sera della vigilia, vi rimangono tutta la notte perché la «Madonna delle Grazie non può rimanere sola, mentre gli uomini vegliano fuori dinanzi al grande fuoco, facendo attenzione che non si spenga. Ad Atri, alle 5 di mattina dell’8 dicembre si ripete, con grande partecipazione popolare, la processione dei faùgni, grosse torce fatte con canne ben strette; a sera viene incendiato un fantoccio femminile chiamato la pupa.
Tra i preludi c’è anche la squilla di Lanciano, la campanella posta sulla torre civica che suona dalle ore 18 alle 19 della sera dell’antivigilia di Natale richiamando i lancianesi nelle case per gli scambi degli auguri e dei doni, in un rituale di pace e di concordia che continua a conservare tutta la caratteristiche di una costumanza antica. Secondo la tradizione, la squilla ricorderebbe il viaggio che un arcivescovo di Lanciano, Paolo Tasso, compiva ogni anno, dal 158 al 1607, a piedi scalzi, dal suo palazzo fino alla chiesetta della Iconicella, distante circa 3 chilometri, in segno di penitenza e per ricordare il viaggio dei 4: pastori verso la grotta di Betlemme.
In Abruzzo, secondo padre Donatangelo Lupinetti, il primo presepe fu animato e realizzato da un compagno di S. Francesco, il beato Agostino da Assisi, che rinnovò la scena della natività a Penne, nel 1223. Il più antico presepe domestico riportato in documenti sarebbe quello del 1567 di Celano, e già nel XVI secolo numerosi sarebbero i presepi domestici con personaggi in ceramica, in
legno, cartapesta. Le statuine rappresentavano: la Madonna, il Bambino, S. Giuseppe, i re magi, pecore, cavalieri, pastori con agnelli, elefanti, angeli, lavandaie, cammelli, taglialegna, asino, bue, il laghetto, la fontana con il pantano e le anitre, le galline, la casa rurale, la montagna, le colline, tutti ricollegabili a precisi ambienti e paesaggi rurali e urbani. Anche il presepe più fantasioso, difatti, sia nei personaggi che nell’habitat, richiama il paesaggio circostante dei luoghi di fabbricazione e modellazione del materiale, e la ricostruzione scenica della nascita di Gesù permette al pari dei presepi affrescati da artisti locali nelle chiesette minori d’Abruzzo. quasi la documentazione ambientale di paesi e province. Oggi si avverte un recupero sia dei presepi domestici che di quelli, diciamo. pubblici che privilegiano le rappresentazioni «viventi» che, da Rivisondoli. quello senza dubbio di maggior fama, si sono diffuse in tutta la regione, con larga partecipazione di giovani: come il Natale in genere, anche queste nuove forme di rappresentare il presepe (è noto, presepe significa dinanzi allo stazzo, dinanzi al recinto per il ricovero delle bestie, cioè la stalla dove appunto è nato Gesù) sono un test per verificare con i gusti popolari l’insopprimibile esigenza del popolo di proiettare nel suo mondo e nella sua vita quotidiana gli ideali del cristianesimo.
Per quanto riguarda la vigilia di Natale, essa aveva fino a non molti anni fa un significato culturale insostituibile: la notte era l’occasione più importante per la trasmissione dei valori culturali della comunità, era veglia fatta di storie: fiabe, leggende, di vita in comune in attesa di conoscenze e spiegazioni sull’umanità e sul suo destino, che soprattutto i vecchi tramandavano. Ora la notte di Natale è vigilia di spese e di strenne, vigilia di preoccupazioni in una crisi che accomuna recessione economica e valori culturali, in cui la disperazione spesso prende il posto della speranza. Numerose sono le credenze magiche legate a questa notte, quale quella del rinnovo degli scongiuri e del loro insegnamento ad «apprendiste guaritrici», operazioni che devono avvenire dinanzi al focolare acceso, perché solo così le varie formule acquisterebbero efficacia magica, fornita proprio dalla presenza di Gesù nella figurazione di guaritore. La notte di Natale è magica per la tradizione popolare e si presenta ancora nel mondo contadino carica di un groviglio di credenze sulle streghe e su come esse possano essere scoperte (incappate): ad esempio, si ritiene che è strega la donna che esce per ultima dalla chiesa dopo la messa di mezzanotte (per scoprirla bisognava andarle vicino tenendo nascosta una falce sotto il cappotto o il mantello: la donna-strega rimaneva immobile e quindi individuata); in questa notte le streghe raccoglierebbero la felce (orchis maculata), cioè l’erba della concordia e della discordia a forma di mano, usata per fare malie; chi nasce nella notte santa è maledetto o lupo mannaro, e tante altre credenze che spesso si perdono nel mondo misterioso delle leggende.
L’usanza de ceppo, cioè del grosso tronco che si poneva nel focolare e doveva bruciare lentamente fino all’Epifania, era largamente diffusa in più regioni. Il focolare, specialmente d’inverno, era il centro vitale della casa e, nel periodo di Natale, il ceppo che in esso si consumava, oltre ad assolvere alla funzione di riscaldare, rappresentava uno stimolo alla riflessione e alla preghiera: stringendosi attorno ad esso, soprattutto i contadini, durante le pause del lavoro, ingannavano le lunghe veglie spesso evocando miti e leggende, fiabe e racconti fantastici in cui il sentimento religioso appariva turbato da spiriti maligni. In Abruzzo la tradizione si presentava accompagnata da una serie di simboli e credenze che la rendevano particolarmente bella. Ma nel mondo d’oggi, in cui i focolari sono andati man mano scomparendo almeno nei centri urbani, è venuta meno anche la costumanza del ceppo, rimasta viva solo in qualche contrada rurale o paese di montagna dove abbiamo avuto modo di riscontrarne la persistenza.
Il ceppo (ceppone, tecchie, piticone, a seconda delle località) viene collocato la sera della vigilia di Natale: secondo la credenza popolare, vorrebbe ricordare il fuoco acceso da S. Giuseppe per riscaldare Maria in attesa di partorire, e spetta al capofamiglia il compito della sua collocazione rituale. “Ma, in realtà, con quest’usanza”, scrive Paolo Toschi, siamo “nel quadro delle credenze che risalgono ai primi tempi della civiltà umana.., e nell’accensione del ceppo che deve durare fino a capodanno vengono a fondersi due elementi propiziatori: il valore profilattico, purificatorio e vitale del fuoco, e l’idea che insieme col grosso tronco che brucia, si consuma il vecchio anno, con tutto ciò che di male e di inerte si era accumulato”.
Gabriele Rossetti: Era la notte di Natale e il bambino Gesù, nato da poco, non aveva abiti, ma tanto, tanto freddo.
Vi erano nella stalla un bue e un asinello che lo riscaldavano con il fiato. Una gallina da sotto una trave delta stalla si scrollò di dosso tutte le penne in modo da formare un piccolo giaciglio; una pecora diede la sua lana per coprire il corpicino di Gesù, mentre un ragno filò una piccola cuffietta di tela intorno al suo capo.
Solo un piccolo vermiciattolo non sapeva cosa donare a Gesù e, vedendo fra la paglia della stalla un fiore appassito, lo raccolse e lo posò nelle mani del bambino che lo benedisse. Giunse il mese di maggio e il vermiciattolo sentì qualcosa sul suo domo e vide che gli spuntavano le ali e una luce si spegneva e accendeva ad intervalli sulla sua coda: era diventato una lucciola! Uscì dalla stalla e vide tante altre lucciole che volavano per la campagna. Gesù bambino aveva così voluto premiare il buon vermiciattolo, donandogli un po’ della luce della notte di Natale. Cosi ogni anno, a maggio, si rinnova il miracolo e tante lucciole illuminano la notte, come dice una vecchia filastrocca ripetuta dai bambini abruzzesi, «pe’ mare e pe terre, e pe’ tutte le casarelle!».
La fiaba è delicatissima nella sua ingenuità e la trasformazione del vermiciattolo in lucciola, come ricompensa della sua bontà, si ricollega al tema dei prodigi. La fantasia popolare ha immaginato intorno a Gesù, appena nato nella fredda stalla, non l’accorrere di uomini con i propri doni, ma umili animali quali la gallina, il ragno, la pecora, nell’atto di offrirgli le proprie povere cose, le penne, la lana, i fili della ragnatela! Immagini del presepe tradizionale! Ci sembra che niente meglio di questa fiaba abruzzese esprima quel senso di meraviglioso, di ingenua e profonda solidarietà con tutto ciò che ci circonda, che è l’essenza profonda del Natale.
Ogni anno, il primo giovedì di Maggio, Cocullo un piccolo paese di montagna, a cavallo tra la Marsica, la Valle Subequana e quella Peligna, diventa un centro di attrazione internazionale. Migliaia di turisti vi accorrono per assistere a quel la che ormai tutti considerano la più singolare delle feste popolari. L’elemento che cattura l’attenzione e la curiosità generale è, come è noto, la presenza dei serpenti. Dalle prime ore del mattino cominciano a confluire sulla piazza del paese giovani e ragazzi che reggono in mano grossi rettili e li mostrano all’ammirazione dei turisti. Ma l’avvenimento centrale della giornata è l’uscita della processione e la cosiddetta vestizione del Santo, sulla cui statua vengono posti i serpenti che. strisciando. vanno a rannicchiarsi intorno al capo del simulacro. E un momento emozionante per tutti, atteso, inseguito da fotografi e cineoperatori. che creano uno spettacolo nello spettacolo, la qual cosa ormai, costituisce, in un certo senso, l’aspetto più interessante dell’evento. lI vero significato della festa, infatti, va colto al di là del dato spettacolare. al quale spesso si ferma il turista. Da una angolazione meno scontata la festa di San Domenico a Cocullo ha ancora qualcosa da dire con le ormai sparute compagnie di pellegrini che immancabilmente giungono ogni anno dai paesi vicini, dal Molise, dall’Alto Lazio, da Atina, con gli zampognari in testa e ai quali spetta l’onore di aprire il corteo processionale. Lo spirito della festa è ancora negli atteggia menti di quei devoti che non mancano, ormai quasi furtivamente, consapevoli della irrazionalità del loro gesto. di raccogliere la raschiatura del pavimento del Santuario, per conservarla come un potente amuleto contro i bruchi e gli insetti nocivi per l’agricoltura, o di suonare la campanella posta vicino l’altare del Santo, afferrando la cordicella con i denti, per proteggersi dalle odontalgie. Il valore (iella festa sta nella reliquia del Sacro Dente che file di devoti si accingono a baciare e che per secoli ha costituito un punto fermo della devozione popolare: sta nel ferro della mula a cui l’immaginario collettivo attribuisce virtù taumaturgiche per uomini e animali, legati in un comune destino di incertezze e disagio. La vera Cocullo è nei canti antichi di qualche solitario penitente come il vecchio Giambattista Coccia di Villavallelonga, disposto ad attraversare tutta la Marsica per intonare davanti al Santo i suoi inni di lode, segno di un dato culturale profondo, anche nel ricordo che gli riporta in mente il tempo in cui “ le voci e le preghiere dei pellegrini faceva no risuonare tutte le montagne e le vallate”. Cocullo sta nelle meravigliose storie di gente umile e sconosciuta che ogni anno rinnova il miracolo della fede e della speranza.
PRETORO (CH) Prima domenica di maggio
La prima domenica di Maggio dopo la celebre kermesse di Cocullo, anche Pretoro celebra San Domenico Abate, con una festa in cui sono presenti anche le serpi e, se non proprio i serpari che come categoria lavorativa sono da tempo scomparsi almeno le persone in grado di catturarle con lo scopo del tutto simbolico, di liberare il territorio dal pericolo che deriverebbe dalla presenza ofidica.
Ma il punto centrale della festa, al di là delle celebrazioni liturgiche della processione, della devozione popolare che pure mantiene non pochi aspetti di interesse antropologico come l’uso del laccetto benedetto, altrove perduto, che i devoti portano indosso per preservarsi dal morso degli animali rabbiosi, dalle febbre e a scopo protettivo e devozionale in genere - resta la sacra rappresentazione del lupo. Subito dopo la processione parte dalle vie del centro storico un corteo rappresentante una fami glia di boscaioli che si avvia al lavoro. Gli attori sono, secondo l’antica drammaturgia, tutti uomini, anche quello che rappresenta una contadina che reca sulla testa una cesta con un neonato, che secondo la consuetudine è l’ultimo nato del paese. È da notare che prima di essere affidato agli attori il bambino è ornato di vistosi fiocchi rossi, contro il malocchio. per scongiurare eventuali pericoli ed esorcizzare il timore che deriva anche solo dalla finzione. Anche la coperta che copre la culla è rossa. La donna è vestita da pacchiana ed incede con molto sussiego, cercando di sottolineare, fino alla parodia, i caratteri femminili del personaggio. La segue il marito, armato di scure e a dorso di un asino, su cui reca, oltre agli altri attrezzi di lavoro, anche una cesta con il cibo per la colazione. Subito dopo procede un uomo che reca un quadro raffigurante San Domenico. Concludono il corteo altri attori di contorno e tra questi anche quello che svolgerà la parte del lupo. Seguito da una grande folla, il gruppo si avvia verso una radura, appena fuori dell’abitato, dove da qualche anno, per motivi di sicurezza e di spazio, oltre che per sfruttare la scenografia naturale della zona, si svolge la rappresentazione che prima aveva luogo davanti la chiesa. Giunti sulla radura, avendo alle spalle la folta vegetazione di un boschetto, gli attori danno inizio alla rappresentazione e mimano una scena familiare di lavoro. La donna, prende ad accudire il bambino, cullandolo. facendogli mille moine e annuendo alle raccomandazioni del marito che la invita a vigilare attentamente sui pericoli che potrebbero venire dal bosco. La donna a grandi cenni promette di stare attenta e il marito si avvia tra gli alberi per la raccolta della legna. Dopo qualche tempo la donna allestisce il desinare sull’erba e richiama il con sorte. Si svolge qui la l’arte comica della rappresentazione in quanto i due contadini mangiano e bevono allegramente e, tra la divertita partecipazione del pubblico, si scambiano esilaranti effusioni di affetto. Subito dopo il pranzo il marito ritorna al lavoro e, mentre il bambino dorme nella culla, la donna si mostra affaccendata a radunare la legna tagliata. Approfittando di un suo momento di distrazione l’attore che impersona il lupo, con il viso coperto da una maschera animalesca e il corpo avvolto in pelli, camminando carponi. con fare circospetto. esce dal bosco e rapisce il bambino, sollevandolo tra i denti. La madre tenta di inseguirlo e gridando a gran voce, tra atti di profonda disperazione. richiama il marito che sopraggiunge brandendo l’ascia. Ma il lupo è ormai lontano e a nulla valgono le ricerche affannose dei due, tra cui si svolge anche una scena di litigio, in quanto l’uomo accusa la moglie di essere stata poco vigile. Infine ambedue si gettano in ginocchio e con le braccia alzate verso il cielo prendono a invocare San Domenico Abate. E questo il momento in cui viene collocato sulla scena il quadro del Santo, al cui apparire ritorna il lupo che, con fare docile e mansueto, ripone il bambino nella culla, per poi scomparire di nuovo tra la vegetazione. Tra il sempre rinnovato entusiasmo del pubblico che grida frasi di lode a San Domenico Abate, i genitori riabbracciano il bambino e ha fine la rappresentazione. Da qualche anno la tradizione è commentata da una voce fuori campo che recita un bellissimo poemetto in versi composto per l’occasione dal poeta dialettale Raffaele Fraticelli.
Palombaro (CH) Prima domenica di maggio
Nonostante che l’elemento ofidico ne costituisca l’aspetto più conosciuto e, per molti versi, più spettacolare, la base centrale del culto di San Domenico Abate è essenzialmente pastorale e la processione delle serpi e dei serpari non è che uno dei particolari di un complesso mosaico cultuale a cui fa riferimento la cultura tradizionale. In realtà, l’espressione più antica del culto popolare non sono le serpi attorcigliate intorno al simulacro del Santo, ma la sacra rappresentazione del miracolo del lupo, proprio per le connessioni che questo animale ha con il mondo pastorale. Prova ne è anche la diffusione della rappresentazione che ancora oggi si ripete a Pretoro, a Villamagna e a Palombaro. La vita dei montanari è stata sempre difficile e densa di pericoli e il bosco ha sempre costituito, per queste popolazioni, una fonte di sostenta mento ed una oscura sede di misteriosi pericoli. È comprensibile quindi che proprio nel bosco l’immaginario popolare collochi l’intervento salvi- fico di un Santo protettore, in grado di trasmette re alla dura e spesso ingrata fatica quotidiana una dimensione di speranza e di rassicurazione. La rappresentazione di Palombaro è simile, per quanto riguarda i contenuti, a quelle già nominate di Pretoro e Villamagna, ma rispetto, soprattutto alla prima, mantiene caratteri ed espressioni più arcaici e vicini allo spirito popolare, cosicché anche le differenze, a prima vista minime che lo connotano, acquistano uno specifico valore antropologico e una cifra documentale su cui basare l’analisi critica dell’evento. Anche qui i personaggi sono San Domenico, la coppia di boscaioli (marito e moglie), il loro figlio letto e il lupo. Gli attori sono rigorosamente maschili, il bambino è sempre l’ultimo nato del paese e in occasione di qualche edizione particolarmente problematica, il comitato promotore ha risolto le difficoltà con creatività e spirito di inventiva. Quando, per esempio. la statua del Santo, che è piuttosto antica anche se di fattura popolare, era in restauro, la parte di San Domenico è stata impersonata da un attore in abiti monastici e truccato con una lunga barba bianca, come nei cortei di questua per Sant’Antonio abate. Oppure per ovviare alla mancanza dell’asino, si è sostituito questo animale, ormai quasi in estinzione nel mondo agropastorale, con una sagoma di legno, che munita di ruote, veniva trainata dal boscaiolo. Anche a Palombaro la sacra rappresentazione avviene in piazza, su di un apparato scenico che evoca un bosco e che il più delle volte si riduce ad un rudimentale palco provvisto di rami di albero e frasche. La storia è sempre la stessa: la famiglia si reca al lavoro, il marito mostra la sua autorità assumendo un comportamento arrogante e dispotico verso la donna, anche durante la scena della colazione che suscita l’ilarità e il divertimento degli spettatori, il lupo approfittando di un momento di distrazione della moglie rapisce il neonato dalla culla, tenendolo stretto tra le fauci, i genitori, dopo un primo momento di confusione e smarrimento, invocano a grandi gesti la protezione del Santo, ma la scena del miracolo rappresenta in modo più esplicito che altrove, il punto di contatto tra la liturgia e la religiosità popolare. Infatti è esattamente a quel punto che la pro cessione condotta dal clero e che reca, oltre le reliquie, anche l’antica statua di San Domenico, si ferma dinnanzi al palco. entrando nella sacra rappresentazione ed assumendovi una partecipazione attiva. Il particolare poi che sia ancora sentita la credenza popolare, secondo la quale il piccolo attore che impersona il bambino miracolato sarà sottoposto tutta la vita alla protezione salvifica del Santo, con nota l’evento di motivi offertori e votivi, altrove perduti. Si intravede, quindi a Palombaro, ancora l’originario collegamento tra il culto ufficiale, codificato e garantito dalla dottrina cattolica e la manifestazione popolare da cui la prima, in molti altri casi ha assunto precise distanze, quando addirittura non si è posta in aperta conflittualità. La rappresentazione non è sottolineata da nessun commento poetico o musicale e mantiene anche nella mimica e nella gestualità dei personaggi il carattere arcaico e solenne che tanto colpì Antonio De Nino che vi assistette intorno al 1880.
IL CULTO DI S. DOMENICO ABATE PROTETTORE DEI SERPARI
S. Domenico trattiene la montagna
se piove non si bagna
per amore di Gesù,
se piove non si bagna per amore di Gesù.
Evviva S. Domenico, S. Domenico protettore,
e noi di buon cuore,
lo veniamo a visitar.
Le gambe di S. Domenico,
trattiene la montagna
se piove non si bagna
ecc...
…e cosi continuando con l’elenco delle parti del corpo di S. Domenico e delle loro viri miracolose il canto si chiude con un «evviva S. Domenico » pronunciato ad alta voce dal capocompagnia a cui i pellegrini, mentre varcano la porta della chiesa, rispondono con un grido di evviva. Siamo giunti a Cocullo, paesello nel cuore dell’Appennino Abruzzese, il primo giovedì del maggio del 1970 e la prima compagnia di pellegrini che abbiamo incontrato è stata quella di Montaquila, paese molisano, di cui abbiamo registrato codesto canto in cui si fanno le lodi di S. Domenico abate, protettore dalle morsicature delle serpi, dal mal di denti e dalla idrofobia o rabbia canina. Ma migliaia erano i pellegrini che si recavano al santuario; v’erano compagnie della Ciociaria, del Sulmonese, di Pescina e Capistrello nella Marsica, di paesi del Pescarese e del Chietino, procedenti in un frastuono di canti e di preghiere che destava espressioni di meraviglia nei curiosi e nei turisti venuti ad osservare la sagra del serpente. Il culto di S. Domenico abate è assai diffuso in Abruzzo ed è legato soprattutto alle serpi: difatti qualche studioso, stando al cerimoniale che si mette in atto per festeggiare il Santo a Cocullo ed a Pretoro in provincia di Chieti, lo ricollega all’antichissimo culto pagano della dea Angizia professato fra i Marsi, i quali nel mondo latino erano famosi come in cantatori di serpenti e abili nell’arte dei venefici. Paolo Toschi ricorda appunto un gioco praticato a Ortucchio e chiamato « angizia », in cui i ragazzi calpestano dei serpentelli disegnati per terra, e che sarebbe il resto, conservato dalla tra dizione a livello di gioco infantile, di un antico rituale pagano. D’altra parte Angizia ha la stessa radice di anguis (da ango) che in latino significa serpente. Ma la festa di S. Domenico) (con il rituale della liberazione di un bambino dal lupo) non ha luogo solo a Cocullo e nei paesi della valle del Sagittario: culti analoghi si hanno a Pizzoferrato, Palombaro, Villamagna, Torricella e Lama dei Peligni e, in particolare, a Pretoro: dove, la prima domenica di maggio, con la processione di 5. Domenico e la sacra rappresentazione del lupo che restituisce, per intercessione del Santo, un bambino rubato a due coniugi boscaioli, si celebra la sagra delle serpi tenute in mano da serpari, e anche da ragazzi, in onore del protettore. Naturalmente la festa di Cocullo ha maggiore importanza dal punto di vista etnograflco e spettacolare perché, ancora prima dell’inizio della processione, si usa mettere sulla statua del Santo serpi vive che si attorcigliano al collo e alle braccia di S. Domenico che viene poi cosi portato in giro per il paese. Ed ecco alcune testimonianze sulle credenze intorno alla protezione che deriva dalla visita al santuario: Noi veniamo a fare visita a S. Domenico che ci protegge dal morso dei serpenti e dei cani cattivi (idrofobi), dal mal di denti, da tutto; sarà proprio, noi non lo sappiamo spiegare, patrono di questi veleni. (Capocompagnia di Capistrello). Noi ci veniamo perché S. Domenico è un grande santo che fa tutto, aiuta per tutto. Riceviamo le grazie, è molto miracoloso. (Pellegrino della compagnia di Pescina). Nell’interno del santuario abbiamo anche notato una lunga fila di fedeli nei pressi di una campanella che veniva tirata con i denti. La spiegazione di questa pratica ci è stata data da una devota, mentre la campanella suonava agli strattoni di quanti si sottoponevano a questo rito:
S. Domenico ci ha la pinza pe’ tirà li denti;
si ‘cchiappa la catena della campana
e si sona co’ denti oppure con le mani e se ne va il dolore.
Ecco altre credenze e leggende intorno alle ragioni che, secondo la tradizione, hanno determinato il culto di S. Domenico protettore dai morsi delle serpi:
San Domenico stava in carcere a Villalago ed un servo gli andò a portare da mangiare delle alici con il pane, e anziché di portargliene tre, gliene portò due, ed una la mise sotto una pietra perché pensava che quando sarebbe tornato dalle carceri si poteva mangiare pure lui questa alice: ma invece quando andò a voltare la pietra uscì una serpe, e fu la prima grazia, e poi ne fece ancora.
SILVI (TE) 28 giugno/fine maggio
Si narra che durante una delle tante incursioni turche che infestavano l’Adriatico, Leone, giovane marinaio di Silvi riuscì a scongiurare l’invasione del paese, accendendo sul punto più alto delle mura che circondavano l’abitato posto sulla collina prospiciente il mare, un grosso fascio di paglia, il cui bagliore accecò gli assedianti. In ricordo dell’episodio, ogni anno il 28 giugno, per la festa del Santo Patrono, che è San Leone, nelle ore serali si usa dar fuoco al Cencialone, un mucchio di paglia, intorno al quale si balia e si canta, fino a quando la brace non si è consumata completamente. Si tratta, in effetti, di un fuoco solstiziale, una pratica la cui collocazione varia, a seconda i paesi, in uno spazio temporale che va da San Vito a San Pietro. Questi fuochi, diffusi in varie forme in tutta Europa, oltre ad essere un chiaro simbolo solare, hanno la funzione rituale di proteggere il creato, di scacciare i demoni, le streghe e di purificare la terra dalle malattie, restituendole uno stato di virtuale giovinezza.
SAN TOMMASO DI CARAMANICO (PE) Lunedì di Pasqua
La contrada dei Luchi è una delle più pittoresche e suggestive del Parco nazionale della Maiella. Ricca di boschi, di anfratti, di grotte e di acque. fu, come racconta la tradizione, sede di una città misteriosa e scomparsa. detta Urbs rustica. In effetti alcuni ritrovamenti archeologici di reperti ceramici, tombe e ruderi di difficile classificazione inducono a credere che nel luogo, in tempi antichissimi. vi debba essere stato un insediamento di una certa importanza che può, del resto, giustificare la costruzione della chiesa di San Tommaso ed il funzionamento di alcuni mulini ad acqua, ancora presenti lungo le rapide cascate dell’Orte. Di certo si sa solo che la zona, come dimostra anche il toponimo, dovette essere sede di un bosco sacro e forse di qualche collegio sacerdotale che abitava le numerose grotte visibili lungo le pareti rocciose e che, in epoca di bonifica agraria benedettina, divenne una cella della vicina abbazia di San Clemente da Casauria, a cui era soggetta per i diritti feudali. Forse in questo periodo, in cui la politica espansionistica e coattiva dei mona ci sulle popolazioni autoctone cercava giustificazioni soprannaturali, ebbe origine la leggenda secondo la quale la chiesa di San Tommaso apostolo fu edificata in seguito alla apparizione degli Arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele ad un certo Antimo. In effetti la costruzione si deve alle maestranze di Casauria, che qui si ebbero occasione di esercitarsi anche in soluzioni inventive e sperimentali di un certo interesse. La chiesa, ampia e solenne, conserva al suo interno alcuni particolari il cui significato va ricercato nella oscurità dei tempi e delle forme religiose che precedettero la presenza monastica e che rimanda a culti della vegetazione. All’inizio della navata centrale, prima dei pila stri che sorreggono le arcate, è posta una colonna monolitica di fusto rettangolare ad angoli arrotondati, oggetto di un singolare culto litico. La gente crede che sia stata trasportata e collocata dove si trova attualmente dagli angeli, mentre i muratori che lavoravano alla chiesa erano caduti in un improvviso sonno. Si crede che strofinando oggetti alla colonna o asportandone piccole schegge di marmo si ottengano potenti talismani contro i dolori di testa. Nella cripta che si apre sotto il piano della chiesa vi è un pozzo di acqua sorgiva, ritenuta miracolosa contro le malattie degli uomini, degli animali e persino contro quelle delle piante. Infatti si crede che l’acqua abbia proprietà contro la peronospora della vite, In questo scenario tanto complesso e denso di fascino si svolge il lunedì di Pasqua una antica processione lustrale e propiziatoria che. partendo dalla chiesa di San Tommaso, attraversa i campi circostanti. Per l’occasione vengono esposte e trasportate tutte le statue esistenti nella chiesa a cominciare da quella di San Tommaso apostolo, seguito da Sant’Antonio Abate. San Rocco, la Madonna addolorata e il gruppo di Sant’Anna e Maria Bambina. I contadini del luogo ritengono di buon auspicio far attraversare i campi coltivati dalla processione e ricevere la benedizione del prete che asperge di acqua benedetta i quattro punti cardinali. Dopo le funzioni liturgiche la gente si conce de una allegra scampagnata verso i Luchi, dove consuma una tradizionale merenda a base di formaggio e uova.
Rocca di Mezzo (Aq) Ultima domenica di maggio
Dal 1947 Rocca di Mezzo ha un modo molto originale di festeggiare il ritorno della primavera. Gli abitanti, prendendo spunto dalla fioritura di narcisi che ricoprono l’altopiano delle Rocche si sono inventati una kermesse tutta particolare, una specie di carnevale fuori stagione, durante il quale il protagonista è questo splendido e profumatissimo fiore. Con il concorso di tutta la popolazione viene allestita una sfilata di carri allegorici animata da vari personaggi, tratti solitamente dalla scena politica. Carri, addobbi, ornamenti dei personaggi, tutto è realizzato con i narcisi che vengono pazientemente raccolti ed intrecciati con un lavoro che esige, data la caducità della materia prima, impegno e celerità. L’idea di utilizzare i fiori in cortei festosi che celebrino il ritorno della primavera è molto antica e in un certo senso trova la sua origine storica nelle Floralia, feste di latina memoria. A Rocca di Mezzo, tuttavia, questa tradizione ha una data di nascita precisa e recente, anche se, per l’entusiasmo e i consensi che suscita. si avvia a divenire un appuntamento fisso e una ricorrenza consolidata nel tempo. che entrerà sicuramente a far parte del costume festaiolo e turistico della zona.
Per tre volte. nel mese più scarso di precipitazioni, i contadini di Atessa organizzano una pro cessione propiziatoria per invocare da San Martino eremita la caduta della pioggia. Il Santo a cui si rivolgono gli atessani è un monaco benedettino che, dopo essere vissuto nell’abbazia di San Salvatore, sì ritirò in una delle grotte circostanti. Il pellegrinaggio nasce da una antica leggenda secondo la quale una statua del Santo, collocata nel santuario di San Salvatore a Maiella, rotolò fino al fiume in seguito ad una tempesta di vento. Da qui. galleggiando sull’acqua. arrivò intatta vicino ad Atessa. dove gli abitanti del paese la col locarono nella loro chiesa principale, dedicata a San Leucio (dove si conserva una costola fossile di dinosauro creduta, dalla tradizione popolare, dente di un drago che un tempo infestava le campagne, ucciso dal Santo). Dopo solenni festeggiamenti, indetti in onore di San Martino eremita, la statua scomparve. Fu ritrovata di nuovo a Fara San Martino e, dopo aver tentato per tre volte di riportarla ad Atessa. fu deciso di lasciare la statua sul posto e di andarvi ogni anno in pellegrinaggio, portando in dono le primizie dei campi e cinque grandi torce votive, le’Ndorce per l’appunto, ottenute legando intorno ad un grosso cero quattro candele minori. Dopo aver assistito alla messa, i pellegrini della ‘Ndorcia escono devotamente dalla chiesa di San Leucio e si avviano verso la montagna. Giunti fuori il paese. in località Vallaspra. vicino il ponte sull’Osento, dove la leggenda narra che il santo monaco, prima di abbandonare per sempre Atessa si sia fermato. per benedire il paese e piantare un ulivo che crebbe miracolosamente, la compagnia compie una prima sosta rituale. Qui i pellegrini ricevono la benedizione del prevosto e recitano le litanie e il priore li invita a guardare per l’ultima volta Atessa e a compiere con devozione il cammino. Dopo ore di marcia. risalendo le valli del Sangro. dell’Aventino e poi del Verde, i pellegrini della ‘Ndorcia giungono a Fara San Martino, dove visitano la chiesa di San Pietro e vi lasciano due fasci di spighe e due ‘Ndorce. Quindi risalgono verso lo Stretto (un passaggio tra i monti così chiamato) e, una volta giunti tra i resti dell’antico monastero, depongono le altre due ‘ndorce nella grotta in cui visse in penitenza il Santo. Alcuni devoti usano raccogliere tra i detriti alluvionali del fiume, in cui si bagnano le mani in segno di devozione. anche alcune pietruzze che riportano a casa come reliquie. Altri, specialmente le persone anziane, si strofinano tra le rocce dello Stretto per non soffrire di dolori addominali. Poi tutti ridiscendono a valle e tornano in paese dove sono accolti festosamente. Il rito ha un chiaro carattere propiziatorio per l’annata agraria che è sottoposto ad alcuni tabù, come quello di non voltarsi mai indietro e di non guardare la montagna durante il viaggio, che fanno pensare ad una antica origine solare del rito.
(Intervista a Pino Basile, Presidente del Comitato festeggiamenti di MICHELE NAPOLITANO)
ROCCA DI MEZZO - E’ difficile riuscire a riassumere nei suoi connotati essenziali o quantomeno cercare di descrivere una manifestazione folkloristico-popolare quale la Festa del Narciso di Rocca di Mezzo con poche note introduttive, soprattutto in considerazione del fatto che la stessa non può essere vista come un evento che esaurisce il suo significato più intimo od anche il messaggio di cui è latore in un mero susseguirsi e ripetersi di scene o di passaggi rituali già amplia- mente rivisitati ed esposti all’attenzione del più vasto pubblico che sempre attentamente lo segue. La Festa del Narciso, difatti, trova le sue radici, ed anche le sue origini, nel quasi mistico bi sogno dell’uomo di ritrovare il senso della propria esistenza, aspetto chiaramente speculare al ciclico e sempiterno alternarsi della sequenza delle stagioni che immutabile scandisce il lento scorrere della vita umana. Ogni anno, dunque, a Rocca di Mezzo, splendida perla del Parco Regionale Sirente-Velino, si svolge questa tradizionale festa “popolare” che prende il nome di Festa del Narciso. Per individuare le origini di tale manifestazione bi sogna necessariamente far riferimento al lontano 1947, anno nel quale i giovani della cittadina concepirono l’idea di creare, al fine di esorcizzare ed elidere i ricordi tristi e gravi, pur troppo non ancestrali, lasciati in eredità dalla guerra appena terminata, un evento rituale e festivo, dotati soltanto di ottimismo e fiducia nel futuro, che fosse foriero ed esprimesse simbolicamente la ritrovata voglia di gioire e di vivere. Il progetto iniziale trovò le sue linee essenziali nell’idea di “allestire dei teatrini itineranti, costituiti da carri allegorici ornati con un fiore di singola re bellezza e dal profumo fragrante, che nasce spontaneo e copio so sul pianoro rocchigiano nel mese di maggio: il narciso”. Il fiore prende il nome dal personaggio di Narciso, il quale dopo aver ammirato la sua immagine riflessa nell’acqua, ne rimase così affascinato che morì per il languore che provava verso se stesso! Il suo corpo fu per potere divino trasformato nel fiore omonimo. In principio gli stessi carri venivano costruiti su delle piattaforme di legno, le quali venivano trainate da mezzi meccanici od anche dai classici animali da tiro, all’uopo ricoperti di soffi ce muschio e da ultimo decorati con verdi e lussureggianti “festoni”. Fanciulli e fanciulle nella loro tenera età ed innocenza, vestiti a festa con i tradizionali costumi abruzzesi, trovavano posto sugli stessi carri: il loro passaggio e lento incedere lungo il percorso stabilito veni va accompagnato da canti popolari intonati dagli altri “figuranti”. La festa, chiaramente, nel corso degli anni si è dovuta adeguare al mutare dei tempi, pur conservando intatto tutto il suo fascino e la sua originalità: difatti attualmente i carri allegorici vengono realizzati attraverso strutture articolate che, elaborate fin nei minimi particolari, si vedono vivacizzate ed arricchite di tanti colori variopinti. D’altra parte, dobbiamo aggiungere che “anche i temi rappresentati hanno subito profondi cambiamenti, parallelamente alla radicale evoluzione di quella che era una comunità rurale. Ora i soggetti sono i più vari e disparati: alcuni dalle scene esilaranti e ludiche, altri poetici e fantasiosi, alcuni, per così dire, dai contenuti tecnologici ed avveniristici, altri più semplicemente di impegno socia le”. Voglio ricordare che tale festa, decisamente unica nel suo genere, merita davvero di essere vi sta e goduta nella cornice di uno scenario naturale incantevole come è quello dell’Altopiano delle Rocche. Abbiamo interpellato al fine di comprendere più intima mente il significato ditale festa e soprattutto conoscerne gli aspetti organizzativi più reconditi la responsabile della Pro Loco del paese Loredana Agnifili. Quanto è centrale e che importanza riveste la Festa del Narciso nella vita dei rocchigiani? “La Festa del Narciso riveste senza dubbio una grande importanza nella vita dei rocchigiani: è un momento di associazione e di confronto, di crescita collettiva. Oltre ad essere un omaggio alla primavera- e alla fantasia, è ampia un’ampia cassa di risonanza per l’immagine, il turismo e l’economia dell’intero altopiano”. Può illustrarci nelle loro fasi salienti i preparativi di tale evento? “La preparazione dei carri allegorici ha inizio circa un mese prima della data della festa. Ogni gruppo sceglie il soggetto da realizzare. I ragazzi costruiscono le strutture in ferro e generalmente sono le ragazze ad occuparsi dei costumi e delle scene. Il giovedì prima della festa ha inizio la raccolta dei fiori che vengono conservati in grandi vasche colme di acqua I cani vengono coperti con la rete, nel con la rete nel contempo si realizzano elementi in gesso o altro materiale che andranno a completare la struttura, La notte tra il sabato e la domenica, giorno della festa, vede la partecipazione di nume rose persone, bambini, giovani e meno giovani, che si dedicano alla “infioritura” dei carri. E’ questo uno dei momenti più emozionanti della festa, al quale può partecipare chiunque. Le mattina della domenica è dedicata alle rifiniture ed ai rinforzi delle parti infiorate e nel primo pomeriggio ha inizio la sfilata dei cani che percorrono la piazza del paese con i loro colori, la loro allegria e le loro coreografie spettacolari”. Vi sono a suo parere elementi di assonanza ovvero discordanza con altre manifestazioni nazionali a prima vista similari alla Festa. del Narciso quale ad esempio l’infiorata di Genzano” nel Lazio? “Sono a conoscenza di altre manifestazioni “apparentemente” similari a quella del Narciso, come ad esempio quella di Genzano o la sfilata dei carri infiorati a Sanremo. I punti in comune sono minimi: in ciascuna di queste rappresentazioni si utilizzano i fiori e si vede la partecipazione dell’intera collettività alla realizzazione d cani o “quadri”. Le origini sono diverse: la nostra festa è nata nel lontano 1947 per dimenticare la guerra appena terminata, la festa è dedicata ad un unico fiore, il narciso, che nasce m abbondanza sul nostro altopiano nel mese di maggio; è una festa dinamica, con sfilate di cani e rappresentazioni teatrali, e complessa in cui concorrono abilità artigianali, artistiche à creative dalla lavorazione del ferro alla preparazione corno- grafica delle scene. Penso che la nostra festa, senza togliere nulla alle altre manifestazioni, sia unica nel suo genere e per questo meriti una grande attenzione”. E’ rimasta in particolar modo impressa nei suoi ricordi una manifestazione e per quali motivi o caratteri? ‘ edizione della festa è particolare ed emozionante, ma nei miei ricordi è rimasta impressa la manifestazione del 1996, anno del cinquantenario della Festa del Narciso. Per quali motivi? E’ difficile d spiegare... si avvertiva nell’aria una grande carica di energia che aveva infervorato sia i gruppi che partecipavano alla festa, sia coloro che si occupavano della parte organizzati va, sia gli spettatori. Un’energia positiva che ha permesso la realizzazione di cani tra i più belli ed ingegnosi degli ultimi anni Anche la macchina organizzativa della Pro Loco ha “osato” percorrere nuove strade per migliorare l’immagine della festa, ottenendo un grande successo. E’ stata decisamente una manifestazione particolare che ha lasciato spazio anche alla nostalgia del tempo andato, alle considerazioni dei cambiamenti avvenuti nel corso degli anni, all’attenzione n volta al futuro della festa”. La manifestazione di quest’anno prevede un programma ricco? “I protagonisti indiscussi della festa sono i cani. Anche quest’anno ci sarà l’esibizione dei cori nel pomeriggio da sabato, nella tarda serata avrà inizio l’infioritura dei cani ed alle 15,30 di domenica i cani sfileranno intervallati da gruppi folkloristici e da artisti da strada Verrà allestito il gazebo che ospiterà la mostra foto grafica delle edizioni passate, e le tribune con posti a sedere. Alle 22,00 della stessa giornata si procederà all’estrazione dei numeri vincenti della lotteria, ciò farà seguito la premiazione dei carri. E’ assicurato il servizio di bus navetta gratuito”, - Essenziale è anche il parere del Commissario del Parco Regionale del Sirente-Velino Dr. Giulio De Collibus al fine di individuare la funzione strumentale dell’evento rispetto ad una valida promozione turistica e d’immagine dell’intero parco menzionato. Ritiene il trionfo della primavera e della natura giustamente rappresentato dalla Festa del Narciso di Rocca di Mezzo “Le emergenze naturali del tentano del Sirente-Velino trovano la loro espressione durante tutte le stagioni dell’anno, anche se forse durante la primavera il Parco raggiunge la sua massima bellezza. Il risveglio della natura senz’altro rende il paesaggio del Parco ancora più accattivante e piacevole da visitare nel suo delizioso incastonamento di natura e di paesi. Il momento della Festa del Narciso, nella sua ormai storia pluridecennale, sicuramente può rappresentare un felice connubio tra natura e tradizione oltre che di promozione turistica, nonostante alcuni aspetti discutibili circa il messaggio diseducativo di un metodo del consumo della natura che in area protetta potrebbe e dovrebbe essere mitigato”. Può essere vista la manifestazione come biglietto da visita delle policrome bellezze del Parco Sirente-Velino? “Il Parco è decisamente ricco di varietà fioristiche e vegetazionali quali ad esempio le splendide fioriture di orchidee selvatiche, la betulla pendula, o anche i numerosi alberi monumentali presenti nei boschi e diffusi su tutto il territorio, peraltro ‘ recentemente censiti dall’Ente, che forse il narciso pur nella sua bellezza non rende del tutto ragione delle bellezze del Parco. Anche perché ci piace sottolineare che da un punto di vista naturalistico la differenza tra un fiore ed un arbusto sta solo in un’opinione, o la Festa dei Narciso può considerarsi volano dell’economia di questa zona dell’entroterra abruzzese? “La Festa del Narciso può rappresentare un volano per la vocazione turistica dell’intero territorio dell’Altopiano delle Rocche se e nella misura in cui la festa vada ad inserirsi in una politica su pia ampia scala di promozione dell’offerta turistica Se durante l’inverno il turismo per la pratica dello sci nelle di vere forme da discesa o fondo, rappresenta una risorsa indiscutibile per questi tenitori, la scommessa che il Parco e le amministrazioni comunali o anche gli operatori turistici hanno davanti è cercare di de terminare e promuovere flussi turistici durante le stagioni a bassa vocazione come la primavera e l’autunno In questo senso l’ Ente si sta movendo, pur nella limitatezza delle sue risorse finanziarie per la promozione di un turismo scolastico e del turismo naturalistico” E’ possibile indicare le linee guida dello sviluppo e promozione turistica del Parco? “Le linee di intervento individuate dal Parco per migliorare la visibilità turistica dello stesso e in generale del sistema turistico riflettono interventi integrati che da un lato mirano a migliorare le infrastrutture e dall’altro i servizi presenti sul territorio. Nello specifico gli interventi, in parte realizzati e in parte da sviluppare nel prossimo fu turo, sono: il recupero delle emergenze storico architettoniche dei centri abitati; il miglioramento della visibilità turistica e promozione dell’immagine del Parco; la valorizzazione delle produzioni e delle attività tipiche mediante regolamenti di attribuzione di marchi di quale il miglioramento dei servizi materiali e immateriali sul territorio. E’ convinzione dell’Ente però che ognuno dei progetti in campo assicurerà migliori risultati e maggiore efficacia solo se sì sentiranno coinvolti e responsabilizzati alla vita di un’area protetta i Comuni e le comunità locali del territorio”.
Fiaccolata purificatrice a ROCCAMONTEPIANO
Il nuovo Sindaco di Roccamontepiano, Adamo Carulli, (parliamo del 2004) è stato il capofila del lungo corteo di fiaccole che è arrivato presso la località la Grava, luogo preposto all’accensione dei grandi falò, per festeggiare la notte. di San Giovanni. “La festa di San Giovanni Battista, vissuta in passato con fede e magia dai contadini, legava con un rito antico “commare a commare, compari a compar” per tutta la vita.
Durante la notte ardevano. nelle campagne di molte contrade del paese, fuochi purificatori. specie in cima alle colline per festeggiare il giorno più lungo dell’anno ed invocare la protezione del Santo per i campi. Alle falde della Majella nella Grava di Montepiano il Palio dei fuochi di San Giovanni” mette in competizione le contrade nel giorno del ricordo della frana del 1765 che distrusse l’antica Roccamontepiano. Lunedì 23 GIUGNO.
PIROTECNICA INIZIATIVA IN ONORE DELLA FESTA DI SAN GIOVANNI BATTISTA A PESCARA
INTERVISTA ALL’IDEATORE E ORGANIZZATORE ERIBERTO MASTROMATTEI.
Signor Eriberto Mastromattei ci presenti questa festa di San Giovanni Battista.
Sono Eriberto di Pescara, conosciutissimo come balneatore e già da tanti anni questa usanza incombe per il 24 giugno, festa di San Giovanni Battista. Addirittura è la giornata più lunga dell’anno solare. Si dice che il sole alle 5:22 “si lava il viso la mattina”. Mentre dobbiamo ricordare a proposito che i nostri avi usavano lavarsi i piedi al nascere del sole, ognuno esprimendo un desiderio. Da molti anni ho cercato di tenere viva questa tradizione, con l’aiuto di amici. Ricordo che anni fa costruimmo un pupazzo ancora più grande di questo, ma sugli scogli. Erano due o tre anni che stavamo un po’ a riposo come organizzazione e quest’anno si è rinverdito il concetto di doverlo rifare e quindi in questa spiaggia libera e grazie a tutte le Autorità che si sono prodigate con un permesso anche veloce, Eriberto “il Pirata” aiutato dagli stabilimenti Jambo e Nettuno Beach, hanno lavorato a braccetto per dare importanza a questa spiaggia libera, creando ancora una volta qualcosa di nuovo che possa arricchire il turismo della nostra Pescara. Cercando di farla tornare come era qualche anno fa, facendole ritrovare il sentiero che ha perduto lungo il tragitto.
Come ha organizzato la costruzione della gigantesca statua di paglia ?
Una volta avevo molti “schiavi” al mio comando, anche persone note come: De Cecco, Santomo, Pierucci, Cicci Diomede, Santilli e altri. Insieme facevamo i portatori di queste balle di paglia. Oggi il mezzo meccanico ha sopperito e con l’aiuto dei fratelli Enzo e Antonio e altri amici siamo riusciti a mettere su questo pupazzo con un po’ di difficoltà per i tempi che corrono e non tanto per la realizzazione. Siamo arrivati così ancora una volta alla vigilia di questa manifestazione folcloristica.
La manifestazione prevede che dagli scogli verso riva avanzi un gruppo di ragazzi con delle fiaccole a mo’ di processione e man mano che arrivano a riva, segnalati con delle musiche e con una trombetta, andranno a girare in tondo al pupazzo per poi accendere il falò. Il fuoco verrà acceso in due punti, all’inizio a metà del busto del pupazzo, affinché le gambe non cedano e successivamente delle girelle per un po’ di folclore. Avremmo voluto fare di più col fuoco, ma non ci è stato consentito.
Il resto della festa verrà improvvisato e da me coordinato. Un bagno notturno non può che fare bene. Il pubblico sarà sicuramente numeroso e non rimarrà deluso. Lo spettacolo e il divertimento sono assicurati.
Dobbiamo cercare di rinverdire le tradizioni che sono oramai sepolte nei nostri ricordi.
La festa di San Giovanni infatti è andata pian piano perduta nel tempo e ne sono nate altre. Indubbiamente questo progresso, che a mio avviso è più un regresso, sotto certi aspetti non ci da una mano. Ha portato verso altre volontà, iniziative, costumi e abitudini. I ragazzi vivono di più la notte che il giorno, per cui queste tradizioni sono venute meno.
No, non lo è. Anche se sicuramente è stata adottata nei paesi della costa. Questo falò si fa anche in altre regioni. Il pupazzo è chiamato di San Giovanni o “ Lu jettator”, l’uomo che porta sfortuna. Si riallaccia al solstizio d’estate, e quindi all’inizio della stagione estiva.
Per quanto riguarda il prossimo evento, ci sarà un’altra manifestazione prettamente marinara a metà luglio con il mare calmo chiamata, “La festa dei desideri” dove ci saranno tante persone in mare che, con l’aiuto della bonazza (mare calmo) e del vento di terra, faranno dolcemente scivolare al largo dei lumini, portatori spero di migliaia di desideri.
Ringrazio tutti e vi aspetto numerosi ai prossimi appuntamenti tradizionali organizzati dallo stabilimento Jambo di Pescara e dal Pirata Eriberto.
Arti e mestieri a Castel Belfiore
V Mostra dell'artigianato 19-23 luglio 2002
Vicine a la barchette,
ci sta' lu marinare,
a raggiustà la rete
quande ni và pi mare.
E quande mi la mbracce
D'acque di mare addore
Mi fa trimà lu core
Di cuntantezze …
Nj vuje lu sartore,
ni vuje lu scarpare,
vuje lu marinare;
e quande mi la mbracce
d'acqua di mare addore,
mi fa trimà lu core
di cuntantezze.
L' Associazione "Pensieri Liberi" ha organizzato a Silvi Paese, la V edizione della mostra dell'artigianato "Arti e Mestieri a Castel Belfiore", patrocinata dal Comune di Silvi e con la compartecipazione della Provincia di Teramo.
La manifestazione mira a riscoprire gli usi e i costumi tipici del nostro passato.
Nell'arco di cinque serate itineranti, sono state mostrate al folto pubblico, le diverse forme dell'artigianato regionale del periodo medioevale, contornate da mostre ad hoc.
Anche l'aspetto culinario ha contribuito ad un ritorno al passato, con piatti tipici della nostra tradizione.
L'atmosfera è stata allietata da musiche medioevali e barocche, da giochi e canti popolari mentre in ogni vicolo del piccolo borgo gli artigiani nelle loro botteghe hanno dato dimostrazione della loro divina arte.
Abbiamo intervistato per l'occasione il presidente dell'Associazione "Pensieri Liberi" di Silvi Paese.
- Sono Sandra Vallescura, Presidente dell'Associazione Pensieri Liberi, che è un circolo culturale che opera sul territorio da sei anni che si finanzia con contributi stanziati da Enti Pubblici e grazie al contributo privato. Nati come gruppo giovanile di protesta, ben presto ci siamo occupati di problematiche sociali e di attività culturali in genere. Nasce così sei anni fa la manifestazione "Arti e Mestieri a Castel Belfiore", ( toponimo che veniva usato per chiamare Silvi Paese nei tempi passati ) che nel primo anno già mobilita verso il nostro piccolo paese un discreto numero di curiosi. E pensare che l'idea nasce quasi per caso e per noi ragazzi del paese diventa un gioco, un divertimento ed è grande la soddisfazione nostra nel vedere che durante le manifestazioni anche il pubblico si diverte.
Quest'anno la mostra dell'artigianato mira a rivalutare l'immagine del nostro paese attraverso le tecniche e i prodotti tipici del nostro passato. All'interno della manifestazione trovano spazio la mostra della marineria e la mostra dell'agricoltura, con il rituale della trebbiatura che ogni sera viene riproposta in piazza. A differenza degli anni passati il tema della mostra è il matrimonio, l'anno scorso abbiamo proposto il tema delle credenze popolari intitolando la manifestazione "L'arte di sanare".
Quest'anno abbiamo proposto nelle diverse serate e in particolare durante la prima, tutte gli antichi riti legati al fidanzamento e al matrimonio stesso. Sul carro della dote, trainato da buoi infiocchettati e bardati a festa, ( la tradizionale soma ) la promessa sposa attraversa il paese esponendo a tutti il proprio corredo, mentre le donne formano un corteo tutt'intorno. Per l'occasione ci siamo serviti di costumi tradizionali anche molto antichi e vorrei ringraziare la disponibilità concessaci dal Museo di Picciano che ci ha permesso in tal modo di arricchire il locale adibito per la mostra sul matrimonio. La manifestazione è stata poi rallegrata dalle melodie e dalle sonorità della Corale Folk G. Spitilli, dal gruppo di musici "I DisCanto" e dalla "Banda della Racchia" i più bizzarri artisti del mondo, venuti dal paese di Sarnano, che con i loro strumenti fatti di catini, pentole, graticole, grattugie hanno riproposto i suoni di vecchie canzoni popolari. Poi tanti giochi hanno visto protagonisti i più giovani e non solo, la corsa dei sacchi e il palio degli asini. Per finire la compagnia de "Il Bagatto" ha riproposto uno spaccato di vita sul brigantaggio e nella serata finale del 23 luglio abbiamo riproposto il ballo della pupa, il tradizionale fantoccio animato, simbolo propiziatorio della fecondità della terra con la sua danza propiziatoria e di purificazione, con i suoi fuochi pirotecnici.
Tutti gli abitanti del paese hanno contribuito alla realizzazione e alla buona riuscita della manifestazione e abbiamo cercato di ricreare quelle atmosfere tipiche del medioevo, con l'utilizzo di paglia, animali e attrezzature varie quali fiaccole e stendardi. Un ringraziamento che mi pare doveroso lo rivolgo ai vari artigiani che sono accorsi numerosi da tutta la regione e hanno riproposto i vecchi mestieri, dando prova della loro mirabile maestria.
La giornata è stata suggellata da un annullo postale recante il logo della manifestazione, che nelle prime giornate è stato distribuito da un apposito stand e dall'ufficio postale -.
Investono il mondo magico dei prodigi le usanze della notte di 5. Giovanni, quando le ragazze compiono tutta una serie di riti per conoscere l’identità e la condizione sociale dello sposo, e quando cercano di essere più belle e di avere capelli pii lunghi bagnandoseli, al mattino del 24 giugno, con la rugiada del canneto. L’usanza, come rileva Paolo Toschi è antichissima e diffusa anche fuori d’Italia. Il Petrarca scriveva di aver visto a Colonia in Germania, la sera di San Gio vanni, « migliaia di vezzosissime donzelle, fregiate di erbe odorose, accorrere sulla sponda del Reno e immergere a vicenda nel fiume le mani e le braccia candidissime ».
A Gissi, ma anche in altri paesi, la sera della vigilia di San Giovanni, si usa prendere tre fave e, dopo aver tolto alla prima tutta la buccia e metà alla seconda, si pongono tutte e tre sotto il cuscino. Il mattino seguente, appena sveglie, le ragazze infilano la mano sotto il guanciale e ne prendono una senza guardare: se è quella senza buccia, vuoi dire che il futuro sposo sarà povero; se è quella con la buccia vuol dire che sarà ricco; se è la terza fava, non sarà né ricco n povero.
A Castiglione a Casauria (Pe), come anche a Orsogna, nel Chietino, si mette una chiara d’uovo in un bicchiere la sera della vigilia di S. Giovanni: se al mattino assume una forma particolare, si può predire la condizione sociale dello sposo. Questa è invece la pratica di S. Giovanni ad Atri ed a
Roccascalegna:
A San Giuvanne, prime che esce lu sole,
le giuvenette va a lu cannete e dice:
« S. Giuvanne, s. Giuvanne fèmme
cresce le capille come ‘ste chènne ».
E se trèzzeche le chènne e se spicce.
A S. Giovanni, prima dell’alba, / le ragazze vanno al canneto e dicono: /
« S. Giovanni, S. Giovanni fammi / crescere i capelli come queste canne ». /
E scuotono le canne e si pettinano.
A Schiavi d’Abruzzo (ma anche in altri paesi), invece, sempre la mattina del giorno di S. Giovanni, si ricorre per i presagi ai fiori di cardo. Ecco una testimonianza:
la sera del 23 giugno, vigilia di S. Giovanni, si prendono i
cardi i quali hanno attorno come una « panarella » (un cestino)
e si mettono dentro due giare, una fuori ed una dentro la finestra. Se fiorisce [ quello fuori, la ragazza prende marito
« fuori di terra » cioè fuori paese; se fiorisce il cardo della giara
che sta dentro, la ragazza si sposa in paese.
Il 24 giugno ai mattino le ragazze vanno al canneto e scuotono le canne ( vussano le canne). Se sui cappelli cade molta rugiada, si crede che cresceranno molti più belli e fluenti.
A Lama dei Peligni: la sera della vigilia di 5. Giovanni, dopo aver acceso un gran fuoco, si usa girarci intorno, saltellando, tanto che quest’anno un ragazzo per poco non ci è caduto sopra. I ragazzi e le ragazze si prendono per mano e fanno il girotondo, cantando alcune canzoni e chiedendo delle grazie a S. Giovanni. Girando intorno al fuoco si abbracciano: cosi diventano fidanzati e compiono il loro destino.
La sera, prima di andare a letto, inoltre, le ragazze che sperano di trovare marito, mettono in un bicchiere d’acqua la chiara dell’uovo; se la notte è serena, è un auspicio buono, poiché la chiara d’uovo assumerà forme in cui possono predire se sono fortunate o sfortunate.
Ecco una serie di usanze di Gissi:
Il 24 giugno le ragazze si staccano un capello e vi appendono una « fede » benedetta. Poi prendono un bicchiere, riempito d’acqua a metà, e immergendovi la fede appesa al capello e rialzandola dicono tre volte:
San Giuvanne, San Giuvanne belle candi anne c’è rimaste
pe’ maritarise ‘sta zitelle?
Mentre l’anello è tenuto ben sospeso e fermo, si dicono 3 Ave, 3 Pater, 3 Gloria. Quando l’anello comincia a muoversi e a battere, si conta per quante volte batte. Infatti si dice che rimangono tanti anni, quante volte batte. Se esso non batte, si ripete la formula, sostituendo agli anni i mesi; se ancora non batte, si sostituiscono le settimane ai mesi e quindi i giorni alle settimane. Se anche in quest’ultimo caso l’anello non batte, significa che tale persona resterà zitella.
Sempre il giorno 24 giugno, si compera del piombo e si fa scaldare l’acqua dentro un recipiente. La ragazza interessata si mette un asciugamano bianco sulle spalle e un’altra ragazza prende il piombo, che precedentemente si è fatto sciogliere, lo butta nell’acqua, pone quel recipiente in testa alla prima e gira attorno al tavolo recitando 3 Ave, 3 Pater e 3 Gloria.
Nel frattempo il piombo avrà assunto una forma specifica. Se la forma sarà quella dell’ago, lo sposo sarà sarto; del martello, sarà falegname, ecc.
Il
24 giugno una ragazza prende la conca, e gira per 3 fontane, senza seguire mai
la stessa strada e senza parlare con nessuno.
Giunta alla prima empie la conca d’acqua, nella seconda la vuota e la riempie, e cosi farà anche quando giungerà alla terza. Nel ritornare a casa, il primo ragazzo che le passerà davanti, sarà il suo sposo.
Un’altra usanza caratteristica dell’Abruzzo nella festa di
S. Giovanni è quella del « comparatico », cioè una specie di parentela spirituale che si instaura tra persone dello stesso sesso attraverso lo scambio di doni o de ‘lu ramajette’, che è un mazzolino di spighe o di fiori che si invia alla persona con cui si vuole fare a « cummàre » o « cumbare ». In seguito avvengono altri scambi di doni, ma dal 24 giugno le persone tra cui si instaura il « comparatico » sono legate come da vincoli di sangue. « Lu Sangiuvanne è cchiù di ‘nu parente »:
questo detto esprime chiaramente il rapporto quasi sacro tra compari e comari.
Il comparatico per mezzo del « ramajette » è diffuso an cora nel Teramano e nel Vastese, mentre a Lanciano ancora si pratica con molta frequenza, — e non soltanto nelle contrade rurali circostanti, ma anche nei paesi vicini, come Sant’Eusa nio, Castelfrentano, S. Vito, Rocca S. Giovanni e Ortona — l’usanza del « compare del fiore ».
L’usanza del « Sangiuvanne de lu fiore » si ricollega alla tradizione nuziale: la sposa va in chiesa per il rito con una ghirlanda che a sera, dopo la festa nuziale, verrà tolta dal suo capo da una persona, scelta tra gli amici o i parenti, che da quel momento diventa « compare del fiore »: sarà un intimo della nuova famiglia e sarà consultato nelle circostanze più importanti. La cerimonia è molto semplice: il compare si inginocchia dinanzi agli sposi e chiede: « Cumpa’ e cumma’, mi vulete bbene pe’ San Giuvanne? ». Sia la sposa che lo sposo risponderanno affermativamente, ed allora il compare si alza e fa un discorso occasionale agli sposi in cui quasi sempre sono esaltate le loro virtù; quindi, dopo aver girato per tre volte intorno alla sposa, le toglie la ghirlanda nuziale dicendo:
« Ecche lu fiore de San Giuvanne / Puzzète campa’ cent’anne », e la fa baciare a tutti i parenti. Circa il significato di questo rito del compare che « toglie il fiore alla sposa », si sono fatte diverse supposizioni e non si va lontano dal vero se lo si riferisce alla donna che è in procinto di perdere il fiore della sua verginità.
Altra forma di comparatico doveva essere anticamente quella dello scambio degli anelli; che questa usanza del fare a « combare e cummare » sussista ancora in alcuni giochi infantili (ad Atessa e in molti paesi del Sangro) in cui i bambini si mettono reciprocamente degli anelli al dito, fa pensare che l’antica pratica sia man mano discesa a livello di gioco, come del resto avviene per altri giochi in cui i bambini fanno a compari « a ditello », stringendosi il dito mignolo. Questi giochi sono ancora assai diffusi.
A Roccascalegna, Casoli, Altino, Pennadomo, Torricella Peligna (Ch), fino a pochi anni fa le ragazze « facevano a com mare » scambiandosi i doni — un fazzoletto, un vestito, un pettine adornato di fiori ed erbe profumate — dopo aver girato tre volte intorno all’altare della chiesa: lo scambio dei doni consacrava questo pegno di amicizia.
Nell’Aquilano, in particolare nel circondano di Ofena, le ragazze usano ancora fare « a chemmare » prendendosi il dito mignolo e recitando questa filastrocca riportata, con qualche variante, anche da diversi foildoristi abruzzesi:
A chemmàre a chemmàre
non se dicème male
e se male se dicème
agliu ‘mberne ce ne jeme ».
Così si fa a cum pare a Orsogna in un patto di mutuo aiuto:
A S. Giuvanne care
la fede che te porte fine alla morte:
quande fi iu pane tu, mi li di’ a me
e gna le facce i’ te le dinga a tè (si va tre volte su e giù, si bacia la mano e si fa a compare)
Ora è ridotto a gioco infantile.
Il 24 giugno si lava il sole, secondo una diffusa credenza abruzzese che deve essere un’estrema reliquia di riti di antiche religioni professanti l’adorazione del sole, dato che si celebra nei giorni del solstizio estivo. Probabilmente è a ricordo del battesimo di Cristo operato da S. Giovanni che l’acqua del mare e dei fiumi è ritenuta in questo giorno miracolosa, così come la rugiada del mattino avrebbe, per le fanciulle il misterioso potere di far crescere i capelli belli e rigogliosi come le foglie delle canne che scuotono nel canneto, o proprietà terapeutiche per la cura, in diversi paesi del Chietino, di mal di testa, mal di reni ed altre malattie. Racconta Finamore che molti, la mattina del 24 giugno, si recavano sul promontorio di S. Giovanni in Venere, presso Fossacesia, a vedere il disco del sole che nasceva prendendo la forma della testa del Battista grondante sangue: dalla chiarezza o meno del sole, che in questo giorno prima di alzarsi si ritufferebbe tre volte nel mare, si traggono presagi per il raccolto. Ed anche per questi presagi, le credenze e le usanze di S. Giovanni sono da riferirsi all’inizio della stagione estiva come inizio di un nuovo ciclo stagionale, e perciò rigenerativo di vita e fecondità.
Il culto di S. Egidio, abate benedettino vissuto tra il VI e il VII secolo e venerato come protettore dei lebbrosi e de gli ammalati di febbri intermittenti, è abbastanza diffuso in Abruzzo soprattutto per la presenza di numerosi centri benedettini nel Medioevo. A Lanciano, sin dal decimo secolo, nelle zone dove si svolgevano anticamente le fiere, le nùndinae romane, proprio sui ruderi della casa delle Pitonesse, sacerdotesse di Apollo, fu edificata a devozione del santo benedettino una chiesetta funzionante fino all’ultima guerra:
distrutta nel corso di questa, non è stata più ricostruita, ma ne sono ancora visibili i resti.
È rimasta comunque intatta la tradizione della festa del Santo che si celebra il primo settembre, con la « fiera dei giocattoli » che si svolge la sera prima, ed una serie di usanze di notevole interesse folkloristico per Lanciano ed il suo circondano. Centinaia di bancarelle vendono giocattoli e oggetti di artigianato, tra cui numerosi e caratteristici quelli di terra cotta con le famose campanelle: le quali pure sono da ricollegare a quelle che i lebbrosi tenevano sul bastone per preannunciare il loro arrivo. I vasai di Lanciano conservano ancora un ruolo preminente in questa sagra antichissima.
Il 17 gennaio si svolge in Abruzzo la festa di S. Antonio abate: si tratta di una festa antichissima, circondata da molte leggende che variano da paese a paese e caratterizzata soprattutto dall’orazione che si recita la sera del 16 gennaio, indubbiamente il resto di una sacra rappresentazione medievale. Gruppi di persone mascherate vanno cantando per le case e per le masserie di campagna « lu sand’Andùne », con canti d’argomento tratto prevalentemente dall’agiografia del popolare anacoreta che, come giustamente sostiene il folklorista abruzzese che meglio e diffusamente ha studiato questo interessante motivo della religiosità popolare, Donatangelo Lupinetti, vanno distinti in tre tipi: canti di questua, orazioni umbro abruzzesi e resti di drammi sacri medievali. Il sant’Antonio celebrato in questo giorno non è quello di Padova, ma l’abate d’ Egitto, vissuto nella seconda metà del III secolo in ritiro nel deserto, dopo aver ceduto tutti i suoi beni ai poveri. La tradizione religiosa ci presenta questo santo anacoreta, durante la sua permanenza nel deserto, sempre alle prese con le tentazioni del demonio che cerca di corromperlo con gli allettamenti corporali e, probabilmente in seguito a leggende miracolistiche diffusesi dopo il Mille, come protettore del « fuoco sacro », dell’erpes zoster che volgarmente è chiamato « fuoco di 5. Antonio » e che viene spesso incantato con scongiuri in cui si invoca l’eremita guaritore. Nelle tradizioni folkloristiche abruzzesi il culto di S. Antonio abate deve aver subito un raccordo con la lettera tura giullaresca e comica di origine popolare, nel Medioevo, in quanto è prevalentemente legato ai canti di questua e alle orazioni del 17 gennaio, in cui il santo viene celebrato in una cornice di burloneria e soprattutto come motivo di richiesta di doni; questo, a parte le virtù di santo antistregonico per eccellenza, in particolare per gli animali, che la credenza popolare continua ad attribuire a S. Antonio abate. Un fatto è certo: la festa di S. Antonio abate del 17 gennaio apre il ciclo di carnevale e, anche se alcune tradizioni ad essa legate si presentano collegate ai rituali liturgici, la rappresentazione del sant’Antonio, che continua ad aversi ancora diffusamente in Abruzzo, ha una sua peculiarità dal Punto di vista folkloristico e sta a significare una delle più genuina testimonianze della tradizione giullaresca legata al peri di carnevale: in sostanza l’abate di Roma (santo in realtà molto austero e quindi diverso da come appare nella tradizione popolare) ha fatto le spese del fatto di essere festeggiato nel periodo iniziale del carnevale e quindi si è ritrovato al centro di una particolare letteratura burlesca di origine e gusto popolaresco, che ne ha svolto in questo tono i motivi religiosi. Ci occuperemo di questo secondo aspetto, ricordando prima alcune credenze e tradizioni connesse alla festa di S. Antonio abate. In quasi tutte le comunità rurali d’Abruzzo in questo giorno si benedicono gli animali; una volta i sacerdoti si recavano direttamente nelle stalle per impartire le benedizioni, oggi invece è spettacolo ancora frequente la benedizione sui sagrati delle chiese degli animali domestici (a Pescasseroli, in certe frazioni rurali del Chietino e dell’Aquilano, nel Lancianese, nel Vastese) perché S. Antonio abate morbos expèllit pècudum (tiene lontane le malattie dal be stiame), distrugge e brucia i demoni con tutti i loro analefici (combùrat, dèstruat doemones et male ficia). Si ritiene inoltre, che l’immaginetta di S. Antonio legata alla testa degli animali (col fiocco rosso e... anche con il cornetto) o attaccata alle pareti delle stalle protegga dalle stregonerie (quante volte un cavallo imbizzarrito è detto stregato, e in quante tavolette votive di contadini salvati da cavalli infuriati, indemoniati rappresentata l’intercessione di 5. Antonio abate?). Quanto alla tradizione del fuoco sacro, essa è rimasta particolarmente viva in pochi centri, nelle farchie di Fara Filiorum Petri (Ch), nei focaracci di Pescasseroli, Lama dei Peligni, e di altri centri agricoli: vengono bruciate grandi cataste di legna sul sagrato della chiesa, ed è credenza che il riportare a casa dei tizzoni spenti o della cenere sia di buon augurio. Del resto, quanto al significato di questi falò, tanto comuni in diversi periodi del l’anno in Abruzzo (8 dicembre, S. Lucia, ecc.), vi è da vedere, come sostiene il Toschi, una sopravvivenza del culto del fuoco come elemento purificatore ed eliminatorio di ogni spirito cattivo e quindi il valore propiziatorio della cenere e dei resti del fuoco sacro che vengono conservati o sparsi soprattutto nelle stalle o nei campi. (Ed in fondo, l’usanza di spargere nei campi quanto « appartiene al santo » per propiziare la fecondità, è riscontrabile anche nelle credenze di cui abbiamo parlato a proposito del S. Martino). Quanto alle caratteristiche con cui ci si presenta S. Antonio abate, imitate nelle maschere della rappresentazione cantata alla vigilia del 17 gennaio, esse sono: la grossa e fluente barba bianca, il bastone, il campanello, il libro (sapienza), il maialetto ai piedi (simbolo del demonio, dell’abbondanza e del fatto che gli antoniani confezionavano particolari preparati terapeutici con il lardo di maiale, secondo l’interpretazione del Lupinetti), e infine il diavoletto. Tutti elementi che so no passati nella tradizione iconografica di S. Antonio abate dalle credenze e leggende che la fantasia popolare ha creato man mano su questo santo e che non sembra possano riscontrarsi nella sua vita « ufficiale ». Ma passiamo all’aspetto pi interessante della festa di S. Antonio abate, e cioè ai canti di questua che, specialmente in questi ultimi anni, hanno avuto in Abruzzo una riviviscenza. (Abbiamo avuto notizia che nel 1969, nel 1970 e nel 1971 è stato cantato il Sand’Andùne a Lama dei Peligni, Casoli, Villa S. Maria, Pretoro, Orsogna, Pratola Peligna, Prezza, Pescocostanzo, Barrea, Atri, Montonio al Vomano, ed altri ancora). Addirittura pare che in alcuni paesi siano state organizzate vere e proprie rappresentazioni teatrali.
Pescocostanzo, sorge centro della “Regione degli Altopiani maggiori d’Abruzzo”, tra le falde della Maiella e i primi contrafforti che circondano il Parco Nazionale. Difficilmente si può immaginare un centro di così piccole dimensioni (meno di 2000 abitanti) e in posizione così elevata (1400 m.s.m.) che raccolga in sé tanti elementi di importanza storica, artistica e culturale, tanti aspetti di rilevante interesse per chi indaga sui fenomeni di conservazione-trasformazione di un’antica comunità sociale, e tanti motivi di forte richiamo e possibilità di “fruizione” per il turista. A parte l’indubbia bellezza naturale dei luoghi, il fascino dei vasti altopiani verdi, le grandi distese di boschi, l’imponenza di alcune catene di monti, Pescocostanzo offre un eccezionale patrimonio di monumenti rinascimentali e barocchi, l’intatto assetto urbanistico del passato, una fisionomia sociale non stravolta dalle novità, e al tempo stesso appare come un centro pienamente vitale: propone al visitato una varietà di rinomati prodotti dell’artigianato (oreficeria in filigrana, merletti a tombolo, ferro battuto, legno intagliato, ecc.), l’abbondanza dei prodotti zootecnici, le sviluppatissime attrezzature turisti che estive e invernali (completate, tra l’altro, da quelle dei vicinissimi centri di Roccaraso e Rivisondoli). Siamo arrivati in paese il venerdì 17 gennaio, giorno di festa per le celebrazioni di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali. È un giorno di festa e notiamo con piacere che vi sono molti turisti in attesa del lieto evento. Nella chiesa omonima, antica parrocchiale di Pescocostanzo, sita sull’antica rocca dove sorgevano il castello e l’abitato fino al terremoto del 1456 viene officiata la celebrazione e il popolo oltre a partecipare ai riti religiosi, ivi compresa la benedizione di tutti gli animali domestici, mette in atto anche una vivace coreografia esterna: si accendono numerosi fuochi, uno dei quali all’inizio della scaletta che porta sulla chiesetta e c’è poi l’usanza di andar cantando, di casa in casa, le gesta del santo che combatte contro il demonio. Notiamo con piacere che la giornata termina con un lancio di mongolfiere alla presenza di tutto il popolo, radunato in piazza Municipio. A dare maggiormente un senso di magia alla giornata, è la neve che dalle 18:00 circa, inizia a cadere sull’abitato.
La festa della Candelora, celebrata il 2 febbraio dalla Chiesa cattolica, si ricollega all’antichissima festa romana dei Lupercali che appunto cadeva in questo mese; februare in latino significa appunto purificare, e la Candelora ricorda la « purificazione » della Madonna che, secondo le prescrizioni delle leggi mosaiche, dopo quaranta giorni dalla nascita di Gesti si recò nel tempio per purificarsi offrendo due colombe. L’aspetto più caratteristico della festa è costituito dalla benedizione delle candele e dalla successiva processione: un tempo, in particolare durante il Medio Evo, tale processione aveva un carattere di profonda solennità ed entusiasmo popolare, come a Roma con l’intervento alle cerimonie liturgiche del Papa, o a Trapani, in Sicilia, dove si svolgevano delle sacre rappresentazioni che rievocavano gli episodi della purificazione di Maria e del riconoscimento di Gesù quale Messia da parte del vecchio Simeone, secondo quanto ricorda il Toschi. Oggi in Abruzzo la festa della Candelora, pur avendo perso molto della sua antica popolarità, continua a vivere nel folklore religioso soprattutto per il rito delle candele benedette a cui viene attribuito un grande valore. La candelina benedetta, in genere bianca e sottile, a volte anche variamente decorata con fiori e simboli a colori vivaci, viene appesa dai devoti a capo del letto insieme alla palma benedetta e conservata per i momenti pii difficili della vita. Viene accesa durante i temporali per scongiurare, in alternativa o assieme alle formule- preghiere, la grandine o i danni a cose e persone; a volte viene posta sul davanzale della finestra per tenere lontani i fulmini; durante l’agonia dei moribondi, soprattutto quando è molto lunga e tormentosa, viene accesa per tenere lontani spiriti maligni, così come è creduta efficace durante i parti difficili. In qualche zona, ad esempio nel Lancianese e nel Terama no, la candelina benedetta viene usata per le fatture. Nel corso delle nostre esplorazioni etnografiche abbiamo raccolto più di una testimonianza secondo cui le cosiddette « magare » tengono in mano la candelina con la fiamma rivolta verso il basso per ordire fatture a « male » alle persone, il contrario se tengono la fiamma verso l’alto. Una bella consuetudine legata alla festa della Candelora, ancora vivamente seguita dai contadini più anziani, è quella del bacio al santo Bambino, prima della definitiva rimozione del Presepe, e l’usanza di trarre pronostici circa l’andamento stagionale, come attesta il detto diffuso: « Cannelore, Cannelore, se ci nengue o se ci piove, dal l’inverne seme fore », secondo la credenza diffusa in tutta l’area europea che il tempo bello, lu sulicille secondo una espressione popolare, nel giorno della Candelora significa che l’inverno non è ancora finito. Un’altra credenza riguardante le candeline benedette si ricollega al folklore marinaresco: i pescatori usano ancora te nere nella barca le candeline per accenderle a scopo propizia torio quando sono sorpresi dal fortunale. Una festa liturgica, dunque, quella della Candelora, ancora viva per le credenze e le usanze nel folklore attuale, ed anch’essa con i segni di più antiche credenze legate al mese di febbraio della religione nella Roma antica, conclusivo del l’anno religioso e riferibile alle purificazioni ed espiazioni rituali. Il 3 febbraio, davanti a molte chiese abruzzesi, sono in vendita piccoli pani benedetti e ciambelle che i fedeli acquistano e fanno mangiare soprattutto ai bambini per proteggerli dalle malattie della gola. Si tratta dei famosi « pani di S. Biagio », festeggiato in questo giorno, il cui culto è assai popolare. Le leggende popolari tramandano S. Biagio come un uomo modesto e povero: il fatto si spiega con la tendenza del popolo ad assimilare alla propria condizione sociale anche i santi. In realtà, come scrive Francesco Verlengia, si tratta di uno studioso di filosofia e medicina, vescovo di Sebaste, in Cappadocia, vissuto nei primi secoli del Cristianesimo, che dopo morto ebbe fama di guaritore, soprattutto del mal di gola. Il culto di S. Biagio è rimasto intatto in Abruzzo: quasi in ogni paese vi è la cappella o la chiesa in suo onore, e il tre febbraio, con l’usanza dei panini benedetti, viene praticata dal sacerdote l’unzione della gola con l’olio santo, in qualche località con una penna di gallina nera, facendo baciare una reliquia di S. Biagio. In qualche comunità della valle del Sangro vi è anche l’usanza di porre sulla balaustra della chiesa una quantità enorme di cibarie prima di procedere al rito della unzione: segno evidente che si vuole la benedizione di tutto ciò che passa per la gola. In una frazione di Capestrano (L’Aq.), a Capodacqua, in questo giorno vengono offerte ciambelle di S. Biagio a tutti i contadini che vengono dai centri vicini, e si ha una vera e propria festa, particolarmente viva e folkloristica, in cui possono notarsi motivi di collegamento con gli antichi riti lustrali delle religioni pagane. Circa poi le ragioni per cui S. Biagio sia protettore dei mali della gola, una leggenda diffusa ritiene che, avviandosi il santo vescovo al supplizio, avrebbe salvato dal soffocamento, posandogli una mano sulla gola, un bambino a cui era rimasta di traverso una lisca di pesce. S. Biagio fu martirizzato con un pettine di ferro simile a quello usato dai cardatori di lana, ragione per cui i lanaioli lo scelsero a loro protettore: anzi, proprio dai primi cardatori di lana venuti a Taranta (Ch), paese alle falde della Maiella famoso per l’antichità di questa arte, fu introdotto nella zona il culto di S. Biagio: e Taranta Peligna, dove vi è una chiesa dedicata al Santo, data bile al XII secolo, ed i resti di un precedente monastero, festeggia in questo giorno, con la particolare devozione dei « panicilli benedetti », il suo protettore. La credenza popolare, che tanto facilmente ha amalgamato la magia con la tradizione religiosa, utilizza S. Biagio anche in numerose formule di scongiuro e preghiere per incantare il mal di gola. Eccone un esempio in cui si scongiurano gli stranguglioni (specie di tonsillite), in cui appare la figura di S. Biagio guaritore con tutte le deformazioni operate dalla fantasia popolare:
Sante Biage co’ nove fratille, che da nove rimase a sette, da sette rimase a sei, ecc. ecc.
da du’ rimase a une, esce fore li strangajune.
Il Bonomo, nella sua classica opera sugli « Scongiuri del popolo siciliano », osserva che una delle « prime testimonianze della virtù taumaturgica attribuita a S. Biagio », ad eductionem eorutn quae in tonsillas devorata sunt, l’abbiamo sin dal VI secolo nell’opera del medico Ezio d’Armida. Quanto poi al diffuso scongiuro riportato, in cui si fa il conto alla rovescia del numero nove, il Cocchiara rileva che si tratta di un pro cedimento di magia simpatica in cui, raggiungendo il numero uno, si ritiene che si annulli anche il male, ma sempre con l’intervento di S. Biagio protettore dei mali della gola.
“Gl’Cierv” tra streghe e divinità all’ombra delle Mainarde
Folclore e mistero nell’antichissimo rito dell’Uomo Cervo a Castelnuovo a Volturno in Molise
Castelnuovo
- Il Carnevale è finito da poco, e già si pensa alla prossima edizione dè
“Gl’Cierv”. Considerata festa dell’uguaglianza, che gli studiosi fanno risalire
ai trasgressivi saturnali latini, si presenta oggi con diverse tipologie:
ricorrenze storiche, carri e sfilate, antichi riti propiziatori. Uno di questi
rituali si svolge l’ultima domenica di carnevale a Castelnuovo (IS), dove è
rappresentato il rito dell’Uomo Cervo, che simboleggia il passaggio delle
stagioni in modo cruento e la lotta tra il bene e il male. Streghe, sciamani e
antiche divinità che si dice alberghino nella catena delle Mainarde. La valenza
culturale della manifestazione è tale da richiamare pubblico dall’Abruzzo e dal
Lazio. Un’occasione unica di rilancio per Castelnuovo, paese adagiato sui
declivi prospicienti il Lago di Castel S.Vincenzo. Sono manifestazioni che
emblematicamente riscoprono tradizioni che troppo spesso sono destinate a cadere
nell’oblio. E’ per questo che il comitato organizzatore ogni anno si adopera
affinché tutta la pantomima acquisti valore rappresentativo anche in termini
coreografici e scenografici con attenzione maniacale. Tutto fa ben sperare per
il futuro dichiarano all’associazione “Il Cervo”. “Stiamo realizzando un
apposito Museo ed esistono vari progetti con le Università e la Regione per la
promozione turistica di questi splenditi posti” -ha detto il Presidente Ernesto
Carracillo– “la rievocazione che si tiene ogni carnevale richiama la presenza
delle massime cariche regionali, istituzionali e politiche, proprio a
sottolinearne l’importanza. Il Senatore Riccio sta prodigandosi a livello
politico-centrale per il reperimento di fondi volti alla rivalorizzazione del
patrimonio culturale del versante molisano del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e
Molise”.
Isernia - Si perde nella notte dei tempi l’origine del rito del cervo, meglio noto come “Gl Cierv”, rappresentato l’ultima domenica di carnevale dai cittadini di Castelnuovo, piccola frazione nel versante molisano del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Per qualche tempo il tradizionale rito sembrava essere diventato un ricordo di storia popolare; l’abbandono progressivo dei pesi di montagna ha ormai ridotto a poche centinaia di anime, in gran parte anziani, la popolazione residente a Castelnuovo, trascinando con sé la voglia di far vivere le tradizioni di un passato che, per i piccoli centri di montagna, si è rivelato molto più glorioso del presente. Da alcuni anni la perseveranza di una associazione culturale, che dal rito prende il nome, ha raccolto le forze dei pochi giovani presenti a Castelnuovo e le buone intenzioni della cittadinanza rimettendo in scena la rappresentazione della pantomima. Una ridda di teorie antropologiche ha assurto “Gl Cierv” di Castelnuovo al ruolo di carnevale tra i più antichi e singolari del mondo. Raramente, infatti, la figura centrale di una rappresentazione spontanea ha solo sembianza animali, nel caso specifico di un cervo; il più delle volte a tenere alto il ritmo della rappresentazione è l’uomo selvaggio o comunque una figura antropomorfa. Singolare è anche l’accezione ambientalista della pantomima: il terribile cervo scende dalla montagna per gettare scompiglio e devastazione in paese; dopo una lunga lotta viene ucciso da un cacciatore ma sarà poi Martino, a metà tra un santo ed uno stregone, a restituire la vita al cervo affinchè, con la sua compagna, possa tornare ad abitare le Mainarde. Anche quest’anno un foltissimo pubblico, proveniente da varie regioni d’Italia, e numerosi esperti di antropologia culturale hanno sfidato il freddo dell’ultima domenica di carnevale per assistere alla rappresentazione. Alcune variazioni alla trama originaria del rito, come la presenza di altre figure tradizionali dell’immaginario popolare: le “janare”, hanno reso ancora più attraente l’evoluzione della pantomima. La piazza del piccolo centro molisano, gremita, torna a testimoniare l’interesse esistente per le tradizioni culturali dei piccoli centri e la necessità che gli enti preposti, in primis il Pnalm, sostengano gli sforzi di realtà come l’associazione culturale “Il Cervo” di Castelnuovo.
La Stagione degli Amori
L'ultima domenica di carnevale, a Castelnuovo al Volturno, la piazza comincia a animarsi già nel primo pomeriggio. Uomini, donne, bambini, da soli o a piccoli gruppi si radunano, osservano, si salutano, parlano. Col passare dei minuti il vocio diventa sempre più forte e si amalgama con una intrigante atmosfera d'attesa. Quando il buio comincia ad avvolgere ogni cosa e l'aria è sempre più fresca e silenziosa si ode uno strano rumore provenire dalla parte alta dell'abitato. Dapprima un rumore indistinto, poi sempre più chiaro: è il tintinnio di più campanacci, suonati con una cadenza ossessiva. La gente prova un brivido quando il gruppo di figure appare sulla sommità della salita che porta anche al borgo vecchio. Come uscite da un incubo primordiale sono le Janare, le streghe, dai lunghi capelli stopposi, dai volti grifagni. Esse scendono verso il pubblico sconcertato e incuriosito, suonando il campano con ritmo sempre più serrato, movendo passi di una lugubre danza ad annunciare che un evento straordinario e terribile sta per accadere. Giunte nella piazza, queste singolari creature sciolgono il loro sodalizio e si disperdono correndo tra le case e la gente. L'atmosfera, carica di tensione, è pronta ad accogliere l'evento. Ed ecco gli zampognari che, con passo lento come la melodia delle loro zampogne, avvertono che sta arrivando. La platea ammutolisce. Un grido allarmato risuona nell'aria greve: "Gl' Cierv'! Gl' Cierv!'". Rapidamente diventano sempre più distinti rumori di numerosi, altri campanacci, grida, versi inusuali; cresce l'animazione e la folla, con un clamore stupito, accoglie l'arrivo della Bestia. Con grandi corna ramificate sul capo, interamente coperto di ruvide pelli, il volto, le mani dipinti di nero e il petto ornato di campanacci difformi, l' Uomo Cervo, gl' Cierv, ostenta tuta la sua forza, vitalità e cattiveria. Con minore vigoria ma altrettanta vivacità è assecondato dalla sua compagna Cerva, con un pellame più chiaro e movenze più aggraziate. Entrambi aggrediscono e distruggono tutto ciò che incontrano sulla loro strada, terrorizzando l'impotente paese. Solo Martino, misterioso personaggio vestito di bianco e con un lungo cappello a cono, mago o folletto venuto dalla montagna, cerca di arginare la furia delle Bestie. Con loro ingaggia una lotta impari, armato soltanto del suo bastone. Dopo un duro combattimento fatto di salti, corse, capriole, bramiti spaventosi, Martino riesce a soggiogare l'Uomo Cervo e la compagna, legandoli strettamente con una corda. Nonostante questo le Bestie continuano ad ostentare aggressività, cercando di sopraffare in qualsiasi modo il loro controllore, deridendo la folla, rifiutando con disprezzo la polenta offertagli come pacificazione, tentando improbabili quanto disperati caracolli, fino a che il furore non predomina ed essi si liberano riprendendo a sfogare tutta la potenza animale. C'è un momento più compassato, quando gl' Cierv' cede alle lusinghe della Cerva per vivere "la stagione degli amori", ma subito dopo ricomincia, più forte, la sarabanda. Nulla sembra più in grado di fermare le Bestie. Ecco allora comparire, materializzato dal destino, il Cacciatore. Impassibile come un giustiziere si pone di fronte all'Uomo Cervo e alla sua compagna. Freddo e preciso li colpisce. Le Bestie lentamente si accasciano in un improvviso silenzio. La gente è attonita, come si è attoniti ogni volta che si insinua la l'idea della morte. Adagio il Cacciatore si avvicina ai due corpi inerti, su di loro si china e soffia nelle loro orecchie e, come per incanto le Bestie rivivono, mondate da ogni male, in una ritrovata dimensione naturale. E mentre un generale sospiro di sollievo allenta la tensione anticipando il sentimento di allegrezza che pervaderà di lì a poco la piazza, un grande falò purificatore viene acceso. L'Uomo Cervo e la Cerva, in un'atmosfera festante e presaga di ottimi auspici, si allontanano tornandosene nei boschi sui monti. Dai vicoli, dalle case, d'in mezzo alla gente tornano le nere figure delle Janare. Come attratte dalla forza del fuoco vi si radunano attorno e danzano perché, ricordano, la magia pervade ogni angolo della terra, ogni momento della nostra vita, se soltanto abbiamo la capacità di cercarla. Così si presenta il rito che si ripete ogni anno a Castelnuovo.
Delle Janare, le streghe, a Castelnuovo, molto si sa ma poco si dice. Appartengono a quella categoria di persone che hanno il dono - o la condanna - della diversità. La credenza vuole che le bambine nate nella notte tra il 24 e 25 dicembre siano destinate a diventare Janare, e senza possibilità di scampo se, al compimento del loro settimo anno di età, qualcuno non le farà ingoiare una manciata di sale, decretandone così la rinuncia al maleficio. La Janara non è una semplice fattucchiera: è un essere diabolico con poteri soprannaturali. Sua è la capacità di volare nella notte, di metamorfosarsi in gatto, in civetta o in persona anagraficamente inesistente, di rendersi invisibile all'occhio umano cospargendosi il corpo con misteriosi unguenti, di tramutarsi in sottili volute di fumo vagante rivelantisi di natura umana quando si proiettino come ombre sui muri. Persino la sua malvagità ha aspetti unici. Mai e poi la buona massaia oserà spazzare la propria cucina dopo la cena: spazzare significa allontanare la presenza di Cristo dalla casa ed invitare la malvagia ad entrare che, come la sùrbile e la coga sarde, pratica il vampirismo. Succhia il sangue dei bambini (e non solo dei bambini), preferendo quelli malaticci e anemici, che avvia così verso prematuri esiti, introducendosi nelle loro stanze, durante le ore notturne, attraverso il buco della serratura. Le madri, ossessionate da questa minaccia, usano poggiare allo stipite dell'uscio una scopa di saggina. La Janara, per poter avere libero accesso alla stanza, ha l'arcano obbligo contare tutti i fili della ramazza e per ogni filo recitare una formula magica. Allora forse non riuscirà a terminare la conta prima dell'alba quando, col primo raggio di sole, la stanchezza e il timore di essere scoperta prenderanno il sopravvento e lei sarà costretta a rinunciare alla mala azione. Janare non solo si nasce ma si diventa anche per carattere ereditario: il grande, terribile segreto può essere custodito e tramandato di generazione in generazione, all'infinito. Quando la Janara prende in odio una persona - sia per un motivo serio o per un motivo futile - immediatamente le trasmette il sui malefico influsso semplicemente attraverso lo sguardo: la addobbia, ovvero la ammalia, in modo da toglierle progressivamente ogni forza vitale. Se poi la sua proiezione astrale riesce ad addentrarsi nell'abitazione della vittima, ogni cosa viene messa sottosopra con un terribile fracasso, provocando un grande panico tra i presenti. Quindi, una volta insediatasi nell'appartamento e tornata la quiete, ella si dedica a tormentare la propria vittima durante il sonno, opprimendone il torace e rendendone difficoltoso il respiro, producendo quell'effetto di disagio che gli psicologi e gli psichiatri chiamano comunemente "gatto mammone". La ferocia delle Janare sembra non avere limiti. Se, come abbiamo avuto modo di dire, i bambini piccoli e gracili sono un bersaglio assai appetibile, anche i ragazzini più grandi corrono gravi pericoli: essere strangolati nel sonno o essere misteriosamente ustionati da "nessuno" con la catena che regge la pentola sul focolare. Se il ragazzo viene bruciato "soltanto" per due volte, allora per lui c'è ancora una possibilità di salvezza. Una terza ferita da fiamma significa indiscutibilmente la morte prossima. Gli uomini di chiesa - siano sacerdoti o più semplicemente sagrestani - sono a conoscenza di alcuni modi - di pertinenza loro particolare - per contrastare le Janare ed anche per impedire che queste, bambine, lo diventino a tutti gli effetti, una volta cresciute e divenute donne. Le streghe che entrano in chiesa possono essere ridotte ad una momentanea impotenza se lo scaccino getta dei chicchi di grano nell'acquasantiera e li riprende tenendoli strettamente nei pugni sommersi nel liquido benedetto. Questa operazione impedisce alle malvagie di alzarsi dalla panca su cui sono sedute, ritrovandosi in tale maniera prigioniere del luogo santo. Solamente la preghiera e il giuramento a non nuocere al loro prossimo potranno convincere il sagrestano a liberarle. Il prete invece sa come "salvare" la Janara bambina. Questa viene issata in sella ad un cavallo e fatta cavalcare sotto la finestra della canonica, in piena notte. Il religioso dovrà gettarle addosso la sua stola e, contemporaneamente, darle la benedizione. In questa maniera la piccola sarà redenta e le verrà scongiurato un futuro in combutta con le forze del Male. Si dice che, in passato, uno dei luoghi preferiti dalle Janare fosse l'antico lavatoio situato nella piazza di Castelnuovo. Si racconta di una donna che appariva nuda davanti alla vasca, sia che fosse una notte d'estate, sia che imperversasse il gelo dell'inverno; e di un'altra che "volava" nelle viuzze del paese, dopo essersi cosparsa il corpo di un diabolico linimento: costei veniva chiamata la saltatrice perché pare che, per prendere il volo, spiccasse un gran salto dal balcone di casa. Se si lascia l'abitato per avviarci lungo la strada che conduce al monte Marrone, si incontra poco dopo un vecchio, gigantesco albero, detto la quercia della chiesa poiché sorge in un terreno di proprietà della curia. Sotto questa pianta, un tempo, si riunivano - e forse lo fanno ancora! - le Janare nelle tormentose notti del sabba, per onorare i loro incontri con il signore delle tenebre. A poche decine di metri dalla quercia c'è un piccolo agglomerato di stalle e ovili, un tempo abitazioni, fra le quali si trova una cappella dedicata a Santa Lucia. Questo era, secondo il racconto di un noto personaggio locale, uno dei luoghi di riunione preferiti dalle Janare che, per incontrarsi in quell'ambiente, in qualche modo santificato, indossavano abiti bianchi. All'interno della rappresentazione dell'Uomo Cervo sono, da alcuni anni, comparse le Janare. Il loro ruolo è semplicemente coreografico: non influiscono affatto nella drammatizzazione. I curatori dello spettacolo hanno ritenuto interessante e perfino doveroso proporre questo personaggio che tanta parte ha nel fantastico paesano, immaginando una fisionomia paurosa e ispida, corredata dei canonici campani da far risuonare, durante la pantomima, come accompagnamento alle percussioni - anteposte alle melliflue zampogne e ciaramelle -, suonate da musici sul cui volto è posata una terrifica maschera di licantropo… Già, di licantropo, perché a Castelnuovo si dice che i bambini di sesso maschile nati nella notte di Natale siano destinati a diventare lupi mannai!… Ma questa è un'altra storia, e la racconteremo una prossima volta.
Il Cervo, animale simbolico
A
lla
figura del cervo si assegnano molteplici valenze. Nelle diverse religioni e
culture, assume svariate simbologie, a volte tra loro contrastanti o,
addirittura, antitetiche. Il cervo è l'animale sacro, la vita silvana, il
rinnovamento ciclico e il risveglio primaverile. Ed ancora, è fertilità e ardore
fecondativo, longevità, luce, prudenza, spiritualità, lirismo musicale. Il cervo
è pure animale ambivalente, con una straordinaria vis bipolare: è satanico e
antidemoniaco; solare e plutonico; apportatore dell'acqua della vita o del fuoco
distruttore; simbolo della selvaggia velocità e della sconfinata libertà, oppure
della paura d'essere preda cacciata, imprigionata, uccisa. Il cervo, quindi,
incarna una schiera pressoché inesauribile di simbologie. E ciò proprio per
essere figura presente nella cultura di ogni popolo, che d'ogni popolo sa
esprimere l'universo magico, religioso, storico, mitico.
RINASCITA
Il cervo muta annualmente le proprie corna. Questo fenomeno ne fa il simbolo della "rinascita", della "rigenerazione perpetua" della natura, tanto che si credeva che la polvere ottenuta dalle corna potesse difendere le sementi dai sortilegi. A questa muta ciclica del cervo è legata anche una strana credenza secondo la quale ogni anno cadrebbe anche l'organo sessuale dell'animale. Direttamente collegata alla simbologia della rigenerazione, c'è quella che vuole il cervo albero della vita, rappresentante i ritmi di crescita. L'ampio palco di corna ramificate dei cervi, infatti, è simile ad un albero. Tra i riti che rappresentano questa simbologia, citiamo quello in uso tra alcuni indiani d'America che, travestiti da alce o da cervo, inscenano danze intorno ad alberi per ottenere i favori degli spiriti vegetali che li abitano.
ANIMALE SACRIFICALE
L'Uomo Cervo di Castelnuovo, per taluni aspetti e secondo l'interpretazione che ne danno gli anziani del luogo, rappresenta il diavolo, il malefico. Ma proprio per questo è ucciso, in un sacrificio espiatorio che lo purifica e lo redime. In alcune culture orientali, il cervo, considerato animale solare, viene sacrificato per scongiurare la carestia. Uccidere il cervo allontana le influenze nefaste, libera dalla siccità, assicura una proficua stagione, auspica un abbondante raccolto.
LA CERVA.
Sebbene mostri caratteri simbolici prossimi al cervo maschio, la cerva ne ha pure di propri. Il più evidente e peculiare è quello che la vuole simbolo della natura genitrice femminile. Ciò è attestato nei miti: nei racconti maya, un dio cacciatore si accoppia con una cerva; nelle saghe nordiche, l'eroe Sigfrido è allattato da una cerva; Gengis Khan, secondo la leggenda, nacque dall'accoppiamento tra un lupo e una cerva; nella mitologia classica, inoltre, troviamo Giunone, dea della vita coniugale, a cui veniva consacrata una cerva. La cerva può avere carattere lunare, demoniaco e stregonesco, valenze che si collegano alla sfera infernale che alcune interpretazioni attribuiscono al rito del Cervo castelnovese. Questo animale, infatti, richiama la figura di Diana - da cui il vocabolo dialettale janare (= dianare, streghe), cioè "seguaci di Diana" - il carro della quale era trainato da alcune cerve.
Il Cervo e la pietra di Belzoar
La mitizzazione del Cervo delle Mainarde affonda le proprie radici in un tempo indeterminabile. Tra le innumerevoli leggende che popolano l'immaginario collettivo molisano, forse una soltanto è riconducibile al protagonista del rito di Castelnuovo: quella della pietra di Belzoar. La pietra di Belzoar è un piccolo, fluorescente sasso posto come un diadema tra le corna del cervo capo branco. Ha un'origine spontanea: un prezioso regalo fatto dalla natura a questo nobile animale. Un tempo il Cervo e l'Orso erano gli incontrastati signori della giogaia. Essi vivevano nel reciproco rispetto della loro forza. Ma un giorno avvenne che la montagna fu infestata da una moltitudine di velenosissime vipere. Solamente la pietra di Belzoar consentiva di restare immuni dal loro terribile morso. Così, mentre l'Orso fu costretto a fuggire per non restare vittima dei serpenti, il Cervo, grazie al suo magico ciottolo, rimase l'unico padrone della foresta e della montagna. L'Orso, lontano nel suo esilio forzato, cominciò, giorno dopo giorno, ad alimentare un'invidia sempre più insopportabile nei confronti del Cervo, fino a che, spinto dall'esasperazione e corroso dall'astio, non tornò nel suo vecchio regno e ammazzò il Cervo. Commesso il delitto, egli strappò l'intero palco di corna all' ucciso, divenendo così il possessore della portentosa pietra, quindi ne gettò la carcassa nelle acque profonde di un lago. Fiero del potere acquisito, l'Orso si sentiva invincibile. Però, l'enorme "corona" estirpata dal capo del rivale, strascinata per il bosco, si impigliava tra le siepi e faceva un gran rumore, mettendo in fuga qualsiasi possibile preda. In breve tempo, non riuscendo più a procurarsi il cibo, l'Orso morì. Narra la leggenda che, in certe notti, lo spirito del Cervo riemerga dal lago e, con prolungati, lamentosi bramiti vaghi nel bosco, cercando invano le sue corna e la pietra di Belzoar.
Martino
Pulcinella è una maschera ampiamente diffusa nella tradizione molisana. Anche nel rito del Cervo di Castelnuovo c'è la presenza di una maschera di questa tipologia: Martino, che altri non è se non un Pulcinella. Il costume di Martino è in sintesi questo: abito completamente bianco; cappello conico, anch'esso bianco (quasi sempre il copricapo ha dei nastri colorati allacciati in cima); ai piedi calza le cioce; il viso è truccato vistosamente. Questo Pulcinella svolge un ruolo che assume un evidente significato apotropaico. Egli, infatti, "è la contrapposizione benefica che la comunità chiama a propria difesa per essere protetta dall'azione malefica del Cervo" a cui "impedisce di assalire le persone" e di far dannose razzie. Un'altra caratteristica di questa maschera è quella che la fa identificare con l'appartenente alle classi subalterne. Il Martino di Castelnuovo, infatti, impersona il prototipo del contadino, del pastore, del montanaro; non a caso indossa r' zampitt', cioè le cioce tipiche dei popolani, ed è armato solo di un bastone e di una robusta fune, ovvero oggetti che appartengono al semplice corredo dell'uomo di campagna. Fino a qualche tempo fa, infine, sul suo tutulus era scritto: Pastore (o Montanaro) di Castelnuovo. Anche sul nome di questa maschera si possono fare considerazioni. Che Pulcinella assuma dei nomi generici di persona è perfettamente in linea con la tradizione. … (…) potrebbe darsi che, anticamente, un castelnovese di nome Martino abbia partecipato al carnevale del Cervo e la gente ne abbia usato il nome per identificare la maschera che personificava. La presenza di Pulcinella in un carnevale che proviene da forme cultuali molto arcaiche, da epoche selvagge e venatorie, come sembra essere quello di Castelnuovo, potrebbe apparire una strana diacronia, ma in effetti, anche in feste carnevalesche antichissime, "non è raro incontrare le maschere della Commedia dell'Arte che, pur mantenendo la loro autonomia, intrecciano un rapporto narrativo" con gli altri personaggi, con i quali riescono ad integrarsi trovando una coeva collocazione storico-etnografica.
Cacciatore
Il Cacciatore è personaggio presente in varie feste in cui si giunge al processo del Carnevale, dove svolge il ruolo di esecutore della condanna. La fucilazione, infatti, è uno dei modi più usuali per uccidere i Fantocci- Carnevale. È un metodo, però, che appartiene ai riti, per così dire, più moderni e che presentano aspetti certamente meno arcaici rispetto a quelli riscontrabili a Castelnuovo. Ciò induce a pensare che, come Martino, il cacciatore sia una figura inseritasi in un periodo molto successivo alla genesi del rito. Ma ci troviamo pur sempre di fronte ad un Cacciatore che agisce in un contesto venatorio, laddove il Cervo è braccato e catturato da Martino, in quella che, non a caso, è detta pure caccia al cervo. Non bisogna, pertanto, escludere che, in tempi remoti, il Cacciatore agisse con arco e frecce, lance, ecc. A parte questo problema temporale di connessione o sovrapposizione, bisogna soffermarci su una parte fondamentale della pantomima: quella dell' halitus vitae che il cacciatore soffia nell'orecchio del Cervo, facendolo resuscitare purificato da ogni male. Secondo il racconto della Genesi, Jahvé insufflò la vita nell'uomo inerte; il soffio, infatti, ha universalmente il significato di "principio della vita". Il Cacciatore di Castelnuovo così come è capace di dare la morte è capace di restituire la vita: potere ambivalente che lo sciamanesimo assegna ai più potenti stregoni. Quando il Cervo e la Cerva muoiono, secondo una frazeriana o tyloriana concezione, la loro anima malvagia fuoriesce dal corpo; il Cacciatore, allora, insuffla nelle orecchie delle vittime un nuovo spiritus benigno e codificato secondo i criteri propri della comunità. Va da sé che la resurrezione dei Cervi simboleggia la rinascita della natura, secondo il classico passaggio stagionale inverno-primavera; ma simboleggia anche l'espiazione, il riscatto, la purificazione.
L'infiorata a Chieti l'ultima domenica di maggio


Festa di San Rocco a Cepagatti
Ecco alcune immagini della tradizionale sfilata del 16/8 e del concerto serale dei NOMADI.


Rappresentazioni pagane e rievocazioni storiche nel mese di luglio
L’ASSALTO DEI TURCHI A TOLLO
La rappresentazione di Tollo, che ha luogo la prima domenica di agosto, vuole ricordare l’assalto dei turchi del 30 luglio 1566 alla costa adriatica abruzzese che costò rovine, lutti e la distruzione della antiche Badie della zona. La manifestazione, che viene organizzata in onore della Madonna della Vittoria, prevede l’assedio dei turchi all’antico castello, in cui è stata edificata la chiesa di Santa Maria Assunta, difeso dai cristiani. Gli infedeli assalitori intimano la resa, ma i cristiani non vogliono scendere a patti. Sulla testa degli assalitori viene versata una brodaglia che costituisce la scolatura della pasta scotta e vengono buttate bucce di cocomero. Si tratta dunque di una guerra «pacioccona» per ribadire la scelta del pacifismo, pur volendo attuare in pieno lo spirito della rievocazione storica. I turchi attaccano con insistenza la postazione cristiana e costringono gli occupanti a fuggire. Essi però ritornano sul posto e sconfiggono le orde saracene ributtate in mare. È per questo che la manifestazione scenica finisce con il ringraziamento alla Madonna della Vittoria. LE «PACCHIANELLE» DI PALMOLI. Il 27 luglio di ogni anno è di scena a Palmoli, ai piedi del castello medioevale Marchionale, la sfilata delle «pacchianelle», bambine in costume locale che portano le pannocchie di granoturco in dono alla Madonna del Carmine. A fine luglio le pannocchie di granoturco già mature vengono arrostite al fuoco con l’aggiunta del buon Trebbiano d’Abruzzo fresco, mentre altri le preferiscono lessate in acqua salata in grossi caldai. Quella di fine luglio è dunque una festa dal sapore pagano che rispetta la sacralità del frumento, ma al tempo stesso assume un valore religioso nel mo mento in cui alla Vergine del Carmine viene offerto il prodotto della terra in ringraziamento per il raccolto ricevuto. C’è dunque una differenza ben netta fra questa manifestazione e quella di inizio settembre: la prima è di ringraziamento, la seconda, seguendo l’uso agricolo dello «spannocchiamento», diventa addirittura propiziatoria per il successivo raccolto, mentre si ha fra le mani quello reso concreto da poco. I TURCHI DI VILLAMAGNA. Villamagna, un antico paese posto fra il fiume Foro ed il suo affluente Serrapenna, ogni anno celebra il 13 luglio la festa di Santa Margherita Martire con la rappresentazione in forma drammatica dell’invasione dei turchi avvenuta nei primi anni del Cinquecento e culminata con una schiacciante vittoria dei Cristiani e con la successiva conversione degli «infedeli». La manifestazione consta dei combattimenti fra i turchi ed i Cristiani con una scenografia molto ricca. Alla festa si ricollega anche un rito propiziatorio agreste. Infaccanto alle statue di Santa Margherita e della Vergine Maria è collocato il «monte di grano» su cui si innalza a chiusura della rappresentazione la statua della salvatrice. Anche in questo caso, come in altri molto comuni alle varie rappresentazioni sacre della nostra regione, si associano il sacro ed il profano, il primo come elemento di fede ed il secondo appunto per propiziare abbondanti raccolti della terra.
LE "CAMPANELLE" DI SAN ROCCO A VASTO
In Abruzzo è molto venerato San Rocco, considerato il Santo che guarisce le ferite. Le statue che lo rappresentano sono caratterizzate dalla figura del "guaritore" con una piaga su di un ginocchj un bastone al quale è appesa una campanella ed un cagnoli a fianco. Il 16 agosto a Vasto le ragazze in costume locale usano distribuire ai turisti delle campanelle in ceramica con Sopra impressi a fuoco simboli che rap presentano le varie attività della città: agricoltura artigianato, pesca, industria e turismo. Secondo i vastesi San Rocco non è soltanto il protettore dei feriti, ma anche e soprattutto dei turisti. Perché mai? Perché San Rocco, avendo girato il mondo, va Considerato un viandante illustre, quindi.., un turista. La particolare posizione del paese fra due dirupi concavi del Monte Serra ' il riverbero dei raggi solari determinando un senso di abbattimento che toglie il respiro, specialmente nelle snervanti ore di caldo afoso. C'è però chi ad Ofena insiste nel dire che spesse volte i raggi del sole diventano una scusa per non lavorare: "Ho capito - dice qualcuno a chi si rifiuta di sbrigare una qualsiasi faccenda - hai paura del chiodo solare".
IL "PALIO DELLE PUPE" DI CAPPELLE SUL TAVO
I "pupari" della regione si danno appuntamento ogni anno il 15 agosto, in occasione della festa dell'Assunta, a Cappelle sul Tavo per dar vita al "palio delle pupe", una gara per pupe con premiazione finale per gli artigiani specializzati nel settore, ritenuti più meritevoli. Delle "pupe" e "pupazze" abbiamo già parlato nel capitolo dal titolo "Il ballo delle pupe di Fara San Martino". Quello del "puparo" è un tipo di artigianato che sta a mezza strada fra il pirotecnico ed il modellista, con l'aggiunta di una grande inventiva folklorìstica.
LA SFILATA DEI CARRI AGRICOLI AD ATRI
Ogni anno, il 15 agosto, Corso Elio Adriano ad Atri diventa teatro di una caratteristica e colorita sfilata di carri agricoli trainati da coppie di buoi, addobbati alla maniera antica.
È questa una delle poche occasioni che si presentano, particolarmente ai turisti, giacché i carri agricoli trainati dai buoi sono quasi del tutto scomparsi da quando sono stati sostituiti da una vasta gamma di trattori appartenenti al mondo tecnologico della meccanizzazione agricola.
Si rivedono così i meravigliosi carri, opera dei "faocchi", un antico mestiere ormai scomparso, con il timone, la fiancata e le ruote dipinti con l'immancabile effige di Sant'Antonio Abate, il protettore degli animali e con elementi floreali.
Interessante soprattutto l'addobbo al quale viene sottoposta la coppia dei buoi con il giogo in legno anch'esso decorato, i pendagli colorati, i cordoni ed i campanacci. Non manca, in sottofondo, l'esecuzione delle più belle canzoni abruzzesi.
IL "LACCIO D'AMORE" DI PENNA SANT'ANDREA
Ogni anno, nei primi giorni di agosto, a Penna Sant'Andrea nella vallata del Vomano, nel corso dello svolgimento del "Festival del folklore italico", che è anche caratterizzato dalla sagra della pagnotta casareccia, si esibisce, in edizione straordinaria per i paesani, non esclusi ovviamente i turisti, il più antico gruppo folkloristico d'Abruzzo.
Si tratta del "laccio d'amore" le cui origini sono legate addirittura al neolitico. È una danza dall'evidente significato fallico e propiziatorio con un canto collettivo alla ricchezza ed alla fecondità. Dodici coppie di giovani in costume originale ballano legati fra loro da nastri di seta multicolori con cui si intrecciano, si allacciano e poi si separano. Ogni coppia è a sua volta legata, sempre tramite un nastro, al cosiddetto "palo della fecondità" piantato per terra. La danza è accompagnata, e non poteva essere altrimenti, dal suono di fisarmoniche, chitarre e "ddu'-botte".
IL "CHIODO SOLARE" DI OFENA
Secondo una vecchia usanza, si dice da sempre che i contadini di Ofena si rifiutino di lavorare nei campi nei meriggi di calura nel periodo del "sol leone". Tutto questo perché hanno paura del cosiddetto "chiodo solare" che produce, a causa dei martellanti raggi del sole, gravi conseguenze come svenimenti, insolazioni e perfino colpi apoplettici.
Farchie – Fara F. Petri
Data la visione religiosa che permea tutta la spiritualità medievale; gran parte di queste forare sono collegate con le esigenze del culto, dell’apostolato, dell’edificazione. .Il genere più tipico è forse l’agiografia, vale a dire il racconto delle vite dei santi, in cui ha larga parte il sovrannaturale e il miracolistico, che spesso sfuma in un clima fiabesco e leggendario attingendo dal patrimonio dell’immaginario collettivo popolare. La storia leggendaria del Santo supera i confini geografici del mondo cristiano,e attraversa trasversalmente popoli e culture differenti incentrandosi sulla figura di un uomo alla ricerca della verità e con essa la salvezza. Poche sono le notizie della leggenda che trovano, un reale riscontra storico, tuttavia la complessità della trama induce a pensare che non possa essere solo uomo della fantasia popolare. L’origine della leggenda è essenzialmente orientale; la fonte più antica risale al IX secolo ed è greca. La versione cristiana si basa principalmente sulla storia della vita del Santo narrata nella “Leggenda aurea” di Jacopo da Varagine (1228’— 1298),’opera che fu fonte d’ispirazione per. moltissimi artisti, che, nelle vetrate delle cattedrali gotiche, ne riprodussero numerosi episodi (celebri sono quelli delle scuole giottesche e senesi, del Beato Angelico, del Carraccio e di Piero della Francesca).: In passato l’alfabetizzazione era un lusso esclusivo di pochissimi e i testi religiosi compresa la Sacra Scrittura, erano in latino, quindi la diffusione della fede avveniva attraverso immagini. Bassorilievi, mosaici e affreschi venivano definiti biblia pauperum’ (la”bibbia dei poveri) In quest’ottica va letta la diffusione nel Medioevo della figura del cervo, simbolo della purezza verginale e della carità. Non si hanno notizie esatte sulla vita di Sant’Eustacchio. Se ne tramanda, attraverso varie leggende, una vita che pone l’accento sulla centralità della conversione alla fede cristiana di Eustachio e della sua famiglia. Placido così si chiamava prima della conversione nacque intorno alla metà del I secolo dopo Cristo. Nobile romano dedito all’arte delle armi raggiunse nell’esercito romano l’elevato grado di magister militum ed,in quanto tale; fu chiamato dall’imperatore Traiano al comando di una legione inviata per operazioni militari,in Asia minore dove si distinse per il suo eroismo. Secondo la leggenda, durante una battuta di caccia, Placido vide brillare, tra le corna di un cervo, una luce: profondamente colpito, si convertì e con lui si convertirono la moglie Teppista e i figli Teopisto e Agapito e tutta la famiglia ricevette il Battesimo. In questa circostanza prese il nome di Eustachio. Colpito da sventura - dicono le diverse leggende o probabilmente a causa delle gravi difficoltà alle quali l’intera famiglia dovette far fronte a seguito della conversione al cristianesimo, Eustacchio perse tutti i suoi beni e fu costretto ad abbandonare Roma, rifugiandosi in Egitto, dove pare gli vennero rapiti moglie e figli. Trascorsi alcuni anni, essendosi riaccesi i problemi di potere in Asia minore, l’imperatore Traiano fece cercare l’eroico generale perché combattesse di nuovo a capo delle milizie romane. Eustachio riprese il comando e riportò splendide vittorie tanto da essere accolto in trionfo a Roma, dove ritrovò, con sua grande gioia i suoi familiari dispersi. Il successore di Traiano, l’imperatore Adriano, di fronte alle accuse, che venivano rivolte ad Eustachio di essere cristiano,’gli ordinò di offrire un sacrificio agli Dei di Roma. Questo suo rifiuto lo condannò, insieme alla moglie ed ai figli al supplizio della morte all’ interno di un contenitore di metallo arroventato a forma di toro. Le spoglie del Santo furono custodite, in un sarcofago di porfido posto sotto l’altare maggiore della basilica, mentre importanti reliquie sono conservati nella Chiesa pan di St-Eustache a Parigi: Era ricordato in oriente il primo novembre; probabilmente la data del martirio, ma nel VIII secolo, la data della memoria è stata spostata al 20 settembre. La coincidenza di alcuni elementi significativi che ritornano nelle diverse leggende che si narrano in tutta Europea, richiamano una storia che sembra non essere solo frutto di fantasia popolare. La verità della leggenda del santo è quella di aver generato devozione in tutta Europa. Sant’Eustachio è infatti uno dei quattordici santi ausiliatori, ossia quei santi, che vengono invocati in particolari necessità, particolarmente nelle epidemie (pare che questo risalga alle grandi pesti del X secolo). Nel Medioevo, derivati dalla leggenda del Santo, fiorirono numerosi poemi nei quali la figura del cervo diviene simbolo della purezza e della carità. Anche a Campo di Giove è conservata una reliquia del santo che viene esposta raramente durante la celebrazione eucaristica del 20 settembre. Il reliquiario, tutto in argento sbalzato del XV secolo, in cui figurano gli episodi della vita del santo, custodisce l’osso del cubito di Sant’ Eustacchio.


Dagli infuocati deserti del Gobi alle
desolate fredde tundre della Siberia, dagli Appennini alle Ande, tutte le favole
raccontate attorno ad un focolare contengono tre elementi essenziali: il lupo, i
briganti, la strega. Proprio per questo il Museo ha voluto prima fare una mostra
sul lupo appenninico, successivamente sul fenomeno del brigantaggio post unità
d’italia, ed oggi espone la mostra su “Le Streghe”; Streghe nell’immaginario
popolare, nella storia, nel cinema, nella pittura. Argomenti di grande fascino che comporta
implicazioni anche di ordine religioso oltre che morale, affettivo e storico, e
che vede coinvolti tre grandi Musei come quello delle Tradizioni Popolari di
Roma, il Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara e il Museo di Storia della
Medicina dell’Università “La Sapienza” di Roma. li Museo ripercorre gli aspetti essenziali
di questo fenomeno che ci deve far riflettere e pone in grande risalto l’impegno
per l’immaginario dei piccoli studenti che visitano il Museo stesso.
Ci siamo
preoccupati così di ricostruire la strega di Biancaneve ed i sette nani, come di
dare importanza a quel dramma consumato fino agli inizi dell’800 e documentato
ampiamente dal Goya della strega bruciata viva sulla piazza del paese come segno di festa e di tripudio. Il Museo non
ha intenzione di dare un giudizio storico, ma sicuramente si propone un momento
di grande emozione, di riconsiderazione, di attenzione. Alla maniera di Gennaro
Finamore (fine’800) posso dire che probabilmente non ci sarebbero state le
streghe se non ci fosse stata miseria economica, ma ancor di più miseria
affettiva e culturale. Come posso anche aggiungere che per ogni figlia la
propria madre è sempre una strega.
Io e le streghe
Le avevo sottovalutate! Con molta
presunzione e superficialità pensavo che per conoscere le streghe fosse
sufficiente prendere qualche libro tipo il “Macbeth” di Shakespeare,”lI Corvo”
di EdgarAilan Poe,”Le Novelle della Pescara” di Gabriele D’Annunzio e”ll
Crogiolo” di Arthur Miller. In realtà dopo la lettura non riuscivo ad entrare
nel personaggio, nel loro mondo e, se vogliamo, nel loro credo. Ho cercato di
capire il perché e mi sono giustificato dicendo che in fondo era facilmente
prevedibile in quanto il mio mondo culturale di docente universitario non può
affatto andare d’accordo con il mondo della suggestione, della superstizione,
dell’emozione al quale le streghe appartengono. Per preparare la mostra sulle
“Streghe” ho cercato allora di spogliarmi di tutto ciò che l’Università in molti
anni mi ha dato per essere naturalmente il più vicino a loro: ho ripreso quindi
in mano, ma con più diligenza e con più umiltà, i libri sopraccitati. Dopo vari
sforzi non riuscivo proprio a capire il loro animo, compenetrarmi nel loro
mondo, ed essere, se vogliamo, dalla loro parte. Sono rimasto abbastanza
perplesso e ho sperato che questo benedetto cervello, che mi ha aiutato in tante
occasioni, mi potesse aiutare anche in questa. Finché, dopo alcuni mesi, il
“miracolo” è accaduto in una notte di settembre dello scorso anno. Potevano
essere verso le due, o le tre del primo mattino, al di fuori pioveva, un vento
insistente, continuo, batteva sulle vetrate delle finestre: allora ho capito che
forse riuscivo ad entrare nel mondo delle nostre streghe. Mi sono alzato, ho
chiuso bene le finestre in modo che non arrivassero i rumori dall’esterno, sono
andato in cucina, ho preso una candela e l’ho accesa. Sono andato alla mia
scrivania, ho spento tutte le luci e alla luce abbastanza fioca della candela mi
sono rimesso a rileggere “Il Corvo” di Edgar Allan Poe.
Sono stati sufficienti dieci minuti ed il
“miracolo” che aspettavo si è verificato: a poco a poco la stanza, nella mia
suggestione ed immaginazione, è diventata una stamberga, la scrivania un
tavolaccio, la moquette è diventata terra battuta e fuori la strada asfaltata si
è trasformata in una strada stretta ed infangata. I palazzi sono diventati case
di terra e paglia oppure di pietra e sopra tutto e su tutto una grande oscurità
alimentata da un vento forte, continuo, inarrestabile. Improvvisamente nella mia
mente il richiamo delle brughiere della Scozia, la voce della giovane sposa
morta di “Cime Tempestose” che, con disperazione nella notte cerca il proprio
amato. L’immaginario continua fino ad andare giù fino al Golfo di Salem dove
anche qui il vento gelido del Michigan mi porta le voci delle streghe insieme
alle streghe Maya dello Yucatan, per arrivare al Macumba di Salvador di Bahia. In questo accavallarsi di pensieri
appaiono la Spagna del Torquemada, del segaligno, vegetariano confessore di
Isabella la Cattolica, la Chiesa di Rouen e Parigi (Piazza della Concordia) dove
venivano bruciate le streghe. Infine, e finalmente, la nostra terra d’Abruzzo.
Ma qui più che i personaggi, più che le streghe uccise e bruciate sul rogo
(anche con roghi multipli) ho sentito il pianto di un bambino su una culla unito
al pianto disperato di una madre. Una tosse, la tosse insistente canina, quella
della difterite che non lascia scampo: entro 24 ore la mamma sa che il proprio
figlio muore. Certo è la strega che le sta prendendo il bambino e per sempre. In
un’altra casa, in una culla col ventre gonfio, soggiogato dall’enterite o dal
paratifo, un altro pianto di impotenza e di disperazione di una madre a cui la
strega ha il possesso del bambino e per il quale non c’è scampo. E infine la
madre, la puerpera, con i seni privi di latte. Cosa vuoi che sia se non la
strega che, trasformatasi in serpente, entrata di notte nella stanza,
mimetizzata, approfittando del sonno profondo, stanco e disperato della madre,
succhia dai capezzoli il latte, rubandolo alla fame disperata del povero
bambino. Case e case, case di povera gente, case di miseria, case di
analfabetismo, case di suggestioni, case indifese. Ecco perché, secondo il mio
parere, da circa 2000 anni, la strega è stata una necessità nel leggendario
popolare. Da non confondere certamente con quelle definite eretiche e messe al
rogo per giochi di potere ed altro. Preferisco però essere più vicino a questo
mondo contadino nel quale la strega era sempre una persona “diversa”, a volte
anche con più cultura, a volte perché sapeva di medicina, a volte perché era in
grado di fare con l’albume d’uovo un piccolo gesso in un piede slogato, o perché
era capace di essere vicino allo speziale nei momenti difficili della vita
terrena di ognuno di noi. O solo e soltanto perché era come “mammina” presente
in quel passaggio che è fra la vita eterna e quella terrena, che è la nascita, e
fra la vita terrena e quella eterna che è la morte. Bisogna ricordare che i
nostri paesi si chiudevano a novembre e riaprivano con le fiere a marzo; si
chiudevano perché le strade erano infangate e impraticabili. Restavano però le
immagini delle notti lunghe e buie dell’inverno dove l’ululato del vento non
poteva essere altro che la voce delle streghe, i rumori della stalla erano
dovuti alle streghe che cercavano di rubare gli animali, e ogni lamento di
bambino non poteva essere che attribuito alla strega.
Una donna, incontrando il medico condotto Gennaro Finamore, gli disse che non ci
sarebbero state sicuramente le streghe se non ci fosse stata miseria. lo mi
permetto di aggiungere che non ci sarebbero state le streghe se non ci fosse
stata miseria culturale, vedi l’analfabetismo, e miseria affettiva, guarda la
necessità di tanti figli solo per avere braccia per lavorare e vederli morire
come sembrava e poteva apparire naturale. Ho voluto realizzare la Mostra, non so
se ci sono riuscito, con questo animo stando dalla parte della gente che ha
creato le streghe, stando dalla parte delle streghe perché hanno accompagnato
questo mondo, e stando dalla parte della nostra storia perché da più di 2000
anni, la strega è stata sempre presente. E come nella sonata di Montecalvo di
Mussorgsky, l’arrivo dell’alba e il suono delle campane, fanno rientrare le
streghe nella montagna, così l’arrivo dell’elettricità e l’arrivo del benessere,
hanno fatto sì che le streghe rientrassero nel leggendario popolare e
appartenessero ormai al passato, anche se nel profondo del nostro animo, in
quella pare buia che ognuno di noi si porta appresso, scava scava qualcosa è
sempre rimasto.
Percorso scenografico
Il primo impatto è la Strega di Biancaneve e i Sette Nani con, alle proprie
spalle, il Castello, alla destra della strega stessa un corvo imperiale e, alla
sinistra, la civetta. Ai piedi un coccodrillo. Tutti simboli di quello che era
la corte fiabesca ed immaginaria della Strega.
Strega
deriva dal latino Strix che indica un uccello notturno, molto spesso
rappresentato come un vampiro, un pipistrello. Ecco perché a fianco della strega
ritroviamo sempre un uccello di colore nero, quale il corvo. La Strega nella
credenza popolare è sempre una donna bellissima, nel periodo passato,
ammaliatrice, tentatrice. Solo negli ultimi tempi è stata rappresentata come
donna vecchia, brutta, orripilante. Nel suo costante rapporto con il Diavolo ha
la capacità di realizzare pratiche magiche a fine di male. La Strega nel mondo
pagano era un’incantatrice e svolgeva pratiche magiche sia in senso positivo che
negativo. La Strega, in epoca romana, deriva quindi dal culto di antiche
divinità agrarie, addirittura da quello di Cerere oppure dalla Dea Maia. Diffuso
soprattutto e praticato in Abruzzo, appunto terra della Dea Maia, che
rappresentava la fertilità, e dove operava la maga per eccellenza, temuta e
rispettata in tutto il mondo, che era la mitica Angizia, dominatrice del veleno
delle serpi. Anche presso i pagani la Strega aveva la capacità di trasformarsi
in animale e specialmente in gatto. Questa capacità rimane immutata nei secoli.
Percorso Storico

La strega nel mondo pagano
La strega nel mondo pagano era, più che altro, una incantatrice e svolgeva le sue pratiche magiche sia per favorire il buon raccolto che per danneggiare o distruggere lo stesso.
Accenni a questa pratica si trovano addirittura nelle citate XII Tavole, primo testo della legislazione romana.
In quel tempo la legge non proibiva la magia rituale se questa era usata a fin
di bene (per esempio per favorire il raccolto ecc.) mentre interveniva, ed anche
duramente, quando la magia era usata per causare danni o comunque per
danneggiare cose o persone.
Fondamentalmente la strega era derivazione del culto delle antiche divinità
pagane agrarie, forse addirittura da quella della dea Cerere quando, con
l’abbondanza del raccolto, si determinava una possibilità di scambio tra le
varie società agricole con generale beneficio delle diverse comunità. Questo
culto pagano dovette essere molto diffuso e praticato in Abruzzo, terra della
dea Maia, rappresentante della fertilità, e dove operava la maga per eccellenza,
temuta e rispettata in tutto il mondo antico, la mitica Angizia dominatrice
delle serpi (ecco forse l’origine del culto del serpente nella Marsica).
Presso i pagani la strega poteva trasformarsi in animale e la stessa origine del
nome si riferisce ad un animale.
Questa peculiarità di trasformazione è ancora intatta nella odierna tradizione
e, nelle nostre zone, è ricorrente la credenza che la strega si trasformi in
gatto.
Esse sono considerate, allora come oggi, creature dedite al maleficio; capaci di trasformarsi in ogni sorta di animale; dannose soprattutto ai bambini ai quali succhiano, di notte, il sangue e delle cui carni, a volte, si cibano.
La Strega nel primo mondo Cristiano
(fino al 425d.c.)
L’arrivo della cultura cristiana stravolge il senso del concetto di Strega; nel senso che la Strega è orientata definitivamente verso il male, la Strega ha come suo uomo il Diavolo, da questo trae forza e capacità per realizzare i propri malefici. La Strega in questo periodo è capace di trasformarsi in qualunque animale, ma fondamentalmente danneggia e aggredisce i bambini ai quali succhia il sangue di notte e a volte si ciba delle carni di queste povere creature.
Non bisogna sorprendersi di questo atteggiamento perché i cristiani stessi, e i pagani nei primi anni, venivano considerati “diversi e strani” e proprio perché il rito, specie della Messa, era diverso dal rito pagano, loro stessi erano considerati “maghi” o “stregoni”.
COME "FORGIARE" UN INCANTESIMO
OGNI STREGA CREA
DA SOLA I SUOI INCANTESIMI O ADATTA QUELLI DI ALTRE STREGHE TRAMANDATI DA
GENERAZIONI O USA LE STESSE PAROLE RIPETUTE PER SECOLI. SE UN INCANTESIMO
E' BUONO E FUNZIONA NON VI E' MOTIVO DI CAMBIARLO MA QUANDO LA SITUAZIONE
LO IMPONE LA STREGA "FORGIA" DA SOLA IL SUO INCANTESIMO FACENDOLO USCIRE
DAL PROFONDO DEL SUO SPIRITO E CARICANDOLO CON TUTTA LA POTENZA DI CUI E'
CAPACE.
GLI ANTICHI DICEVANO: "LANCIA UN INCANTESIMO E POI DIMENTICATENE!"
SAGGE PAROLE. QUANDO LANCIAMO UN INCANTESIMO DOBBIAMO FAR USCIRE DA NOI LA
NOSTRA FORZA INTERIORE ED AFFIDARLO ALL'UNIVERSO PERCHE' SI REALIZZI. E'
INUTILE PENSARCI CONTINUAMENTE: "QUANDO SI AVVERERA'? COME MAI CI METTE
COSI' TANTO TEMPO? FORSE NON MI PORTERA' NESSUN BENEFICIO?" QUESTI SONO
PENSIERI NEGATIVI CHE PORTANO ALLA DISTRUZIONE DELL'INCANTESIMO STESSO.
QUANDO SEMINIAMO PREPARIAMO AL SEME UN TERRENO RICCO, UMIDO, CALDO E
TRANQUILLO ENTRO LA CUI OSCURITA' GERMOGLIARE. LA STESSA COSA LA SI DEVE
FARE PER UN INCANTESIMO. PREPARIAMOGLI IL LETTO PIU' PROPIZIO E MORBIDO
POSSIBILE E POI LASCIAMO CHE SIA LA NATURA A FARE IL SUO CORSO.
IN MEDIA IL TEMPO DI REALIZZAZIONE DI UN INCANTESIMO E' DI 31 GIORNI CIRCA
E CIOE' IL CICLO COMPLETO DI UNA LUNAZIONE; DA QUANDO CRESCE A QUANDO SI
RINNOVA E IN FINE A QUANDO TORNA A CRESCERE DI NUOVO.
E' NECESSARIO CHE SI RIPETA IL CICLO DI MORTE E RINASCITA.
GLI INCANTESIMI DELLA STREGA DEVONO COMUNQUE ESSERE SEMPLICI, IN POCHE
FRASI SI DEVE RACCHIUDERE LA RICHIESTA, L'INVOCAZIONE E IL RINGRAZIAMENTO.
DEVONO NASCERE DAL NOSTRO CUORE, CARICATI CON LA NOSTRA ENERGIA E
POTENZIATI CON LE ERBE, GLI INCENSI E LE CANDELE PIU' INDICATE OLTRE CHE
RECITATI NELLE ORE DEL GIORNO O DELLA NOTTE PIU' PROPIZIE, E NEL PERIODO
LUNARE PIU' FAVOREVOLE.
MOLTE STREGHE PREFERISCONO USARE LE PAROLE (ENERGIA) IN RIMA PERCHE' IL
RITMO CANTILENANTE E QUASI MUSICALE CI AIUTA E CI TRASPORTA VERSO
DIMENSIONI CHE FAVORISCONO UNO STATO DI RILASSAMENTO SIMILE ALLA TRANCE.
COMUNQUE SIA LE FRASI DEVONO ESSERE FACILI DA PRONUNCIARE E SCORREVOLI. IL
FINE DA RAGGIUNGERE DEVE ESSERE BEN FOCALIZZATO MENTRE SI RECITA UN
INCANTESIMO E LA RIMA (COMUNQUE NON TASSATIVA) A VOLTE SERVE DA COLLANTE
PER LEGARE ASSIEME TUTTI GLI ELEMENTI PER FAR SI CHE GIUNGANO VELOCEMENTE
A DESTINAZIONE.
Ogni pianta, che
sia erba o frammento di albero, prima di usarla va caricata con i nostri
propositi e la nostra energia e purificata.
La terremo quindi tra le nostre mani (o in una ciotola su cui imporremo le
nostre mani) per qualche secondo dopo che l'avremo passata sopra il fuoco
di una candela bianca.
PER ASSORBIRE IL POTERE DAI FIORI
(primo metodo) IN UNA NOTTE DI LUNA PIENA RACCOGLIERE IL FIORE CHE
NECESSITA E LAVARLO SOTTO ACQUA CORRENTE. PRIVARLO DI GAMBO E FOGLIE E
METTERE PETALI E BOCCIOLI IN UN BICCHIERE D'ACQUA. LASCIARE IL BICCHIERE
ALLA LUCE DELLA LUNA PIENA PER UNA NOTTE INTERA POI FILTRARE E BERE.
(secondo metodo) SCRIVERE UN DESIDERIO O UN INCANTESIMO SU UN FOGLIO DI
CARTA. PONETE UN BOCCIOLO DEL FIORE ADATTO IN UN VASETTO D'ACQUA E SOTTO
IL VASO PORRE IL FOGLIO DI CARTA PIEGATO IN TRE. QUANDO IL BOCCIOLO SI
APRE L'INCANTESIMO E' COMPIUTO.
(terzo metodo) INCIDERE SU UNA CANDELA DEL GIUSTO COLORE IL PROPOSITO
MAGICO POI METTETELA ACCANTO AD UN BOCCIOLO DEL FIORE ADATTO CHE AVRETE
POSTO IN UN VASETTO D'ACQUA. ACCENDETE LA CANDELA E LASCIATELA CONSUMARE.
QUANDO IL BOCCIOLO SI APRIRA' L'INCANTESIMO SARA' COMPIUTO.
SIMBOLICA SEMINA
QUANDO VOLETE APPORTARE UN CAMBIAMENTO NELLA VOSTRA VITA GETTATE AL VENTO
PIU' PROPIZIO I SEMI DI UN ERBA FACENDO ATTENZIONE ALLE SUE VIRTU' E
CONCENTRATI SUL PROPOSITO CHE INTENDETE RAGGIUNGERE. QUANDO I SEMI
INIZIERANNO A GERMOGLIARE AVVERRA' IL CAMBIAMENTO.
BRUCIARE LE ERBE
IL PROPOSITO MAGICO SI DIFFONDE NELL'ARIA SE METTIAMO UN PIZZICO DI ERBE
SECCHE SU UNA PASTICCA DI CARBONCINO.
Il biancospino è
da secoli bruciato negli antichi turiboli per purificare gli ambienti e
gli oggetti usati nei rituali. E' quindi ottimo per tutti i riti di
purificazione. Bruciare i rametti per rimuovere il negativo, le foglie, la
corteccia e le spine servono invece per abbandonare le cattive abitudini.
I suoi fiori sono sacri alle fate.
L'eucalipto piantato vicino alla casa la protegge da spiriti maligni e negatività. Le foglie e le bacche si mischiano all'incenso e il suo olio accresce le facoltà psichiche e il potenziale divinatorio. Un rametto di eucalipto tenuto in casa o sulla persona favorisce la buona salute e l'energia fisica. IL FRUTTO DI QUESTO ALBERO E' MOLTO VELENOSO QUINDI ATTENZIONE.
LE ERBE COME
AMULETI
SE PORTATE ADDOSSO O NEL PORTAFOGLIO LE ERBE INFONDO IN NOI E NELLA NOSTRA
VITA LE LORO VIRTU'
LE ERBE
COLTIVATE IN TERRAZZA O IN GIARDINO
LE ERBE PIU' COMUNI, USATE ANCHE PER CUCINARE, POSSONO ESSERE COLTIVATE IN
CASA, ANZI CIO' E' CONSIGLIATO PERCHE' COSI' FACENDO VI LEGATE
RECIPROCAMENTE E NEL COMUNICARE LORO I VOSTRI INTENTI, AL MOMENTO DELLA
RACCOLTA E L'UTILIZZO, ESSE SARANNO PIU' CARICHE E PROPIZIE.
Sacchetti di Erbe, come si preparano
I sacchettini
sono dei talismani molto efficaci. Si possono tenere in tasca, in una
borsetta, nel portafoglio, appesi dietro la porta, ecc...
Per preparare un sacchetto con le erbe, si usa un quadrato di stoffa
colorata di un colore corrispondente al nostro bisogno magico, (vedere
tabella sotto) al cui interno metteremo una o più erbe "caricate" .
Non utilizzare più di tre erbe contemporaneamente.
Si mettono le
erbe miscelate fra loro, dopo averle passate al mortaio, sopra un
batuffolo di ovatta posto al centro del quadrato di stoffa, si piegano i
quattro angoli della stoffa e si annoda il tutto con un nastrino del
colore apposito.
Volendo, al centro del batuffolo, oltre alle erbe, si può mettere un
pezzettino di carta con il nostro proposito magico, o con dei simboli, o
un pezzo di pietra o cristallo.
Le erbe vanno "caricate" e "purificate" prima dell'uso, e sarebbe buona norma anche caricare allo stesso modo anche il sacchetto già pronto. Un sacchetto fatto così può anche essere ricaricato un paio di volte.
Corrispondenze dei Colori per i sacchettini
Se si utilizzano le candele per fare certi incantesimi, si sceglierà una candela del colore appropriato al tipo di bisogno magico sul quale stiamo lavorando; se stiamo facendo un sacchettino d'erbe, sceglieremo una stoffa di un colore compatibile con quello del nostro lavoro.
Tabella da controllare con le corrispondenze cromatiche.
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NERO: |
protezione, allontanamento, legamento, esorcismo. |